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“Fili che cadono dal cielo”

Aprile 21
13:17 2011

Il basso, tozzo, brutto, sporco extracomunitario con il viso deturpato, con le scarpe bucate e i vestiti puzzolenti prese l’ascensore fino al quinto piano del più lussuoso appartamento di quella grande città.

Salutò il cameriere chiamandolo “grande gabo” che nemmeno gli rispose, ma gli fece strada fino al salotto dove si trovava il ricco banchetto.
Appena entrato inciampò sul tappeto nuovo e andò a picchiare sul tavolo imbandito che si piegò da un lato e fece cadere il reparto bibite alcoliche. Caddero le brocche ed uscì il vino che fece molti danni. Specie quello rosso che si allargò come una macchina di sangue di un colpo mortale sul tappeto persiano da 2 milioni di dollari che la padrona di casa aveva fatto arrivare, pochi giorni prima, da Teheran. Lei lo considerava il fiore all’occhiello della casa e simbolo del nuovo potere nascente del marito. Tutti gli arabeschi del tappeto sembravano ubriachi.
Il ragazzo si rialzò con destrezza e iniziò subito a ripulire. Ma col suo metodo il vino si impiastricciava ancora di più sul tappeto: usava un tovagliolo di stoffa bianca, che a sua volta si zozzava, e via che infieriva sul tappeto. Ma la macchia così si allargava ancora di più e il danno era visibilmente irreversibile.
I due coniugi rimasero impietriti. Lei, donna piena di energie e ottima padrona di casa, stava impallidita a guardare. Le sembrò di essere a teatro di fronte a un’opera tragica, un po’ incomprensibile e grottesca, cui si poteva piangere, ma non intervenire. Il venditore del tappeto gli aveva assicurato che alcuni predoni che conoscevano tutti i segreti del deserto l’avevano trafugato e poi trasportato per mesi sul dorso di un cammello, da una lontana oasi dell’Iran, fino alla capitale. Un’oasi segreta dove per più di tre anni dieci bambini avevano fatto a mano segretamente il prezioso tappeto. Un tappeto tutto speciale. Lei che aveva letto un libro al riguardo disse che non era possibile che dieci bambini in un’oasi potessero fabbricare un tappeto di quella fattura e di quelle dimensioni. Ma il venditore ribadì, convincendo così la donna, che quel tappeto veniva da un’oasi segreta, era un tappeto segreto che usava materiali segreti, esotici. “Fili che cadono dal cielo” li chiamavano in quel posto. Anche la lavorazione segreta. Fu anche segreto come la donna riuscì a convincere il marito imprenditore a farsi dare quei soldi.
Il ragazzo continuava a far allargare la macchia senza sosta col suo goffo tentativo di salvare il salvabile. Certo non era colpa sua se aveva i piedi storti e inciampava ovunque. I padroni continuavano ad assistere la scena impietriti, come in trance o dentro un loro sogno privato dove tutto potevano vedere, ma da una distanza di milioni di chilometri. Per quanto ricchi fossero il tappeto era troppo prezioso.
Dopo cinque minuti buoni entrò la figlia che aveva invitato il suo ragazzo extracomunitario a pranzo.
E tutto si trasformò.
La padrona ansimò: <<il mio… il mio tappeto! levaci immediatamente questo individuo repellente, sudicio dalla nostra vista>>.
Il padrone ancora dentro il sogno: <<portami il fucile devo dargli il benvenuto come si deva>>.
Intorno a loro vi era il cameriere fatto arrivare per l’occasione, la cuoca e il figlio minore.
D’improvviso il padrone, uomo di successo, d’azione, ma anche d’impulso, scattò nell’altra stanza.
La vecchia cuoca con le mani nei capelli: << oh mio Dio è impazzito! Sta andando a prendere il fucile!>>.
Il ragazzo, dopo quella frase, si alzò di scattò e dette con la testa un nuovo colpo al tavolo, ma da una posizione diversa perché si era spostato dal lato opposto per ripulire l’enorme macchia. Caddero per terra frantumandosi alcuni piatti di porcellana di una collezione unica e i bicchieri di cristallo in una parte del salotto dove non vi era il tappeto.
La padrona sconvolta alla figlia: <<levaci immediatamente questo essere abominevole dalla nostra vista! Questo è una catastrofe naturale! Uno sgorbio porta sfortuna con le gambe!>>.
La cuoca terrorizzata per intanto vedendo avvicinare il padrone col fucile in mano chiuse prontamente a chiave la porta del salotto.
<<Lascatemi entrare o sfondo la porta! Devo uccidere quel cretino!>>.
D’improvviso la padrona calcolando le possibili conseguenze del gesto si ravvide e col figlio, la cuoca, il cameriere e la figlia aprirono la porta e cercarono di parlare e tranquillizzare il padrone.
All’orecchio del giovane giunsero parole e frasi sparse: <<te l’avevo detto bambina mia che con i morti di fame africani non può funzionare!>>, <<non è africano come ti ho detto mille volte!>>, <<papà ha ragione ed è solo la parte migliore è anche brutto, impacciato e con i piedi storti, ma sei cieca?>>, <<signorina lei ha bisogno di un ragazzo del suo ceto sociale, sembra crudele da dire, ma questa è la realtà, le favole sono finite!>>, <<ma lo vedi quanto è brutto?>>, <<lui è l’unica persona a farmi stare bene>>, <<il mio prezioso tappeto!>>.
Il padrone non ce la fece più. Con una mossa felina dribblò quelle persone e la discussione. Con un salto da canguro andò in salotto a fucile spianato.
Rimase stupefatto e senza fiato.
Tutto era rimasto come prima, a parte la finestra spalancata e nessuna traccia del tappeto e del ragazzo.
“Siamo al quinto piano possibile che quell’animale si sia buttato di sotto?” pensò sbigottito il padrone.
Corse alla finestra e guardò giù in strada: niente, solo il marciapiedi vuoto e il traffico solitario del tocco.
Poi corresse lo sguardo verso l’alto riparandosi con la mano sinistra, stringendo gli occhi e focalizzando la pupilla. Gli apparì una figura che si allontanava con molte fluttuazione e ondulazioni verso uno splendido cielo azzurro abbracciato dai raggi del sole: un ragazzo che volava verso il sole d’oriente su un tappeto volante completamente ubriaco.

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