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Come Leopardi ci ha insegnato il fascino di andare oltre la realtà

Come Leopardi ci ha insegnato il fascino di andare oltre la realtà
Agosto 26
15:14 2020

Nel mese di maggio dello scorso anno, con viva emozione, ho percorso per la prima volta le strade della piccola Recanati (MC) e ho finalmente potuto ammirare, con il cuore in trepidazione, il famoso colle che ispirò Giacomo Leopardi a scrivere L’Infinito (componimento di cui si sono celebrati i 200 anni proprio nel 2019, con una grande festa nazionale). Durante l’estate dello stesso anno, rilassata in una località di mare e seduta sulla spiaggia, con lo sguardo rapito verso l’acqua, ho avuto un pensiero che credo sia comune a molte persone, quando si vive un profondo momento di riflessione. Vi siete mai chiesti: “Che cosa c’è oltre quella linea che segna l’orizzonte?”. Questa è probabilmente la stessa domanda che si è posto il giovane Giacomo Leopardi, quando nel 1819 all’età di ventuno anni, seduto sul solitario colle del borgo di Recanati, osservava la famosa siepe dell’Infinito. Da questa domanda vorrei invitarvi a compiere insieme a me, accompagnati dai versi di Giacomo Leopardi, un viaggio nel profondo mare del pensiero. Il sublime idillio L’Infinito (dal latino idyllium, propriamente “quadretto”, “bozzetto”, è un breve componimento poetico di genere descrittivo, che Leopardi con la pubblicazione dei suoi Canti rese di tratto e tono contemplativo) racchiude nei suoi quindici versi tutta l’abilità del pensiero umano di andare oltre il reale oggettivamente visibile. Il concetto dell’indefinito ha sempre suscitano l’interesse degli uomini, in particolare fra gli artisti romantici, il cui mondo ideale era intriso del conflittuale dissidio fra il pensiero ideale e il reale, tra i sogni dell’infinito e la realtà concreta (contro cui spesso di opponevano con le loro opere letterarie e artistiche). Un desiderio che per i poeti dell’Ottocento mirava alla perfezione di bellezza utopistica in contrasto con i propri limiti umani. Giacomo Leopardi ci racconta nell’Infinito un’avventura profonda nel suo animo, in tutta la sua concreta umanità: il tempo e lo spazio sono le due entità che racchiudono i segni essenziali di questa esperienza umana. Ciò che Leopardi dimostra, nella sublimità dei suoi versi eterni, è che la poesia è il mezzo più potente che hanno gli uomini per descrivere ciò che razionalmente e concretamente non è semplice spiegare. Questo profondo pensiero intimo avviene mediante la percezione visiva della siepe del colle: Giacomo Leopardi guarda la siepe e nel suo animo si tracciano un nuovo spazio e un imprevisto tempo attraverso gli strumenti della sua fantasia. Proprio il limite della siepe, pur sbarrandogli concretamente la vista, consente al giovane poeta di ‘vedere’ («mirare») qualcosa che non sarebbe immaginabile, se lo sguardo si estendesse oltre quella barriera naturale: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle/ e questa siepe, che da tanta parte/ dell’ultimo orizzonte il guardo esclude./ Ma sedendo e mirando, interminati/ spazi di là da quella, e sovrumani/ silenzi, e profondissima quiete/ io nel pensier mi fingo/ ove per poco/ il cor non si spaura.» (vv.1-8). Con i suoi versi Giacomo Leopardi permette a tutti gli uomini di svolgere il suo stesso viaggio, verso un mondo in cui il tempo si ferma e che solo noi, nel nostro animo, possiamo conoscere: un tempo creato in uno spazio immaginario, solo nostro, parallelo a quello reale. La potenza della mente umana è qualcosa di così affascinante (per secoli studiata prima dai poeti e gli scrittori tramite i loro componimenti, poi con l’avvento della psicoanalisi studiata concretamente in campo medico), perché solo attraverso l’immaginazione e il pensiero profondo possiamo conoscere ciò che non è possibile esporre semplicemente avvicinandoci a qualcosa di ‘più alto’ rispetto al nostro comune pensiero concreto. Naturale appare, però, negli uomini la paura, quando si trovano in un luogo sconosciuto e si perdono, fisicamente e intimamente, portando così il proprio animo ‘a turbarsi un poco’. Come si può, perciò trovare conforto in un momento di così assoluto smarrimento? Si deve cercare di tornare in contatto con la prima grande entità della nostra esistenza: la natura. Quando Leopardi è sfiorato dalla “voce” del vento, trova un gioviale conforto: attraverso il rumore familiare del vento tra le fronde degli alberi, il poeta ha l’impressione di trovarsi di fronte all’infinito e al quel mondo ‘non tangibile’ in cui l’uomo può perdersi e annientarsi per sempre. Un luogo indefinito che però, allo stesso tempo, può cogliere il senso dell’eternità, così magnifica di fronte alla finitezza umana: «E come il vento/ odo stormir tra queste piante, io quello/ infinito silenzio a questa voce/ vo comparando: e mi sovvien l’eterno,/ e le morte stagioni, e la presente/ e viva, e il suon di lei.» (vv.8-13). Questo affascinante arrivo verso un mondo indefinito, e davvero intimo, risulta così piacevole nell’animo del poeta che Giacomo Leopardi, in un’atmosfera di speranza e di sogno, vive la dolce sensazione di lasciarsi guidare dalle onde del mare del suo pensiero, abbandonando la sensazione di paura che entrò nel suo cuore. Immersi in questa piacevolezza si può chiudere il cerchio di un’esperienza fantastica vissuta nel proprio intimo, perché si è tornati di nuovo al mare, che con le sue delicate acque ci trasporta in quello spazio e in quel tempo in cui avevamo perso il nostro sguardo all’inizio di questa ‘avventura della nostra parte intima più riposta‘. Il mare che abbiamo osservato nella realtà diventa non solo un luogo fisico, ma anche la viva e intima sensazione dell’abbandonarsi a un flusso di emozioni, d’idee e di turbamenti in grado di arricchirci, perché i limiti fisici non dovrebbero mai ostacolare l’oltre che portiamo intimamente nel nostro cuore: «Così tra questa/ immensità s’annega il pensier mio:/ e il naufragar m’è dolce in questo mare.» (vv.13-15).

 

 

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