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Giotto l’artista dell’anima

Giotto l’artista dell’anima
Aprile 20
15:29 2022

Il titolo esatto di questo recentissimo libro di Alessandro Masi è “L’artista dell’anima – Giotto e il suo mondo” (Neri Pozza ed., pp. 192, euro 18,00, febbraio 2022).

Prima di entrare in argomento, voglio fare delle considerazioni utili al contesto, in quanto un’opera va presentata nel suo insieme, un insieme che comprende non solo il testo, ma l’autore, e il significato ultimo che egli esprime nelle pagine, dacché, se è vero che (come disse Roberto Rossellini) i messaggi li consegnano i postini, non esiste opera – che sia valida al presente e per il futuro – la quale non contenga, sotto forma di metafora, allusività, translitterazione etc., il pensiero che l’autore vuole consegnare ai fruitori; solo che lo scrittore (e il congenere, dal musicista al pittore etc.), a differenza del filosofo, nasconde sotto le immagini e la fantasia la sua visione del mondo. Allora, per prima cosa bisogna dire che Alessandro Masi è un grande scrittore. Dietro di lui sta un universo che si snoda in modi diversi. Questa volta lo spunto è dato da un’indagine storico-lirica su Giotto (Masi è anche critico e storico dell’arte di altissimo livello: indico, tanto per dare un esempio eloquente, “Idealismo e opportunismo della cultura italiana: 1943-1948”, Mursia, ove lo scavo coraggioso nei documenti di solito “poco consultati” ha portato alla luce una ricchissima porzione di storia: cosa che ha suscitato attenzione e, qua e là, polemiche come accade spesso quando si hanno in mano elementi scottanti e scomodi).

In “Giotto”, l’osmosi fra narrativa e saggistica è perfetta (cosa rara ai nostri giorni, in cui spesso prevale la fantasia sulla realtà storico-scientifica falsandola, o la seconda sulla prima e allora il risultato è legnoso, privo di anima).

Siamo, dunque, al tempo più fertile – forse – della creatività italiana (Masi prende in esame una triade fondamentale per il futuro di tre categorie: Giotto, appunto, innovatore che apre al domani fino ai nostri giorni, nel campo pittorico; Dante, padre non solo della nostra lingua, ma profeta politico, letterario e visionario d’un mondo alternativo a cui l’umanità migliore tende da secoli; Francesco d’Assisi, colui che – secondo alcuni teologi – ha addirittura dilatato l’orizzonte dei secoli cristiani con l’attenzione salvifica a ogni creatura animata e inanimata, tutte suggello dell’unica fonte di energia universale che è Dio).

Orbene, se l’Alighieri è stato contemporaneo di Angiolotto (o Ambrogiotto), come mai l’Autore dà spazio di collegamento col pittore e il Poverello d’Assisi, morto assai prima che il rivoluzionario “dipintore” nascesse? La stessa domanda diviene lecita se spostata sul piano della “Divina Commedia”. Infatti, Giotto ha avuto la provvidenziale occasione di “rivivere”, attraverso gli affreschi nella basilica di Assisi, il mistero della vita terrena del Santo, come il nostro massimo Poeta ha interiorizzato le stigmate di Francesco non solo nel canto XI del poema sacro, ma nella ispirazione quasi totale di esso attraverso il dictat dell’itinerarium mentis in Deum. Siamo, verosimilmente, davanti a un triangolo isoscele capovolto, la cui punta più acuta è verso il basso e la base in alto, rappresentata da due figli talvolta diversi nell’intendimento e nella prassi: Dante e Giotto. Questo ci sembra dire Masi in pagine di  straordinaria bellezza narrativa, fresche, eppure dense di notizie, capaci di entrare dal generale al particolare quotidiano, con documenti, nomi (si fa riemergere il cardinale Matteo d’Acquasparta, inviso a Dante che lo paragona, per contrasto, a Ubertino da Casale laddove egli tratta dell’applicazione della regola francescana, per cui l’uno – Matteo – la fugge e l’altro – Ubertino – la coarta: Dante è nel mezzo, col suo particolare equilibrio che mostrerà anche fra gli estremi fideistici del tomismo e gli altrettanto perniciosi della sola fede oltre la ragione). E nel discorso c’entra pure il singolare frate Elia, ma non solo col suo egocentrismo, bensì nel merito di aver pensato alla basilica a due piani dedicata al Santo in Ascesi, e nella quale entrò l’arte di Cimabue e quella suprema, eterna, rivoluzionaria di Giotto.

Mi si permetta una parentesi. Ogni capitolo riporta un esergo preso da antichi testi (“Divina Commedia” compresa) e dimostra, se ce ne fosse bisogno, il forte gusto del linguaggio – da parte di Masi – \che sostiene anche questa prova, tornando alla parlata delle origini (io che ho letto tutto, o quasi, del professore, da tempo ho notato il suo interesse lirico-filologico per gli idiomi, lui che, d’altronde, opera in tutto il mondo in difesa della nostra lingua tramite la Società Internazionale Dante Alighieri di cui è Segretario Generale, infaticabile, innovatore nelle sue intuizioni che rende concrete con la sua intelligenza operosa: e quanto affermo è convinzione comune, ormai). Ma qui si assiste anche ad una perizia delle tecniche pittoriche dei secoli da lui descritti, e la conoscenza di particolari che i non iniziati conoscono appena, me compreso naturalmente, quale l’amicizia di Giotto con Cavallini, l’ambiente romano, la sotterranea gelosia di Cimabue (spocchioso e perciò stesso inviso a Dante che lo castiga ben bene dell’XI del Purgatorio), la longa manus dei Papi-Mecenati e gli intrighi umani mai assenti in ogni porzione del vivere civile. Insomma, c’è un mondo che palpita, pensa, agisce nelle passioni che di solito la “storia ufficiale” ignora o dimentica per sua natura (come osservano giustamente Manzoni e Tolstoj). Le invidie, le speranze, gli orpelli del “campare quotidiano” (non esclusa l’arte della tavola, nostra suprema bandiera anch’essa culturale): di fatti, se vogliamo conoscere il vero motore nascosto del mondo, per esempio quello romano antico (oltre le guerre gelide e dipartitive), dobbiamo leggere non solo – e non tanto – Livio, Tacito, Svetonio, Ammiano Marcellino…, ma Orazio, Plauto, Terenzio, Marziale, Giovenale, Petronio, Seneca, Apuleio, così come nel Medioevo non dobbiamo solo attenerci agli storiografi, perché sono più eloquenti e completi Dante, Boccaccio, Salimbene da Parma, Rodolfo il Glabro… tanto per citare qualche dato noto. Ecco: qui, in questa prova complessa, incontriamo fuse la grande storia e la piccola cronaca quotidiana, di modo che i personaggi e le loro “minime ma illuminanti gesta” ci vengono avanti complete, diremmo ancora – si parva licet – con l’anima e con il corpo, con la grandezza insuperata del genio di Giotto e con la sua manica stretta nel denaro, la sua bassa statura tozza e i figli brutti, monna Ciuta devota e chissà se conscia di dormire nello stesso talamo in cui un genio ha russato nelle notti, magari un po’ bevutello… La realtà, così com’è, è la poesia stessa e la verità della teologia tradotta in immagini: “Noi pittori abbiamo il dovere di narrare la buona novella di Francesco e dei vangeli e non rimanere soli e ascosi come gli asceti. Io vorrei dipingere uomini veri, perché la verità dei corpi è verità divina…”

Giotto era giunto a Roma, chiamato dal cardinale Stefaneschi, sul finire del 1297 o agli inizi del 1298. Lo vedi e lo senti in via di Panico, in quelle due camere non brillanti di pulizia, e gusti con lui i piatti “romaneschi”, grazie ai quali aveva messo su qualche chilo, ma, come dice Orazio, il cervello non gli si era “ingrassato”. I capolavori si susseguivano, allo stesso ritmo dei  pranzi col vino dei Castelli Romani, la coda alla vaccinara, la  trippa e i fegatelli (noto con grande piacere il gusto delle descrizioni dei piatti tipici non solo della Capitale, ma di Fiorenza, Milano, Veneto, insieme – e qui sta anche l’ingegno narrativo di Masi – agli elenchi colti dei materiali che formano la vasta tavolozza del pittore al tempo in cui i colori non si vendevano bell’e pronti, ma bisognava ricavarseli con tecniche proprie e segrete: cinabri, rossi d’Helio, lapislazzuli, azzurri d’ogni tipo, cadmio limone, gialli di zinco, verde cobalto, smeraldo, malachite da macinare, gesso, calcina, colle pregiate, pozzolana, setole e legni per pennelli…)

Un giramondo, quell’Angiolotto o Ambrogiotto (richiesto, grazie alla sua fama, da uomini facoltosi e committenti ecclesiastici), il quale, dalla Roma papalina passa all’Italia del nord, dove concepirà uno dei suoi altissimi capolavori, costoso anche per le tasche di uno Scrovegni. E hai voglia tu ad essere un “buon motteggiatore”, caro il mio Giotto, quando monna Ciuta si inalbera, more uxorio, per le trasferte del marito. E così il nostro Maestro ha l’idea di portarsi dietro non solo la sposa, ma i numerosi figli (sta qui il “favoloso sgarbo” dantesco, nella celebre cena – vera o inventata non sappiamo, ma reale nello spirito scontroso di Dante, il quale rispose male anche al suo generoso ospite Cangrande quando fecero lo scherzo di deporre ai piedi del sommo Poeta gli ossi spolpati dai commensali e, a una battuta ilare e pungente del Signore, l’Alighieri fece notare di non essere un “cane” –; celebre cena perché Durante – di cui Dante è ipocorismo – ebbe a confrontare le pitture stupende di Giotto coi figli bruttissimi di lui, e ricevette per risposta: “È perché dipingo di giorno e procreo la notte”).

Negli spostamenti, al colmo della sua gloria, poteva mancare Napoli, altra capitale della cultura, città che, quando Roma era vergine e guerriera – come scrive Domenico Rea – aveva il corpo pingue e molle di una civiltà greca antichissima? Anche in queste pagine la sapienza vivace di Masi prende a viva forza il lettore. Ma non si creda che Alessandro limiti la sua magistrale narrazione ai fatti di contorno; no: egli equilibra la frizzante quotidianità con la storia e soprattutto con le documentazioni riguardanti i capolavori – alcuni perduti – che hanno aperto il futuro della pittura mondiale. Spesso, ma di scorcio, prorompe il narratore lirico negli squarci di descrizioni naturali (“Lui – Giotto – si godeva quel vento tiepido che la sera veniva su dalla riva del mare”, e poiché siamo nella patria del sole e dell’ottima tavola, ai cibi montani descritti fin ora si aggiungono quelli salmastri: moscardini, seppie, calamari, donzelle, triglie, sarde, spigole, saraghi e murene già tanto apprezzate da quel buongustaio che era stato Lucullo). Ma sarebbe interessante leggere le testimonianze (di cui questo libro è ricco) riguardanti le opere che il grande pittore creò nei luoghi che sono diventati mete di pellegrinaggi da tutto il mondo (Napoli compreso, con le gigantesche aree da ricoprire nell’immaginativo poetico, come la Cappella Palatina di cui rimasero poche tracce). Ed eccoci, nel tempo tiranno che srotola gli anni a guisa di giorni, al campanile di Firenze, che tanti problemi stese sul tappeto della creatività per Giotto, il quale cominciava a sentire il peso degli anni, almeno nel corpo, non nello spirito creativo.

Non vorrei mai concludere la recensione a questo capolavoro (credetemi: è una parola che uso di rado), però mi viene in mente – e mi scuso se l’ho già accennato – che insieme alla sostanza dell’arte che è nel tema del testo, si muove un mondo fatto di notizie, belle e brutte (pensate agli Scrovegni – Enrico – mecenati, e al prossimano suo ficcato da Dante in Inferno fra gli usurai), in un’osmosi continua e inesplicabile, nella quale non è facile trovare il bandolo della matassa immensa delle azioni umane, contraddittorie, nelle quali si vede spuntare un fiore delicato laddove c’è afrore di cose imputridite e invece piove grandine di fuoco nei luoghi a segnacolo esemplare, almeno nelle intenzioni.

Devo chiudere, perché ai recensori è dato un certo spazio e non più. E allora, in quale punto-chiave coglieremo la poetica di Masi? Io credo in molti, ma sono costretto a indicarne uno solo, che, fra l’altro, risponde a verità nella storia (ne è esempio supremo lo stesso Dante, il quale ha dovuto attendere 500 anni per assurgere al culto che gli compete), quando un’opera è osteggiata dai contemporanei e osannata dai posteri, lottando essa, da sola, col suo valore unico e muto: “Il genio, come il mare, prima o poi rompe qualsiasi argine”.

In pratica, ho finito, anche se ho illustrato poco rispetto alla ricchezza del volume, ma tiro in campo un celebre detto, preciso nel contesto: “Un libro comincia in noi quando si è finito si leggerlo”. Questo accade con quest’opera di Alessandro Masi: e credo non solo a me!

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