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Forme di razzismo verbale

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Forme di razzismo verbale

Forme di razzismo verbale
Febbraio 20
00:00 2015

17-PersoneGermania, Europa. Tugce Albayrak, 23 anni, cittadina tedesca, è morta così: il 15 novembre, a Offenbach (Assia), aveva difeso due ragazzine minorenni dall’aggressione di un branco di bulli nel bagno di un noto fast food. Non si era fatta ‘gli affari suoi’, insomma. Il gruppo di bulli autori dell’aggressione l’ha attesa fuori dal fast food, Tugce è stata circondata e il capo-bullo Sanel M., 18 anni, l’ha colpita alla testa con un pugno.

Tugce è caduta e ha battuto la testa sul marciapiedi. Un uno-due fatale. Nulla da fare. Coma irreversibile. I medici hanno detto ai familiari che la ragazza era clinicamente morta e che, se loro volevano, poteva sopravvivere attaccata a una macchina. Due settimane dopo la scena truce avvenuta in quel fast food tedesco, i genitori di Tugce hanno autorizzato la ‘buona morte’ e i medici hanno staccato la spina. Fine della storia? No.
In Italia, nessuno o pochi ne hanno parlato. Giornali e Tg l’hanno considerata ‘cronaca locale tedesca’ (e forse lo era, ma la cronaca locale è sempre – di questi tempi – globale). In Germania c’è stata una mobilitazione popolare, amplificata dal tam tam sul web. Tugce è diventata un simbolo della lotta all’indifferenza in una società indifferente. Il governo Merkel alla fine le darà la medaglia federale al valor civile. Ma attenzione: Tugce e Sanel sono nati e cresciuti tedeschi, sono tedeschi e, come è evidente dai nomi e dalla storia della Germania, hanno radici in altre parti del mondo. Nelle cronache che hanno riempito i giornali di Berlino, Amburgo e Francoforte tuttavia c’è stato un assoluto, normalissimo silenzio sulle origini etniche, religiose e culturali della ragazza e su quelle del suo aggressore. Un violento e la sua vittima. La notizia e i ruoli non cambiano, aggiungendo che l’una aveva i bisnonni turchi e l’altro i genitori serbi.

E adesso torniamo in Italia
Cosa racconta a noi questa storia? Un sacco di cose. Ma soprattutto una sul linguaggio di una società tollerante, multirazziale e multietnica. Racconta che i cittadini (soprattutto in cronache così delicate e violente) sono e devono essere tutti eguali, senza pre-giudizi; e insegna che non c’è differenza tra chi subisce o compie violenze in relazione al luogo dove sono nati genitori, nonni o antenati dei protagonisti. Si potrebbe obiettare: ma noi italiani che cosa c’entriamo? E invece noi c’entriamo, eccome.
C’entriamo perché ormai non ci rendiamo più conto di quanto possa essere violento e quanto possa indurre al pregiudizio il nostro linguaggio, compreso quello adoperato dai giornali. Fate un esercizio usando uno qualunque dei nostri giornali locali e immaginate che la storia di Tugce sia avvenuta (come è possibile) in un McDonald’s di Verona, di Forlì o di Alessandria. Eccone la cronaca: «Una ragazza residente in Italia ma di origini turche è stata picchiata a morte da un cittadino italiano ma di origini albanesi…». È quotidiano trovare notizie simili sui giornali italiani. Dove quel ‘ma’ scava un doppio fossato, profondo, tra i mondi e due modi di raccontare la medesima cosa. Basterebbe solo utilizzare una ‘e’, una congiunzione anziché una contrapposizione, per dare un tono diverso alle cronache. Un ‘ma’ anziché una ‘e’ suona diverso. Insomma: suona come una presa di distanza e come un invito a ‘stare tranquilli’. Una cosa un po’ razzista: «tranquilli, questa vicenda è tra noi ma lontana da noi». È un linguaggio giornalistico che crea mostri e li allontana dalla comunità alla quale si rivolge.
Almeno in questo, le parole usate nelle cronache tedesche su Tugce raccontano che la Germania è una società senza pregiudizi. Che importanza ha sapere dove sono nati i nonni di Tugce?

Pubblicato per gentile concessione de I siciliani giovani del dicembre 2014.

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