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Genere “neutro” e “cultura” del non essere

Genere “neutro” e “cultura” del non essere
Gennaio 31
12:55 2020

“Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere”  – (Italo Calvino)

 

Lorella Zanardo,   nel suo documentario di alcuni anni fa  dal titolo “Il corpo delle donne”,  ci  fa riflettere sulla rappresentazione delle donne nei media.  Il suo lavoro parte dalla riflessione di come “le donne vere stiano scomparendo dalla tv e di come siano state sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante.  “La perdita – continua la Zanardo – ci è parsa enorme: la cancellazione dell’identità delle donne sta avvenendo sotto lo sguardo di tutti ma senza che vi sia un’adeguata reazione, nemmeno da parte delle donne medesime”.

E la riprova l’ho avuta non molto tempo fa, sfogliando le pagine di alcuni giornali di sistema  in cui si mostravano alcune immagini di donne intente a radersi il viso, come maschi, per sancire una nuova cultura del “maschile/femminile”.

Se la scomparsa delle “donne vere” è dovuta alla presenza massiccia delle donne completamente rifatte o ridotte a soprammobile, o “ri-settate” (come si dice nel web),  ci  si potrebbe chiedere se con l’invasione dei trans, etc.  non stia scomparendo anche l’uomo! L’uomo inteso in generale, come individuo pensante, che ha delle cose da dire e delle riflessioni da fare, a prescindere dal suo corpo, che sia nudo o vestito, che sia naturale o rifatto, che sia in vendita o no, che sia trans o no.

Forse -saltando su un tema di attualità-   osservando il degrado verso cui la società si sta indirizzando  per via delle spinte comportamentali indotte da una  impetuosa ed incontrollata suggestione mediatica  nella vita della gente (vedi anche i  flash mob unisex cretini), andrebbe studiata  una  “patente” di capacità operativa per chi lavora nel sociale e nella comunicazione.  Proprio come i medici hanno un organo di controllo che tutela loro ed i pazienti, così anche l’informazione pubblica dovrebbe averne uno che, se ci si comporta diversamente ai dettati di certi principi ed una certa etica, si riservi di ritirarla.

Vieppiù un tale “patentino” di capacità operativa andrebbe studiato per coloro che gestiscono la cosa pubblica  che è la  matrice del comportamento sociale,   invece di prevedere il carcere per i giornalisti che “offendono” i politici, andrebbe prevista la rimozione dei politici che non sono in grado di gestire l’ecologia sociale, l’educazione sessuale ed i costumi nella nostra società.

Smettiamola di essere dei passivi mutanti. Qualcuno ci sta iniettando un virus: crediamo che stiano  “liberando” i nostri corpi e i nostri costumi”  e invece stanno mutando le nostre menti e le nostre coscienze, rendendoci simili a burattini.

Paolo D’Arpini

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