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Erri De Luca: «Scrivere è il mio tempo salvato»

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Erri De Luca: «Scrivere è il mio tempo salvato»

19 Dicembre
10:25 2013

Erri De Luca scalda la platea pian piano e si scalda, parlando della propria infanzia e della nonna americana per cui gli viene imposto il nome Henry. Durante la giovinezza il DNA fa il resto esplicitando nella sua figura tratti sottili ed eleganti, gli occhi chiari che ne fanno un giovane wasp più che uno scugnizzo tanto da essere ‘rastrellato’ fra i militari in rientro serale alle navi NATO alla fonda al porto di Napoli: «Quelli che scendevano alla ricerca di alcol e sesso e che trasformavano il centro storico in un orinatoio a cielo aperto» e quella sera riesce a tornare a casa solo grazie al documento d’identità. Quell’Henry non ama il suo nome con ‘h’ e ‘y’, col quale è molto difficile convivere in città, e non ama quella città. La giovinezza fatta di svariati lavori faticosi e di impegno politico fa parte della biografia nota: durante le dure giornate in fabbrica, anche in Fiat, il momento della scrittura è «il tempo salvato dalla giornata lavorativa spesa per guadagnare il salario». Il racconto disteso e infarcito di parole dialettali che si va dipanando, prende per un po’ un’altra strada. Vira verso il tema della serata promossa da Alternativ@mente e Italia Nostra Castelli Romani, che era ‘Terra, mare, aria: nostre radici’, con l’intento dichiarato di raccontare quanto il nostro Paese stia perdendo il proprio ambiente e delle vicende ‘Val Susa’ e ‘Terra dei fuochi’. Qui lo scrittore, tornando al suo mestiere di traduttore della Bibbia, alla ricerca dell’interpretazione esatta, cita il profeta Amos: «Come il pastore strappa dalla bocca del leone brandelli di agnello, così si salveranno i figli di Dio», spiegando il tentativo del pastore, che non è il proprietario del gregge, il quale cerca di recuperare almeno un brandello dell’animale per mostrare la sua buona volontà di custode. Se De Luca fa questa citazione deve essere segno che, non essendo gli umani padroni della terra, giudica in modo grave la faccenda dell’aver abbandonato ogni tentativo, da parte dei più, di recuperarla dal disastro. I suoi lettori sanno già che non c’è evasione nei suoi scritti anche se, spesso, c’è leggerezza. La leggerezza sembra provenire dalla consapevolezza del lavoro fatto, la gravità non può non convivere con chi sa bene come vanno le cose nel nostro Paese. «La bellezza – prosegue De Luca – è il prodotto di energia e di sconvolgimenti terrestri: è frutto di questi anche il decantato Golfo di Napoli. La bellezza è sostanza, è la colonna dell’avere nella “partita doppia della natura”». Prosegue con la descrizione del ‘miracolo’ che abitiamo: «Dice la mia poetessa preferita Marina Cvetaeva: “Oltre l’attrazione terrestre esiste l’attrazione celeste”. Esempio di questa è l’albero: da un suo seme nasce un organismo che invece di interrarsi sale verso il cielo, forse già attraverso questo Newton avrebbe potuto intuire la legge di gravità senza sostare sotto un melo i cui frutti maturi sono anche pericolosi»…ride. Sempre dalla Bibbia, non a caso crediamo sempre di più, trae un’esegesi del peccato originale, (anche se il suo raccontare sembra non rispettare la scaletta della serata): «La responsabilità dell’essere umano nei confronti delle proprie azioni è una qualità che non appartiene ad altra specie vivente. L’ambiente stesso, voce verbale che deriva dal latino ambiens e descrive l’azione del circondare lo spazio attorno a qualcosa, è stato invece circondato esso stesso dalla presenza umana. Una volta il sabato, nelle culture contadine, nello Shabbat ebraico, era il giorno della terra; ora l’uomo si è preso anche quello per cavarne il massimo». Riprende con tutti i Sud del Mondo e racconta ancora di Napoli: «Napoli è una città più e più volte espugnata, capace di sopravvivere ad ogni affronto, una città aperta, presa e dominata da tutti con decisioni, storicamente, scaturite altrove, città nella quale si è combattuto poco e regnato molto. Qui l’inespugnabile è diventato non l’ambiente ma l’abitante, il napoletano, fino a giungere alla strafottenza meridionale, un antiruggine che non è presente solo a Napoli». A noi sembra che l’autore abbia esplicitato molto bene il suo pensiero sotto forma di racconto, senza paternali. Non desidera prestarsi ad un inutile dibattito meta politico e si sottrae a domande sulle polemiche con Il Procuratore Capo di Torino Giancarlo Caselli (sulle quali, peraltro, si è già esposto in sedi più appropriate). Non risponde neppure a complessi quesiti che già contengono l’opinione che ci si aspetta di udire sul conflitto arabo-israeliano (una nuova (logora in realtà) frontiera mentale va a resuscitare una sorta di antisemitismo, stavolta verso gli ebrei odierni, giustificandolo col comportamento tenuto nei confronti dei Palestinesi) in una generalizzazione che ci sembra intellettualmente disonesta. Lo scrittore decide di non esporsi ai quattro venti, posizione stimabile, anche perché non si tratta di questioni da poco e in questo Paese occorre, sempre di più, fare con intelligenza: l’intellettuale non è più considerato socialmente centrale ma ci si aspetta che si schieri. Sempre. È simbolo, ma poi, spesso, resta solo a fare i conti con le proprie parole e con le proprie azioni, i sostenitori tornati in famiglia a fine giornata. Non è la prima volta che assistiamo a qualche, seppur discreta, ‘sollecitazione imbarazzante’ agli autori invitati alle serate di Altern@tivamente quando questi non rispondono appieno alle aspettative per cui sarebbero stati convocati. Oppure rispondono, come in questo caso, ma con parole altre. Per conoscenza lo scritto integrale di Erri De Luca per ‘AgeMDa 2014’ presentato con la nota di Magistratura Democratica su Europaquotidiano.it

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