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È un Paese da vecchi

Aprile 26
19:41 2013

La preposizione ha la sua importanza. Indica, in questo caso, la qualità. Non è ‘per’ o ‘di’ vecchi, sarebbe per molti versi positivo. No, l’Italia ha questo carattere che la contraddistingue in molti campi, non tutti per fortuna – infatti ci sono giovani validissimi nel settore della ricerca, dell’imprenditoria, delle arti in genere; il che depone a favore dell’italico ingegno.

Invece, quando si tratta di organizzazione, struttura o politica (giochi di squadra) il Paese si comporta da vecchio; non solo, ama proprio farlo, è affezionato al suo ‘sistema’ che è vecchio ma va che è una meraviglia (!), pensano i molti che sguazzano nel torbido, o nel meno peggio, o nella ‘quiete’ infingarda del tiriamo a campare. Per questo è avvenuta la rielezione pilotatissima del presidente Napolitano, alla quale hanno concorso in modo determinante, sia pure in termini omissivi, i giovani arroccati e disciplinati del M5S. Tra bruciati (Amato, Prodi …) autobruciati (Monti) dimenticati (Bonino, Cassese …) e osteggiati (Rodotà) tutto ha congiurato contro la volontà dell’ottimo Giorgio Napolitano di godersi, finalmente, nipoti e vacanze stromboliane. Da qui sentimenti contrastanti.
Sconcerto dei più per la costatazione di essere ridotti a supplicare e rieleggere un presidente di ottantotto anni, sia pure di eccezionali qualità. Rabbia di molti elettori del PD per la certificazione definitiva dell’impotenza del loro partito avviato al ‘governissimo’. Spiazzamento dei 5 Stelle ritrovatisi all’angolo per fare troppo gli scontrosi. Felicità moderata del PDL per essere rientrato in gioco, anche se il miracolo lo aveva già fatto Bersani in campagna elettorale resuscitando a battutine il Cavaliere. Soddisfazione di tutti per lo scampato pericolo: quelli che temevano per le loro poltrone, quelli distrutti dalla crisi – licenziati, esodati, artigiani e imprenditori asfissiati, giovani senza futuro – che sperano ancora in una svolta (?). L’opinione internazionale ed i mercati che fanno di necessità virtù, pur non capendo perché, disponendo di persone di grande valore, si debba ‘precettare’, con una certa dose di irriverenza e cattiveria, un ‘anziano’. Eppure è chiaro, al Paese piace confermare la sua tradizionale indole gattopardesca. Non c’è rinnovamento che tenga (in effetti con questa tornata elettorale il Parlamento si è notevolmente ringiovanito) perché la forma mentale di base è rimasta quella di “questi fanno rimpiangere Andreotti!”.
Non ci si accorge che è un giudizio distorto da incrostazioni secolari, dalla pratica, forse naturale nel genere umano, delle lodi del tempo passato (laudes e laudatores temporis acti) che in Italia è radicata e incrollabile. Basterebbe solo osservare che Andreotti, come pure lo stesso Napolitano, hanno iniziato da giovanissimi a dare prove e risultati, e dunque non è necessariamente nella vecchiaia la soluzione. Chi lo pensa lo fa in maniera strumentale, per tornaconto o abitudine paurosa. Mentre scriviamo, il ‘giovane’ Enrico Letta, incaricato dal ‘vecchio’ Giorgio Napolitano, sta cercando di formare un ‘nuovo-vecchio’ governo. Siamo ben convinti delle qualità e della capacità politica del giovane Enrico, e quindi della possibilità di un governo che tamponi e salvi l’immediato e prepari strumenti costituzionali in grado di stabilizzare il Paese. Il convincimento e la prospettiva diventano più incerti e pessimistici quando pensiamo al fatto che sarà costretto ad operare con caselle e pedine vecchie, perché, sotto sotto, nessuno vuole veramente giocare la partita.

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