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I Santi li ho tirati giù dal cielo, di Antonio Bennato

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I Santi li ho tirati giù dal cielo, di Antonio Bennato

I Santi li ho tirati giù dal cielo, di Antonio Bennato
febbraio 13
23:00 2011

lanciotti-I-santi-li-ho-tirSe l’avessi cercato, non l’avrei trovato in giro. Ma per una felice combinazione ecco che mi trovo fra le mani il romanzo di esordio di Antonio Bennato I Santi li ho tirati giù dal cielo edito da Mondadori nel 1988. Emblematica la copertina: un ex-voto che lascia un’impronta di cielo dov’era appeso e giace ora rovesciato sul fondo della ruvida parete color terra. Il libro non porta alcuna introduzione e solo una stringata notizia sull’autore, nato nella provincia salernitana nel ’47, sposato e con un figlio, che all’epoca viveva ad Ariccia e lavorava a Roma.
Vent’anni di silenzio prima che Antonio Bennato si riproponga con il libro di racconti La capitana e subito dopo, nel 2009, con la raccolta di poesie Quo vadìsse, Pulecenè, entrambi pubblicati con Alfredo Guida Editore. Nella sua ultima pubblicazione finalmente Bennato parla di sé nella breve introduzione, ed ecco che il linguaggio confidenziale ed eletto destinato ai suoi lettori si scopre essere lo stesso riscontrabile nella sua narrativa, e che l’autore che si rivela oggi va a combaciare con il protagonista del romanzo scritto alcuni decenni prima, senza risentire dello sfasamento dei tempi se non per un maggiore affinamento. Antonio Bennato, è evidente, possiede una scrittura personalissima e geniale, e per quanto corra l’obbligo, parlando di un autore, di collocare il suo genere letterario e cercare assonanze con i maggiori rappresentanti – e in tal caso l’accostamento porta al Verismo di Verga e Capuana, e al realismo di Salvatore Niffoi – vien piuttosto da dire che Bennato è paragonabile solo a Bennato, e che la sua scrittura, per bellezza stilistica e necessità d’essere, non può avere per modello che se stessa. «E io che mò gridavo rimango zitto. E nel silenzio mi passa per mente che ‘sto vino, sciampagnissimo a Cana, qua sopra la tavola nostra diventa acqua addolorata, è vino per scena, è vino per la proforma, e un miracolo dentro la bottiglia per me non ci lampeggia mai». Questo l’incipit del romanzo. E già l’incanto afferra il lettore, con parole di una ruvidezza affogata di grazia e una ribellione che cerca ostacoli da frantumare. I santi li ho tirati giù dal cielo è la storia di un ragazzino napoletano che per essere salvato dai pericoli della strada, e da una miseria morale retaggio di mortificazioni secolari, viene mandato in seminario per studiare da prete e indossare quella veste che dà dignità e potere, ma il riscatto sognato dalla famiglia chiederà troppo al povero Raffaele Martino, combattuto fra il desiderio di assecondare le aspettative dei parenti e arrivare a capire l’entità della sua vocazione. «Oh Rafiluccio figlio ammè carissimo, l’unico conforto mio sei tu, tu solo. Quando mi sento disperata penzo a te e mi dico coraggio quel figlio sarà sacerdote. (…) nun tradì, nun tradì mai figlio, p’ammore Eddio». E Rafiluccio, nel suo cuore: «Pensavo: voi siete i traditori, state tradendo me con tutti i mezzi, sono io che non tradisco nessuno. Ma se resto continuerò a ingannare Dio e me e gli altri, tutti gli altri, tutta la cristianità. Fuori non dovrò impiccarmi mai, avrò delle prove, la vita è una prova, non castigo, il castigo è qui è qui». Un’opera di grande religiosità che rifiuta tutte le dottrine per ricercare l’Essenza nel respiro del proprio essere e del mondo, con la sofferenza dell’umile che non si prostra ma che tende col massimo sforzo verso l’Alto e verso l’altro, non per pretendere ma per comprendere e condividere. Una religiosità che si rivolge alle cose terrene, naturali e miracolose, come il generare un figlio e il doversi misurare con l’amore. «Ma può esistere un amore quando l’infanzia è stata vestita di nero e dove ti voltavi e dove ti giravi il limite era il peccato?». Una storia raccontata con una lingua perfetta per il contesto – i vicoli di una Napoli mai abbastanza esplorata -, che nella sua autenticità aggruma e fa lievitare l’arcaico e il mai detto, con una sonorità di linguaggio che accende le più recondite zone d’ombra d’un vissuto che t’incatena e ti libera nello stesso tempo con la sua forza di verità. «La tonaca te la buttano addosso che sei un buffoncello e, durante l’estate, quando torni al paesino, pett’in fuori, la sfoggi per la piazza tutto impastoiato negli sguardi affettuosi della brava gente. Ma mò che sei grande ‘o buffone non lo puoi più fare, la cosa diventa seria, perché ci sono tre Bastoni e ti senti bussare con ognuno di essi: Sei pronto?».
Antonio Bennato ha ancora molto da dirci, e certamente troverà il modo di farlo, anche se non ha santi in paradiso, avendoli tirati giù a suo tempo. Bennato possiede qualità raramente riscontrabili nel campo della letteratura contemporanea, e ciò che resta da augurarsi è che qualche Editore di buon fiuto non solo pubblichi le sue nuove proposte, ma riprenda in mano la sua Opera Prima per ridare alle stampe un romanzo di profondissimo respiro, da tempo introvabile.

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