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Il destino di un gigante

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Il destino di un gigante

Il destino di un gigante
gennaio 04
02:00 2007

L’informazione a mezzo stampa – informazione per antonomasia, il giornalismo cartaceo – è il gigante, la grande forza ora analizzata in profondità. Il suo percorso, il suo destino, è invece il grande interrogativo posto con relativa inchiesta, fine agosto, dal periodico ‘The Economist’: ‘Who killed the Newspapapers?’. Inchiesta accompagnata ora dalle previsioni dello scrittore Philip Meyer nel libro The vanishing newspaper. Informare, comunicare, costi e benefici, contenuti, lavoro ed impiego, mentalità e tutto ciò che orbita attorno la galassia culturale del giornalismo cartaceo, sopravvissuto all’invadenza della televisione ma oggi roso, assediato di nuovo. Una rocca assediata da nuove artiglierie o da nuove orde barbariche ferme alle mura e, nel peggiore dei casi, inquinata e indebolita da complotti ed intrighi interni tra i castellani, tra i difensori della rocca. Roso dai ‘blog’ (organi d’informazione più sussidiari o integrativi che veramente rivali), dalla stessa velocità o ‘alta digeribilità’ del web e della televisione. Vi sono poi limiti di natura socio-culturale, come il seguire di più le notizie ‘non troppo impegnative’ culturalmente e mentalmente tipo il pettegolezzo, oppure la tendenza eccessiva ad informarsi sullo sport (il calcio su tutti), su temi che tendono ad esaurirsi maggiormente, o che si esauriscono, si svalutano più velocemente o che ‘distraggono’ il lettore. Oppure (limite questo di natura socio-giuridica), sperare che il tuo giornale venga accettato dalla rete di esercizi pubblici commerciali ove è consegnato; che venga accettato dalla concorrenza, e locale, o da altri giornali (ora protagonisti di ‘abuso/eccesso di posizione dominante’ e nella logistica) e quindi messo in condizione di poter essere almeno ben notato dal pubblico come per tutti i restanti giornali senza subire boicottaggi o sabotaggi, ora conditi di ‘politica’ e quant’altro. Limiti di natura socio-culturale, con forti implicazioni politiche ed economiche, sono poi anche i recenti appelli alla lettura («leggo, dunque produco») esternati dal Presidente della Repubblica e dal presidente di Confindustria: l’acquisto di libri è un indice per misurare la produttività di un paese; in Italia dal 2000 la percentuale dei non lettori (popolazione dai 6 anni in su) è mediamente intorno al 60%. La scarsa propensione alle lettere (e una sconcertante persistenza di sacche di assoluta ignoranza al 2006) in Italia è stata più volte denunciata da diversi saggisti e istituzioni. Infine, vi sono limiti di natura economico-finanziaria a monte dei giornali, che possono riassumere e comprendere sostanzialmente tutti i vari limiti e problemi precedenti, a partire dai giochi (nel senso di malafede) di potere o di interessi occulti che ‘invitano’ a non affrontare certe notizie o inchieste, che invitano a non far pensare troppo il pubblico, a renderlo il meno responsabile e cosciente possibile su come va il Mondo, a partire dalle più elementari cellule sociali ed umane. Informazione ora in cerca di un equilibrio tra l’intrattenimento e l’impegno. È un’analisi meticolosa – quella dell’Economist – che mette in luce vecchi e nuovi limiti e problemi, noti e non. Analisi che vuole essere un elettrochoc per stimolare una più sana ed equilibrata dieta mediatica, focalizzandosi sull’informazione cartacea. La carta stampata, scrive sempre l’autorevole foglio, ha un destino segnato e la fine arriverà nel 2043. Questa è la data in cui verrà acquistato l’ultimo quotidiano negli Stati Uniti, questo sarà il momento in cui ‘l’ultimo’, esausto lettore getterà via ‘l’ultimo’, raggrinzito quotidiano. Secondo il giornale, di tutti i mezzi di comunicazione di massa, sarà proprio la stampa a soffrire di più della sfida lanciata da internet. I giornali non hanno ancora iniziato a chiudere in massa, ma viene da chiedersi se non sia solo una questione di tempo. Del resto i dati parlano chiaro e l’allarme c’è. La diffusione è crollata negli Stati Uniti, in Europa occidentale, America Latina, Australia e Nuova Zelanda e l’invasione di internet non ha fatto che accelerare, negli ultimi anni, questo irreversibile processo. Secondo stime della Newspaper Association of America, il numero di persone che lavorano nel settore è sceso del 18% tra il 1990 e il 2004. Questo fosco scenario, però, non deve spaventare troppo, sostiene l’Economist. Il confronto democratico da sempre promosso dai quotidiani, infatti, non morirà. Dopotutto, è riuscito a sopravvivere anche al colpo inferto negli anni Cinquanta dalla diffusione della tv. Ma allora il pericolo esiste o no? Secondo la rivista inglese il problema va analizzato prendendo in considerazione diversi aspetti. Il più vecchio dei media è in pericolo, ma si può e si deve fare qualcosa per salvarlo. Il settimanale cita numerosi giornali che hanno dato fiducia al web trasferendo le notizie on-line e creando dei veri e propri siti di informazione. L’Economist parla di un giornalismo in evoluzione che non può non tenere conto dei nuovi strumenti di comunicazione, delle nuove potenzialità che la carta stampata potrebbe trovare nel web. Se poi si tiene conto che anche l’offerta di pubblicità è diminuita, ecco allora che le varie case editrici si trovano costrette a pensare a nuove accattivanti soluzioni che spingano il lettore all’acquisto, derivando quindi verso lo sterile spettacolo. Ma da qui alla disinformazione il passo è breve. Che cosa non si fa per attrarre più lettori? Ecco dunque chi propone di aumentare il gossip oppure, perché no, mettendo la pubblicità in prima pagina. Trasformiamo il quotidiano in un magazine, ma lo spettro della disinformazione incombe. E allora qual è la giusta ricetta per sopravvivere? Basta con i soliti errori scrive l’Economist. Ci vuole più qualità, sostiene il settimanale britannico. Solo così si sopravvivrà alla crisi. Più attenzione al lettore, più informazioni, più inchieste e allora crescerà anche la tiratura. Un destino di pochi, pronostica tuttavia l’Economist. Si è dovuto ricredere anche Rupert Murdoch, l’editore globale che aveva definito la carta stampata «un fiume d’oro», e che ora replica alla crisi preoccupato: «Il fiume si sta prosciugando e si deve lavorare seriamente per recuperare». Ma c’è anche chi è ottimista. Si tratta del giornalista premio Pulitzer Peter Kahn che per un certo periodo è stato il numero uno del gruppo Dow Jones, proprietario del Wall Street Journal. Kahn è convinto che la carta stampata ce la farà perché si rivolge ad un pubblico intelligente che pretende.

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