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Federico. Ferrara, 24 dicembre.

Giugno 27
09:39 2012

Immaginate di essere genitori di un bel ragazzo di 18 anni, dal largo sorriso simpatico e aperto. Un ragazzo normale, che va a scuola come tutti i ragazzi, che non dà grossi problemi tranne quelli che danno alcuni ragazzi della sua età. In discoteca il venerdì sera, qualche bicchiere, ma non troppi, una pasticca per euforizzarsi un po’, qualcosa per passare la serata come fanno tanti, ballando e divertendosi tra amici.

Sì, certo, è un problema, ma è di quei problemi da affrontare con calma, con pazienza e con amore. Per il resto Federico è un bravo ragazzo, incensurato, mai una rissa o un guaio con la Polizia. Insomma un normale diciottenne di Ferrara che ha solo voglia di staccare il venerdì sera tirando tardi in discoteca. E poi siamo sotto le feste di Natale, non c’è scuola, ci si può dare a qualche sregolatezza in più.
Immaginate che però quella sera del 24 dicembre 2005 vostro figlio esce di casa come sempre, ma per non fare più ritorno. Quando al mattino vi accorgete della sua mancanza vi preoccupate. Lo chiamate al cellulare, ma il cellulare suona a vuoto, abbandonato su una panchina di un giardino vicino casa. Vi preoccupate ancor di più. E fate bene, perché Federico è morto, ammazzato da quattro ribaldi che lo hanno preso, immobilizzato, pestato a sangue, e lo hanno lasciato a morire sull’asfalto come un cane. Un agguato di malavitosi? Degli spacciatori insoddisfatti del pagamento? Cosa è successo? È successo che alle cinque di mattino Federico si è fatto accompagnare in auto da alcuni amici, ed è sceso vicino all’Ippodromo di Ferrara, poco distante da casa sua per fare due passi, forse per sbollire i postumi della nottata. Lì su quella strada, alle 5:47 del 25 dicembre, da un’auto sono scesi tre uomini e una donna che hanno preso Federico, lo hanno buttato a terra, gli hanno spaccato la faccia, lo hanno picchiato con dei manganelli così forte da spezzarne due, gli hanno schiacciato i genitali, gli hanno stretto il collo col manganello sotto la gola come per soffocarlo, gli hanno dato calci e pugni in testa, e alla fine gli sono montati sopra fino ad ucciderlo per compressione toracica.
Immaginate che voi di tutto questo non sappiate ancora nulla, mentre alle undici ancora cercate di rintracciare vostro figlio, con l’angoscia che sale fino in gola col suo sapore amaro. Poi arriva la chiamata dall’ospedale: Federico è all’obitorio, serve il riconoscimento ufficiale. Immaginate di arrivare all’ospedale e di vedere steso sul tavolo di metallo vostro figlio ricoperto di sangue e di ecchimosi, morto. Chi può averlo ridotto così? E perché? È l’urlo che immaginate di sentire uscire dalla vostra bocca. Chi? Drogati? Extracomunitari? Spacciatori? Rapinatori sanguinari? Sadici assassini? Immaginate che un dirigente della Polizia vi prenda da una parte e vi comunichi che Federico è morto di overdose durante un controllo di routine della pattuglia “Alfa 3 “, verso le 06:00 del mattino: perché era in stato euforico, e non aveva i documenti.
Immaginate…. la rabbia. Immaginate il dolore, l’impotenza, il senso di sgomento. Federico è stato torturato e ucciso dalla Polizia! E adesso che si fa? Come si combatte contro coloro che ci dovrebbero difendere? Come si lotta per fare emergere la verità che dovrebbe essere appurata proprio da coloro che tenteranno di nasconderla in tutti i modi? 21 Giugno 2012. Dopo tre gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha confermato le sentenze precedenti e ha riconosciuto gli agenti Enzo Pontani, Luca Pollastri e Monica Segatto, e il sovrintendente Paolo Forlani, colpevoli di omicidio colposo e li ha condannati a tre anni e sei mesi di reclusione. Il Procuratore Generale di Cassazione Gabriele Mazzotta nella sua requisitoria ha definito i quattro poliziotti «schegge impazzite, in preda al delirio» sottolineando come Federico sia morto «per il trauma a torace chiuso provocatogli con percosse da schiacciamento quando era già ammanettato». Durante tutto il periodo intercorso dall’omicidio ad oggi, i quattro non sono stati sospesi dal servizio. E grazie all’indulto intercorso nel frattempo per i tre anni comminati, oggi dovrebbero scontare solo i sei mesi residui. In questi giorni sulla bacheca “Prima Difesa due” di Facebook, dove scrivono esponenti di un’associazione che difende legalmente esponenti delle forze dell’ordine, sono comparse frasi di questo tenore rivolte alla madre di Federico: «Se avesse saputo fare la madre, non avrebbe allevato un cucciolo di maiale», e Paolo Forlani, uno dei condannati: «Una falsa e ipocrita. Spero che i soldi che ha avuto ingiustamente dallo Stato possa non goderseli come vorrebbe. Adesso non sto zitto, dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizia… ma chi lo ha ammazzato? Sfido chiunque a trovare negli atti dove si dice che Federico, cui va il massimo rispetto, è morto per le lesioni». Immaginate…

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