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Il lago di Nemi e il Castrum Inui ad Ardea

Il lago di Nemi e il Castrum Inui ad Ardea
Maggio 31
23:00 2009

Fig. 1 - Il lago di  Nemi, William TurnerDall’alto del Monte Cavo, sui Colli Albani, dove il figlio di Enea fondò Albalonga, da un punto detto “lo sguardo della Dea”, si può ammirare, fino al mare, il grandioso paesaggio descritto da Virgilio nell’Eneide. Folte selve, fiumi, laghi, sorgenti di acque minerali uniti ad impervie fessure del terreno contribuirono a creare un’aura di terrore per fenomeni che gli antichi non potevano spiegarsi e che, di conseguenza, attribuivano a divinità nascoste come i movimenti tellurici che avevano formato queste terre.

Nel XIX secolo, il filosofo Édouard Schuré, ne Gli Iniziati: uno studio della storia segreta della religioni, le descrisse come un santuario scavato dalla Natura per farne residenza ideale degli dei. Nel 1834, il pittore William Turner, nel riportare l’incontro tra Enea e la Sibilla cumana sull’olio The Golden Bough (il ramo d’oro) (fig. 1), si servì del Lago di Nemi per rappresentare l’Averno, il mitico ingresso agli Inferi dove l’eroe troiano incontrò il padre, Anchise. Ed è sempre il Lago di Nemi (da “nemus” selva in latino), con tutti i suoi miti, ad influenzare, nel 1890, l’antropologo Sir James George Frazer nel compilare la sua monumentale opera intitolata ancora Il ramo d’oro, caposaldo della moderna Mitologia e della Storia comparata della Religioni. Già nel ‘600, nel Paesaggio con due Ninfe, Poussin aveva fatto del lago di Nemi il punto focale dell’incontro tra Mitologia e Natura che lo aveva contraddistinto in tutta la sua opera. Il lago seppe mantenere inalterato lungo i secoli il fascino esercitato su coloro che, numerosi, qui eressero le loro case di villeggiatura già dai tempi dei Romani (sulle pendici, i resti di una villa del I secolo, forse di Cesare; un’altra, in località Piagge, è ancora da scavare) e, naturalmente, sugli artisti. Innumerevoli, infatti, sono i pittori italiani e stranieri che lo hanno dipinto, in primis i Romantici e, in epoca più recente, Aristide Sartorio con il gruppo de “I XXV della Campagna Romana” che amavano passeggiare in questi luoghi mentre Arnaldo Cervesato, loro contemporaneo, ne scriveva nel suo Latina Tellus. Conosciuto anche come Lacus Nemorensis e, a volte, come Specchio di Diana per il riflettersi in esso della luna visibile dal tempio della dea eretto sulle sue sponde (le cui rovine si innalzano nella parte NE), il lago di Nemi ha una superficie di circa 1.7 km2 e una profondità massima di 33 metri. Nel 1928-32, il livello dell’acqua fu abbassato per recuperare due navi romane (ora nel museo omonimo), usate da Caligola per i festeggiamenti in onore di Diana e già individuate da Leon Battista Alberti nel XV secolo, per essere riportato all’altezza iniziale nel 1943. Un suo emissario, il fiume Incastro, sin dall’antichità, lo collega al mare attraverso il porto di Castrum Inui, recentemente riscoperto lungo la costa davanti ad Ardea, l’ex capitale dei Rutuli. Piccoli scali costieri, necessari sia alle greggi che dai monti arrivavano al mare che ai navigli che si accostavano per rifornirsi di acqua e viveri, punteggiavano la costa laziale, dimostrandosi determinanti al fiorire di località come Ardea e la vicina Lavinium (l’attuale Pratica di Mare dove, oltre a 13 altari, è custodito il così detto Heron di Enea, la tomba dell’eroe virgiliano), nate non direttamente sul mare, ma vicino alle più sicure culture dell’entroterra, nella zona collinare che la dominava.

Fig. 2- Castrum Inui -siti archeologiciSin dai tempi più remoti, importanti santuari, sopranazionali, proprio qui furono innalzati: da quello di Iuppiter Latiaris sul Monte Cavo, al già citato tempio di Diana, all’Aphrodisium, sulle sponde del Tirreno, per testimoniare e sottolineare sia la diffusa sacralità dei Colli Albani e della zona ardeatina sia la loro internazionalità. Non solo templi, quindi, in cui più etnie potessero pregare insieme, ma porti e luoghi di contatto e scambio tra Nord e Sud, tra l’interno e la costa, tra i monti e il mare, tra una nazione e l’altra che hanno contraddistinto questo angolo di Latium vetus (questo il nome dato dagli antichi alla zona) sin dai tempi più remoti. In effetti, quella laziale è stata, da sempre, una realtà multietnica, un mondo dove si potevano incontrare popolazioni che hanno contribuito a costruire, con la loro varietà, l’identità non solo della regione, ma di tutta l’Italia centrale. Il luogo giusto, dunque, per due personaggi mitici come Enea e Danae, in fuga l’uno da Troia l’altra da Argo, dove iniziare una nuova vita. A Castrum Inui, infatti, la Sopraintendenza sta riportando alla luce testimonianze che farebbero pensare che quello, oltre ad essere il luogo dello sbarco di Danae corrisponda anche alla mitica Laurentum cantata da Virgilio come approdo finale di Enea. Cantiere ancora aperto, gli scavi, visitabili, hanno rilevato una vasta area sacra con terme (fig. 2) da cui, a detta del Prof. Mario Torelli, l’archeologia templare potrà apprendere nuove informazioni. Notevole anche la qualità dei mosaici e delle terrecotte rinvenute. Insomma: “Una delle scoperte più importanti dell’archeologia etrusco-italica degli ultimi 50 anni“.
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Fig. 1 – William M. Turner, The Golden Bough, 1834, Tate Collection, Londra
Fig. 2 – Complesso del Castrum Inui – Panoramica degli scavi: 1) Tempio A (III secolo a.C. circa) – 2) Altare e thesaurus del tempio A – 3 e 4) altari in peperino (IV-III secolo a.C.) – 5) Tempio B (VI secolo a.C.) – 6) Tempietto di Esculapio (I secolo d.C.) – 7 e 8) Cisterne – 9) area termale (I secolo d.C.)- 10) zona produttiva (I secolo d.C.) – 11) porta del castrum (IV secolo a.C.).

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