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Genetica e dieta

Genetica e dieta
Dicembre 18
18:55 2020

“Todo este dìa con su azul racino y una secreta lagrima  de vida que tu encontraras en la Tierra”  

Sapete che “odio” ogni ideologia, sia politica che religiosa, e non mi piace nemmeno far parte di parrocchiette più o meno orizzontate in termini di morale od etica. 

Per questa ragione stento sempre a definirmi “vegetariano”… ma sono stato costretto, per via della qualificazione accettata e della moda dietetica consolidata.

Il fatto è che l’uomo, per sua natura, sia geneticamente sia anatomicamente sia ecologicamente, è un “frugivoro” come le scimmie antropomorfe, i maiali e gli orsi. Cosa significa? Tanto per cominciare dirò che l’aggettivo “frugale” od il termine “frugalità” sono propri dell’essere frugivoro. I frugivori appartengo alla famiglia dei mammiferi e si nutrono essenzialmente dei frutti della terra, in tutte le forme. Sono distinti dagli erbivori e dai carnivori poiché hanno la capacità di adattarsi ad una dieta variegata di semi, verdure, frutta, radici, cereali, legumi, etc. etc. che può prevedere anche l’uso di sostanze di origine animale, come il latte, le uova, il miele, e pure insetti e piccoli animali o molluschi. 

Lo “svezzamento” non è altro che il processo di adattamento della flora batterica intestinale che si rende idonea ad assimilare e digerire cibi che sarebbero altrimenti indigeribili ed inassimilabili. Insomma per poter assorbire le sostanze nutritive della carne, ad esempio, debbono crearsi nello stomaco appositi enzimi digestivi, una sorta di anticorpi, che sono in grado di scindere le proteine carnee e renderle accessibili all’organismo. 

Questa capacità di tutti i frugivori è stata “inventata” dal processo evolutivo per far fronte ad eventuali carenze e necessità alimentari particolari incontrate durante il corso della vita e dell’espansione sul pianeta Per le donne in particolare l’integrazione carnea può essere necessaria nel momento della gravidanza allattamento ed anche in seguito alle “perdite” di sangue mestruale. 

Per il maschio l’uso di carne, o di sostanze di origine animale, è meno fondamentale ed ha la semplice valenza di “eccitante” in quanto mantiene uno spirito di aggressività più evidente. Infatti in India, da sempre di cultura vegetariana, ai guerrieri (kshatrya) è consentito l’uso della carne e ciò vale anche per i fuori casta o genti tribali (pariah) che vivono spesso nelle foreste di caccia e pesca, non praticando l’agricoltura. 

Inoltre è da notare che dalla ricerca fatta sulle feci fossili, rinvenute negli accampamenti degli uomini primitivi in varie parti del mondo, risulta che l’ingestione di sostanze di origine animale era limitatissima, non superando il 10% del totale cibo assunto. 

Qui vorrei fare un inciso sulla favola dell’uomo primitivo “cacciatore” che in realtà non andava a caccia ma, aggregato in branchi di perdigiorno, vagava nella savana armato di bastoni e lance, e si limitava a scacciare i predatori e rubar loro le carcasse degli animali uccisi, se gli andava bene. Questo sino al neolitico in cui iniziò l’allevamento di armenti che rese più accessibili sia il latte che la carne. Altra dimostrazione in tal senso viene dall’analisi delle abitudini alimentari di popoli aborigeni che integrano la dieta frugivora con pesce e piccoli animali, come i roditori, presi con trappole. 

Insomma il mangiar carne è per l’uomo un adattamento a condizioni estreme e la carne può essere considerata alla stregua di “medicina” ovvero una sostanza di cui far uso solo in caso di bisogno. Mi viene in mente ora una storia che esplicita questa capacità di aggiustamento anche in altre specie specificatamente erbivore…. Non ricordo quale esploratore polare (Scott?) per evitare di dover trasportare eccessivi carichi di viveri aveva allevato delle capre abituandole a trainare le slitte sul ghiaccio, poi pian piano cambiò la loro dieta usuale nutrendole di pezzetti di carne di capra, alcune sopravvissero e si adattarono a mangiare la carne e quelle furono usate per affrontare il viaggio al polo e fungere anche da cibo (alla bisogna) sia per gli umani che per loro stesse…. 

Va beh, questo è un caso estremo ma quello che volevo significare è che la natura ci ha resi adattabili ed anche l’uomo in caso di necessità può sopravvivere di sola carne, come fanno ad esempio gli esquimesi od alcuni popoli delle steppe che però hanno una durata di vita brevissima (trenta o quarant’anni al massimo). 

Nei climi moderati o tropicali la necessità integrativa dell’alimento di origine animale è ridotta quasi a zero, fermandosi al già nominato latte, formaggio, miele, uova, etc. 

Da ciò se ne deduce che la dieta naturale dell’uomo è priva di carne, nella sua media universale, e che mangiar carne è innaturale (in grandi quantità) e che definirsi “vegetariani” è una forzatura ideologica e che quindi non ha nessun significato reale dal punto di vista della fisiologia umana. L’uomo, ed io stesso, è solo un “frugivoro”. 

Mo’ vedete voi come metterla con tutti questi animalisti di buon cuore che dichiarano di essere vegetariani per motivi etici…. (ne ho conosciuti molti di arrabbiati vegani o frugivori stretti che dopo qualche anno scoppiano e ritornano alle salsicce…). Quello che serve in realtà è solo aderire alla propria natura e di conseguenza non mangiar carne come non mangeremmo le caccole del nostro naso (superata una certa età uno smette…). 

Paolo D’Arpini 

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