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I Papi e il Rock
Maggio 26
07:27 2013

bob dylan suona ai piedi del papa maggiesfarm it«c’era ragione di essere scettici, io lo ero, e in un certo senso lo sono ancora, di dubitare se davvero fosse giusto far intervenire questo genere di ‘profeti’. Eppure le parole di Wojtyla riuscirono a toccare quello che le proposte dell’industria del tempo libero e il modo contemporaneo di consumare la vita lasciano completamente da parte, la domanda che riguarda ciascuno di noi personalmente» (Joseph Ratzinger, Giovanni Paolo II, il mio amato predecessore – Edizioni San Paolo, 2007).

Il “profeta del rock”, il 27 settembre del 1997, salì sul palco del Congresso Eucaristico di Bologna, intonò la sua più celebre canzone e formulò la domanda emblematica: «Quante strade deve percorrere un uomo, prima che lo si possa chiamare “Uomo”?». Il menestrello ammette di non saper rispondere: per lui, “la risposta soffia nel vento” e resta lì, sospesa, a far da eco ai dubbi, mentre la ricerca del senso profondo della vita continua. Nessun uomo ha mai saputo appagare quella richiesta particolare alla quale la canzone Blowin’ in The Wind diede voce, corpo e musica. Nessun uomo, tranne uno: Giovanni Paolo II. «La risposta è Gesù», disse il Papa che prese i versi di Dylan e li citò in un’allocuzione solenne. Non era mai accaduto (e forse non accadrà di nuovo) che il testo di una canzone folk-rock, pacifista, scaturita dalla cultura popolare nel 1962, in un momento storico che cominciava a delineare i tratti della contestazione, assurgesse a materia di citazione per il discorso di un pontefice. Ma Bob Dylan e i suoi musicisti suonavano su un palco ai piedi del Papa: quel 27 settembre, in modo discreto e quasi inavvertito, il rock e il Vangelo ebbero un colloquio diretto.
Più ferma e critica verso la Chiesa fu invece Sinead O’ Connor. La sua voce si levava da lontano. Lei, diversamente da Dylan, non strinse le mani di Giovanni Paolo II ma strappò in pubblico una sua foto, in segno di protesta. Accadde nel 1992, durante il Saturday Night Live, un noto programma della NBC. La cantautrice irlandese interpretò una canzone di Bob Marley (War), ne modificò parzialmente il testo – allo scopo di lanciare un messaggio particolare – e, infine, agganciò con sguardo severo la telecamera e, rivolgendosi direttamente a Papa Wojtyla, lo esortò: «combatti il tuo vero nemico!» («Fight the real enemy!»). L’artista alludeva alla questione della pedofilia, che già adombrava la credibilità della Chiesa Cattolica americana. La sua denuncia, evidentemente, era stata davvero profetica, alla luce degli scandali esplosi in seguito, durante il pontificato di Benedetto XVI.
Ma il vento e la musica rock – la storia lo dimostra – insieme alle domande, trasportano la voglia di cambiamento, di rinascita e di spiritualità. È di questo avviso Patti Smith. Lei, contestatrice per eccellenza già molti anni prima della più giovane Sinead, aveva fatto della sua musica, il punk prima e la new wave poi, un elemento decisivo per rompere con l’ipocrisia sociale e le false speranze nel progresso della civiltà. Di quell’ondata di dissenso, Patti Smith fu eletta a simbolo profano, diventando la “sacerdotessa del rock”, per una nuova contro-cultura. Non ebbe mai paura nel dissacrare quel che sembrava intoccabile. Esordì con versi come «Jesus died for somebody’s sins but not mine» («Gesù è morto per i peccati di qualcun altro ma non per i miei»), assumendosi la responsabilità delle proprie colpe; affermò che Mick Jagger, Hitler e Cristo avessero un pari carisma nel riuscire a conquistare le folle; dedicò una canzone a Papa Luciani e, giunta a Firenze in concerto, il 10 ottobre del 1979, sul palco fece esporre una gigantografia di Giovanni Paolo I, scomparso da pochi giorni, dopo soli 33 giorni di pontificato. L’immagine è la stessa che si trova all’interno di Wave – l’album che la cantante e poetessa di Chicago pubblicò quell’anno – e che reca la scritta: “La musica è riconciliazione con Dio”. Patti Smith non ebbe occasione di incontrare il suo papa ma lo scorso 11 aprile, all’età di 66 anni, ha potuto stringere la mano di Francesco, che l’ha ricevuta in udienza aperta, a San Pietro. Patti Smith non è cattolica (Bob Dylan, di origini ucraine ed ebraiche invece, si convertì al Cattolicesimo nel 1979) eppure la Pasqua, la Resurrezione e la rinascita spirituale laica, sono temi a lei molto cari, che tornano spesso nelle sue canzoni, come la fratellanza e gli ideali francescani. Per il suo disco più recente, Banga, la rockstar recita in italiano la Preghiera Semplice del santo di Assisi: «Oh Signore, fa di me lo strumento della tua Pace. Dove è l’odio, che io porti l’Amore/ Dove è dubbio, ch’io porti la Fede/Dove è errore, ch’io porti la Verità/Dove è disperazione, ch’io porti la Speranza/Dove è tristezza, ch’io porti la Gioia/Dove sono le tenebre, ch’io porti la Luce», sottomettendo così la sua espressione artistica alla grandezza di tali convinzioni. Di Till Victory, canzone contenuta nell’album Easter (del 1978), aveva detto: «Till Victory parla della distruzione della mitragliatrice da parte della chitarra elettrica, e spero che sia una profezia».
Ragionando sui dubbi del Papa Emerito Benedetto XVI ci si accorge di come certi rockers – proprio la loro musica lo dimostra – siano dei “profeti” particolari: ecumenici ma anticonvenzionali, accordano i loro ideali laici con la spiritualità religiosa. Usando la parola “profezia” – che reca in sé la forza della speranza e il coraggio della sua realizzazione – esprimono la loro fede terrena, in quella Umanità da riconquistare lungo le strade della vita.

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