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Don Ciotti ci crede al “concorso esterno”

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Don Ciotti ci crede al “concorso esterno”

Marzo 24
14:34 2012

Il 17 marzo scorso un corteo di centomila persone provenienti da tutta Italia ha sfilato per le strade di Genova per dire no a tutte le mafie che infestano il nostro Paese da nord a sud. Tra i presenti moltissimi i giovani, con indosso i colori della bandiera italiana, centinaia di familiari vittime della criminalità organizzata e qualche magistrato, come Piero Grasso e Giancarlo Caselli.

Sull’immensa distesa del Porto antico, dopo la tradizionale lettura dei nomi delle vittime, hanno risuonato in modo forte e chiaro le parole vibranti di don Ciotti, fondatore dell’associazione Libera e organizzatore da 17 anni della “Giornata della Memoria e dell’Impegno”.

Egli ha detto: “Aveva ragione Peppino Impastato, e mi imbarazza dirlo, le mafie sono una merda!“. Peppino era il ragazzo siciliano fatto uccidere dallo zio mafioso Tano Badalamenti perché sfidava la mafia, tra il serio e il faceto, dalla sua piccola stazione radio. “La forza della mafia – ha detto don Ciotti – non è in se stessa, ma sta nelle sue alleanze con certi professionisti e settori della politica“. Professionisti come notai, architetti, geometri, avvocati, e cricche di soggetti che contano, dalle P2, P3, P4 fino a cricche locali di politici e nominati in vari settori dello Stato, tipo enti Parco, Corpo Forestale, comandi di polizia municipale, ecc.

Per don Ciotti è con questi soggetti che i mafiosi preferibilmente si alleano, ed è su questi stessi soggetti che deve ricadere la massima responsabilità dei danni provocati all’economia sana del nostro Paese. Come ha spiegato recentemente il procuratore di Caltanissetta Roberto Scarpinato “la mafia è anche un problema macroeconomico, in quanto da essa ha origine quel debito pubblico insostenibile per il bilancio dello Stato. E’ sul debito pubblico, infatti, che finiscono per gravare i costi della corruzione (quella scoperta dalla Corte dei Conti ammonterebbe ad oltre 60miliardi ogni anno), dell’evasione fiscale (che sarebbe di altri 120 miliardi stimati) e dei comportamenti illeciti“. Reati, questi, tipici della mafia e che, secondo Scarpinato, hanno determinato l’allontanamento degli investimenti dall’Italia soprattutto di capitale straniero. Così il nostro Paese, stretto nella morsa recessiva dei consumi e degli investimenti, non riesce più a crescere mentre l’occupazione scende a picco. A ciò si aggiunge il fatto biasimevole che lo Stato spesso non fa fronte ai suoi impegni di pagamento con le aziende in tempi adeguati. Inoltre, la giustizia civile è troppo lenta e le aziende di sicuro non possono aspettare 20 anni per vedere riconosciuti i propri diritti. Queste coordinate socio-economiche fanno capire perché sono preferibilmente le aziende dei mafiosi (interessati soprattutto a reinvestire nell’economia legale i loro ingenti capitali guadagnati illecitamente in altro modo) a resistere sul mercato nazionale, mentre le aziende sane e con poco capitale sono costrette a chiudere o ad investire altrove. E’ sintomatico di ciò il fatto che il nostro Paese sia disseminato di opere faraoniche incompiute, o perché mentre si svolgevano si è scoperto che erano inutili, o perché i relativi costi economici o ambientali erano diventati insostenibili. Ciò accade da noi ovviamente in quanto le opere pubbliche arrivano a costare anche il doppio o il triplo rispetto ad altri Paesi europei. Allora, si chiede il cittadino, dov’è finita la Politica fatta nell’interesse del popolo? Perché si è diffusa la sensazione che la Politica lavori per depotenziare la giustizia, depenalizzando i reati, come il falso in bilancio o il concorso esterno in associazione mafiosa?

La risposta a tale domanda che don Ciotti dà sul Porto antico di Genova è: “Ho il dubbio che il tentativo di demolire il reato di concorso esterno all’associazione mafiosa non sia casuale, e che faccia parte, invece, di una strategia… Bisogna colpire i legami tra mafia, politica e imprenditoria… Al contrario, si sono spolpati i reati di falso in bilancio e l’abuso d’ufficio che dimostrano cos’è la corruzione: vergogna!” Appare evidente il riferimento di questo coraggioso prete alla discussa requisitoria pronunciata dal procuratore generale della Cassazione Iacoviello sulla sentenza di 2° grado di condanna a sette anni dell’onorevole siciliano Dell’Utri. In particolare, la frase criticata del pg Iacoviello è la seguente: “Al reato di concorso esterno non crede più nessuno!“. Ma per don Ciotti, invece, questa figura giuridica di reato “è utile per combattere la zona grigia, che è la forza della mafia ed il suo indebolimento farà pagare a tutti le conseguenze“. Il concorso esterno all’associazione mafiosa deve restare anche per tutti quei cittadini che ogni giorno sono costretti a difendersi dalle alleanze potenti che ormai controllano il territorio un po’ ovunque in Italia. Sono queste persone che lottano per vedere realizzate le loro istanze di legalità che dovrebbero dire se credono o no al reato di “concorso esterno”. Infatti, da quel che appare interessa poco al cittadino sapere se ci crede un parlamento con il numero più alto al mondo di onorevoli indagati e condannati e che, tra l’altro, ostenta volentieri insofferenza di fronte ad una magistratura che va in televisione a commentare le leggi approvate, o in via di approvazione, e pensa a proporre il primato della politica sugli altri poteri costituzionali!

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