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Il film di Schnabel, “van Gogh – Sulla soglia dell’eternità”

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Il film di Schnabel, “van Gogh – Sulla soglia dell’eternità”

Il film di Schnabel, “van Gogh – Sulla soglia dell’eternità”
gennaio 23
17:37 2019

(Serena Grizi) Vincent (van Gogh) diventa campo di girasoli ormai avvizziti sotto una coltre di cielo grigio, e poi canne scosse dal vento, ondeggiando con loro tra il volgere di sole e ombre; è la terra scura sparsa sul viso e i vestiti fino a diventare terra anch’egli; è nuvole, la scomparsa dell’astro luminoso all’orizzonte fra righe di cielo che annerisce; ed è colori, pennellate decise dense di materia, ed è ogni volta un colore diverso che realizza per semicerchi o cerchi completi il muoversi atterrito di cipressi e antichi olivi; e i suoi girasoli e i suoi fiori, come dirà, resteranno quando tutti gli altri saranno sfioriti. Il regista, pittore, Julian Schnabel mette in scena con Willem Dafoe un somigliante van Gogh tra i colori originari dei quadri e le stoffe dure dai colori decisi che lo vestono in maniera del tutto unica e originale. Ci restituisce anche la sua mitezza e quella di Theo il fratello, per una volta parente non serpente, deciso a voler bene a questo genio della pittura di cui espone ben presto i quadri nella sua fortunata galleria di mercante d’arte, sicuro che si venderanno. Vincent, però, è anche tutte le parole che gli risuonano a lungo nella mente, specialmente delle persone che ama e stima come Gauguin, con il quale dividerà discussioni infinite sul tratto e la luce e il troppo o poco colore, sfinenti per la sua indole mite e fragile. Chi ha visto la bella mostra 2017/2018 alla Basilica Palladiana di Vicenza Van Gogh. Tra il grano ed il cielo curata da Marco Goldin, chi ha potuto farsi un’idea dell’artista tra storia ed esperienze visive, sa che se non fosse stato un magnifico narratore per immagini, lo sarebbe stato per inchiostro e carta: la sua capacità di rendere l’amicizia, l’abnegazione, il dolore, la passione per l’arte restano nei suoi diari, negli epistolari che per fortuna Schnabel mette nel suo van Gogh. Tanto estraneo ad Arles o al ricovero volontario a Saint-Rémy-de-Provence, da non sentire gli strali della sfortuna e il disprezzo da parte della gente così da non doversene curare sentendo invece, probabilmente, d’avere poco tempo per quel che gli interessa, la pittura all’aria aperta. Il bel volto, senza trucco apparente, di Emmanuelle Seigner ci restituisce quello dell’Arlesiénne madame Ginoux (la vera modella aveva tratti molto più spigolosi), eppure tutto sembra al suo posto in questo film nel quale si ‘entra’ solo provando a sentire l’arte che non lascia scampo, quella per la quale si vive. Un accorto quanto inopportuno prete (il bel danese Mads Mikkelsen), interroga Vincent al fine di dimetterlo dall’ospedale tentando di capire quanto non ricordi l’aggressione (forse) ad una giovane pastorella (i suoi malori nel film sembrano più sintomi di una epilessia mai diagnosticata, che spaventa a morte soprattutto la gente semplice). Questo passaggio sembra fondamentale per Schnabel, perché l’ipotesi data dal prete che crede ci sia un’arte vera perché subito percepibile come amena e senza scandalo e una arte di serie b, una ‘non arte’ che comincia a dare scandalo già da quando l’occhio si posa su di essa, pare il punto che il regista intende fugare non tanto e non solo da parte d’un van Gogh lucidissimo pensatore al momento della conversazione, ma anche negli spettatori presenti e a venire, forse anche ai troppi frequentatori di mostre per dire ‘io c’ero’… ché l’arte sconvolge certe volte, non è solo una passeggiata per rifocillare lo spirito (può darsi sia anche questo); ma essa, nell’immediato del nostro pittore, è prima sofferenza e poi gioia indicibile al raggiungimento d’un risultato espressivo che, solo, sembra una ragione di vita. La sua arte, poi, non è solo quadri appesi al muro, ma un intendimento del colore e della vividezza del creato attraverso la quale van Gogh tentava di esprimere un ringraziamento a Dio, da non scambiarsi perciò con alcun animismo poiché l’artista intendeva il creato espressione diretta di Dio, (conosceva bene le scritture per averle praticate nella sua casa natale quale figlio di un pastore della riforma olandese ed egli stesso studioso di teologia) così come molti tratti della condizione umana, specie quella degli ultimi della società, sensibilità che lo spingerà a mettere al centro delle sue tele soggetti umili resi immensi dal colore come i seminatori e le contadine dagli intensi blu nei gesti d’una realtà trasfigurata, guardata con grande condivisione. Questi aspetti sono in parte indagati per immagini nel film di Schnabel, il pittore sembra del tutto posseduto da ciò che dipinge, fosse anche la materia dei propri famosi scarponcini consumati dal cammino, o ben espressi in colloqui ‘chiarificatori’, senza orpelli, costruiti probabilmente basandosi sui materiali biografici lasciati dall’artista ed i fitti epistolari, in primis quello con Theo. Pregi del film, indubbi, la fotografia, i costumi, le ricostruzioni, l’interpretazione di Dafoe. Stancante, a tratti, la camera a mano che fa soffrire allo spettatore il mal di mare, nell’intento del regista vista forse come il mezzo per avere la soggettiva dagli occhi dell’artista. Davvero commovente il racconto dell’epilogo; riguardo la morte dell’artista, Schnabel sposa la contemporanea teoria per cui van Gogh ad Auverse-sur-Oise non si sarebbe suicidato ma fu ferito da un colpo partito a caso da una rivoltella con la quale lo vessavano in maniera più o meno oziosa i due fratelli Secretan e pare che il pittore non rivelò mai la circostanza. Il van Gogh di Schnabel, effettivamente, appare una personalità complessa e intelligente, amante della vita in molti suoi aspetti. Il cinema lo ama, a sua volta, da decenni.  immagine web

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