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Il fascino discreto della propaganda

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Il fascino discreto della propaganda

Il fascino discreto della propaganda
settembre 13
06:49 2012

il-fascino-discretoGrandi, talmente grandi che qualsiasi fotografo farebbe carte false pur di poter esporre immagini di quelle dimensioni. E in una sala, come quella ‘delle Bandiere’ al Vittoriano, che non è precisamente alla portata di tutti. Stiamo parlando della mostra I volti dei militari italiani, aperta dal 24 maggio al 16 luglio scorsi, fortemente voluta dal Ministero della Difesa e dal Presidente Napolitano, come recita una nota ufficiale e che nelle intenzioni vuole raccontare «attraverso l’inimitabile forza

espressiva delle immagini» i momenti di vita quotidiana dell’Esercito Italiano in servizio sui vari fronti post guerra fredda. Immagini ineccepibili e perfette da un punto di vista strettamente tecnico, con colori reali e tutti i pixel al loro posto. Primissimi piani di soldatesse che sorridono da sotto l’elmetto, carristi con la barba curata che spuntano dalla torretta, carabinieri che salutano gli anziani del villaggio, una partita a scacchi al riparo di una tenda da campo. E poi gli abbracci e le carezze dei nostri soldati ai bimbi afghani, kosovari o iracheni. Chi ha scattato materialmente le foto e chi le ha commissionate desiderava chiaramente mostrare il “lato A” della questione mettendo in atto però un’operazione che in altri tempi sarebbe stata definita di propaganda. Oggi lo possiamo definire marketing. Come in uno spot pubblicitario di una nuova auto che corre libera tra prati e colline, falso e irreale in modo marchiano, l’Esercito Italiano ha confezionato questa lunga rèclame il cui jingle è “missione di pace”. Forse l’Italia è l’unico paese al mondo a ostinarsi a definire una guerra, come quella in Afghanistan che dura da undici anni, “missione di pace” o “missione umanitaria”. Altri paesi, Stati Uniti in testa, la definiscono “guerra globale”. Il «Dio, Patria & Famiglia» di altri tempi declinato ai giorni nostri quindi diventa “missione di pace”. I nostri generali si nascondono dietro queste due magiche paroline per poter partecipare a giochi più grandi di loro. Ad ogni modo non si vede il motivo nell’organizzare una simile mostra se non probabilmente quello di indorare la pillola dell’acquisto dei novanta cacciabombardieri F-35 della Lockheed alla modica cifra di 114 milioni di euro cadauno, o ancora, per giustificare un futuro intervento in Siria o chissà dove. L’idea della mostra fotografica, come si legge nel catalogo, è venuta al generale Giorgio Cornacchione, comandante del Comando Operativo di vertice Interforze che tra le altre cose scrive: «Li ho incontrati tante volte in missione i nostri militari di ogni ordine e grado. Li ho visti all’opera in mille situazioni diverse, li seguo costantemente nello sviluppo delle operazioni e, da comandante,sono rimasto sempre fortemente impressionato dall’entusiasmo con cui sanno affrontare situazioni non di rado complesse, sempre rischiose, dalla determinazione che esprimono nell’assolvimento del compito difficile che è loro assegnato, in condizioni ambientali talvolta ostili e fisicamente molto provanti». Sembra di sentire un cumenda d’altri tempi che parla dei suoi operai e della sua “fabbrichina”. Quello del soldato lo si descrive sempre come un lavoro o una missione al limite dell’apostolato: si mette continuamente l’accento sulla sua sensibilità, la sua presunta psicologia, quella che mancherebbe agli americani, nel trattare con i bambini e con le popolazioni locali e questa idea degli “italiani brava gente” la si vorrebbe far passare anche attraverso le immagini. Hanno sempre un che di ricattatorio e offensivo, soprattutto nei confronti di chi – e sono tanti – ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, questi continui richiami al dovere, al senso di Patria, all’orgoglio della bandiera o a quello che dovremmo provare verso i nostri ragazzi, ormai però tutti volontari. Sembra tanto un “vorrei ma non posso” il riferimento incessante e un po’ bipolare a questo umanitarismo di facciata: vorrei bombardare xxx, ma non posso. L’Esercito Italiano non dichiara guerre: si accoda, dopo congruo dibattito parlamentare a quelle che altre nazioni decidono di intraprendere (vedi Stati Uniti o Gran Bretagna) e sempre, guarda caso, come supporto logistico, di intelligence o di gendarmeria. Poi, se ci scappa qualche bombardamento, è pur sempre umanitario, nell’accezione di “caritatevole”.
E decisamente ricattatorie sono queste immagini che vorrebbero illustrare la vita di questi soldati. E’ un ricatto sottile e al tempo stesso plateale: i nostri ragazzi, belli, giovani, simpatici e ben disposti, anche grazie a queste fotografie/cartolina diventano intoccabili e sacri, almeno ai nostri occhi. Ma allo stesso tempo è tutto l’Esercito Italiano che si santifica da sé, in una sorta di giustificazione per grazia, si dona anima e corpo alla Nazione e la difende su sponde lontane. Con questa operazione, apparentemente semplice e corretta esso diventa intoccabile e inattaccabile ad ogni critica. Come si può biasimare chi fa il proprio lavoro, ti tende la mano, ti sorride? Che con enormi, indiscussi sacrifici tenta di ridare forma e dignità a un paese dopo undici anni di guerra e di bombardamenti ‘intelligenti’?Il fascino discreto della propaganda

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