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FIORI DI GINESTRA: STORIE DI DONNE BRIGANTI

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FIORI DI GINESTRA: STORIE DI DONNE BRIGANTI

FIORI DI GINESTRA: STORIE DI DONNE BRIGANTI
Febbraio 19
22:47 2017

 

La storia la scrive chi vince, si sa, e la vittoria del Regno sabaudo, forse inevitabile per l’Unità d’Italia, ha fatto sì che per lungo tempo questi personaggi che cercavano un riscatto all’inganno perpetrato dagli invasori piemontesi, e s’erano dati alla macchia, fossero connotati negativamente nella storiografia nazionale. Finché da qualche anno a questa parte molti storici e archivisti stanno riscrivendo queste pagine di storia, affrancando chi con la pena capitale, con il carcere a vita o con la morte durante uno scontro a fuoco, era rimasto marchiato nell’accezione più negativa del termine brigante. La scrittrice Maria Scerato commentando il suo libro Fiori di Ginestra – donne briganti lungo la Frontiera, Arte Stampa editore, presentato il 18 febbraio nella libreria Contromano a Velletri ha affrontato questo particolare fenomeno storico, presentando una a una  Nicolina Iaconelli, Maria Teresa Roselli, Michelina Di Cesare,   Elisa Garofoli, Rosa Antonucci, Cristina Cocozza, Maria Capitani.   Evocandole, ha sottolineato le particolarità del momento storico, del luogo di frontiera tra lo Stato pontificio e il regno dei Borboni appena conquistato dai piemontesi… frontiera che, varcata, consentiva di salvarsi da una cattura, sfuggendo ai gendarmi.   Donne, solo donne che avevano compiuto una scelta. Erano crudeli? Erano creature determinate. Erano brigantesse? Erano anche madri, mogli, amanti. Erano sottomesse? Avevano scelto quella vita per uno slancio verso la libertà e fino in fondo: una di loro, dopo la morte del suo amante ucciso in uno scontro a fuoco, si dà la morte ingerendo frammenti di vetro, un suicidio in carcere dopo aver appena ottenuto la libertà pagata dalla famiglia… i casi di corruzione sono sempre esistiti. E lei Maria Capitanio preferisce morire piuttosto che tornare sottomessa in famiglia. Par di ascoltarla, fantasioso ologramma, mentre la lettrice Annamaria Abbate dà voce alla sua storia, alla sua scelta, all’estremo gesto che la consegna alla storia. Gialli e a grappoli, appassionatamente caldi per i raggi solari che vi si concentrano, i fiori della ginestra formano quelle macchie di colore che in tarda primavera sembrano regalarci strali roventi di una stagione esplosiva. Proprio sembrano essere, nella loro natura carica di calde tonalità, un emblema di queste donne che nella seconda metà dell’Ottocento, fiere, coraggiose, determinate e crudeli quando necessario, hanno affiancato i capi e spesso comandato i temuti briganti. Intense nella loro vistosa fioritura, le ginestre erano proprio le piante amate dalla brigantessa Nicolina Iaconelli. Belle, fiere, altere, evanescenti, così come sono state evocate, al termine dell’incontro svaniscono nei ricordi di un passato che lascia nei presenti un rammarico per i numerosi epiloghi non a lieto fine, di chi nella ribellione vedeva il riscatto di un’ingiustizia storica. Donne, le brigantesse non relegate a ruoli secondari, gestivano tesori, usavano e maneggiavano armi, determinate anche nell’usarle. Donne per le quali non è stato usato rispetto e alcune di loro gridano vendetta in alcune immagini d’epoca che le immortalano, corpi senza vita, ai quali viene negata la pietà dovuta a un cadavere. Fiori di ginestra calpestati e lasciati senza il colore e il calore della vita.

 

 

 

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