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Il diario segreto di Thomas Ashby

Il diario segreto di Thomas Ashby
Marzo 03
21:17 2021

L’incontro con la vita dei grandi uomini, letterati o scienziati che siano, avviene normalmente nella forma asettica, fredda e distaccata della biografia. Si elencano date, episodi e opere come se fossero “oggetti” esposti in una vetrina. Quando si vuole entrare in una dimensione più umana si accenna – sempre con il “distacco” di chi guarda dall’esterno la vetrina –  a qualche particolare episodio della sua vita che possa gettare un po’ di luce sull’aspetto umano, catapultando il personaggio dalla sua storicità alla quotidianità riconoscibile da chiunque.

Invece, ben altro approccio è quello di fare la conoscenza di un personaggio illustre prima nella sua quotidianità e intimità, per entrare poi, sorpresi e ammirati, nella sua dimensione pubblica storica. Questo è quanto accade con i romanzi storici: dopo averli letti si ha la irrefrenabile curiosità di sapere come realmente sono andate le cose, andando a cercare in quegli scritti, “scientifici”, spogli dell’invenzione romanzesca.

E questo è quanto hanno realizzato, con grande destrezza, Lucia e Maria Scerrato, cugine nella vita reale come nel loro  romanzo Il Gentiluomo inglese, che altri non è che Thomas Ashby, illustre archeologo, antropologo ed etnologo inglese della prima metà del Novecento, trapiantato in Italia fin da giovane e innamorato del nostro Paese, al punto di dedicare tutta la propria vita di studioso a una minuziosa documentazione di Roma antica in particolare e, più in generale, dei costumi e del folklore italiano. Una sua caratteristica, pionieristica per i primi del secolo XX, era l’uso sistematico della fotografia, sia come documentazione sia come “taccuino” per appunti. A bordo di un dirigibile, nel 1919, ha voluto fotografare dall’alto i siti archeologici da lui studiati, per documentarne meglio la topografia, soluzione veramente innovativa e anticipatrice delle moderne tecniche aerofotogrammetriche oggi utilizzate in archeologia. Ci ha lasciato una imponente raccolta di fotografie della campagna romana e delle antichità romane, che costituiscono una preziosa documentazione di paesaggi e siti dell’Italia ancora contadina, prima che l’avvento della meccanizzazione ne stravolgesse l’aspetto. Notevole fu il suo contributo alla ricostruzione della topografia di Roma antica e alla descrizione degli acquedotti romani. Le sue opere maggiori raccolgono i risultati delle sue originali escursioni di archeologo, rigorosamente documentate con moltissime fotografie: Turner’s Visions of Rome (1925), The Roman Campagna in Classical Times (1927), A Topographical Dictionary of Rome (1929) di Samuel Ball Platner che completò e revisionò alla morte dell’autore, The Aqueducts of Ancient Rome (postuma del 1935). Dal 1906 al 1924 fu direttore dell’accademia britannica di archeologia, storia e belle arti British School a Roma, di cui era stato il primo studente nel 1902 come vincitore di una borsa di studio. Fu membro dell’Istituto Archeologico Germanico (1913), della Pontificia Accademia Romana d’Archeologia (1914), dell’Accademia dei Lincei (1918), del Royal Institute of British Architects (1922), della Società Romana di Storia Patria (1923),  dell’Accademia di San Luca (1925) e della British Academy (1927). Morì nel 1931, in circostanze non del tutto chiare, cadendo dal treno che lo doveva portare a Oxford per un ciclo di conferenze a Christ Churc, l’università dove aveva studiato.

Ma l’incontro con Thomas Ashby per il lettore del romanzo storico Il Gentiluomo inglese, di Lucia e Maria Scerrato, non è con lo studioso e l’accademico pocanzi descritto, o meglio non lo è fino alle ultime pagine quando finalmente ne viene rivelata l’identità completa. La stessa disposizione, alla fine del libro, della breve ma illuminante nota biografica scritta da Richard Hodges, archeologo e rettore dell’Università Americana a Roma, è stata una sapiente scelta delle autrici, che hanno così voluto lasciare avvolta nella “nebbia”, fino alla conclusione del romanzo, la misteriosa figura di Tito,[1] presentata al lettore soltanto come quella di un gentiluomo inglese attraverso le pagine del suo diario segreto e le lettere inviate alla giovane e bella Teresina, della quale era perdutamente innamorato.

Il romanzo di Maria e Lucia può essere definito storico, in quanto ha come fondamento l’esistenza reale di un personaggio “storico”, Thomas Ashby, inserito però in una storia d’amore inventata, ma con tale realismo e fusione con le tracce storiche da rendere veramente difficile, anche per il lettore più attento, distinguere la realtà dall’invenzione. Questo accade soprattutto con le lettere d’amore scambiate fra Tito e Teresina, esclusivamente frutto della scrittura creativa delle autrici, ma talmente ben scritte con la stessa personalità sobria, introversa e distaccata dello “studioso” Thomas Ashby, da sembrare effettivamente opera sua.

Le ragioni e le origini del romanzo sono state chiaramente illustrate dalle autrici stesse in varie interviste. Entrambe native di Alatri, e fortemente attaccate alla loro città, sono state favorevolmente colpite dall’amore con cui Ashby «ha studiato tutto ciò che gli altri hanno tralasciato e soprattutto il nostro territorio». Si sono sentite in debito di riconoscenza verso questo introverso e timido studioso, e  hanno voluto riportarlo in vita non con una tradizionale biografia, peraltro già autorevolmente realizzata da altri,[2] ma con una narrazione creativa che nello stesso tempo avesse anche qualche spunto autobiografico e celebrativo delle tradizioni della loro città natale. Infatti due delle quattro protagoniste femminili del libro sono proprio le autrici stesse; inoltre il padre di Teresina, Tata, era effettivamente un parente di Maria e Lucia Scerrato che faceva il vetturino fra Frosinone e Alatri, e ancora, infine, una parte della famiglia Scerrato ha realmente abitato nella Casa-torre del Cardinale Gottifredo, luogo dove è sbocciato l’amore fra Tito e Teresina, che vi abitava con la famiglia.

La storia d’amore fra Tito e Teresina è dunque il “pretesto” creativo, l’invenzione romanzesca per poter parlare di tutto ciò che realmente interessava alle autrici di voler sottrarre all’oblio della gente comune: l’esistenza straordinaria dell’archeologo “Tito”, l’Alatri dei primi decenni del secolo scorso con le sue tradizioni e i suoi costumi, la ricostruzione di una vita sociale, ormai perduta o quasi, verso la quale le autrici conservano un forte legame affettivo.   

Ma da cosa è nata l’idea di questa storia d’amore? Fra le numerose fotografie scattate da Ashby, l’attenzione di Maria e Lucia si posa su quattro, che ritraggono ad Alatri una giovane donna, che per la naturalezza della posa sembra suggerire una certa confidenza e “complicità” con il fotografo. Chi fosse la misteriosa modella di quelle fotografie non è stato possibile stabilire – anche perché Ashby non ha lasciato scritti privati – ma il messaggio che trapela da quelle fotografie è quanto basta per farle assumere, nella immaginazione creativa delle autrici, la parte di una donna legata a Tito da una passione amorosa: Teresina, la bella figlia del vetturino Tata, il bisnonno di Maria e Lucia.

Tutta la storia d’amore fra Tito e Teresina si dipana agli occhi del lettore come la matassa di un gomitolo di lana: giorno dopo giorno, per tutta una estate, la amorevole zia Nannina (la quarta protagonista femminile del romanzo) concede a Maria e Lucia di leggere alcune pagine del misterioso diario lasciato dal gentiluomo inglese, Tito, in un crescendo di passionalità e di mistero, sapientemente dosato con spaccati di vita quotidiana e contadina dell’Alatri di un tempo passato. Anche questa è una scelta veramente originale e non facile. La lettura di un lungo diario può, facilmente, risultare “pesante” e anche noiosa. Nel romanzo delle cugine Scerrato, invece, diventa l’idea vincente e avvincente, per sviluppare l’intera narrazione in maniera molto scorrevole, lasciando però sempre con il fiato sospeso come in un romanzo giallo, dove il faro attrattivo dell’attenzione del lettore è la scoperta dell’assassino. Qui, nel Gentiluomo inglese, invece è la scoperta dell’esito della passionale relazione fra Tito e Teresina e della completa identità di Tito, così abilmente velata in tutto il diario fino alla sua ultima pagina.

 

 

[1] Questo il soprannome di Thomas Ashby fin dai tempi del college, derivante dal suo particolare amore per la romanità antica.

[2] A. H. Smith, «Thomas Ashby, 1874–1931». In: Proceedings of the British Academy. Vol. 17, 1931, pp. 513–541; Richard Hodges, Visions of Rome: Thomas Ashby, archaeologist, London: British School at Rome, 2000.

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