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Il linguaggio del cibo – Il Vino

Il linguaggio del cibo – Il Vino
Maggio 19
00:00 2012

c-Il VinoNell’antica Grecia durante le feste ‘Antesterie’, che a Roma si trasformarono nei ‘Baccanali’ la gente si sfrenava, dando libero sfogo ad ogni sorta di spregiudicatezza. Queste feste orgiastiche erano in onore del dio Dionisio-Bacco che, secondo la mitologia greca, fu l’inventore del vino e della vendemmia. L’effige di questo dio è quella di un uomo dal capo cinto di foglie di vite, ben in carne, ebbro, con in mano una coppa di vino.

Il vino, quindi, è una meravigliosa invenzione culturale, simboleggia l’allegria, la festa, lo star bene insieme. È l’elemento privilegiato di un convivio tra amici per godere di momenti comunitari assaporando piatti, annaffiandoli con il nettare dell’uva. Va detto, però che, pur non essendo il vino un elemento indispensabile, non è concepibile che possa mancare in un pranzo che si rispetti e doverosamente deve essere del buon vino.

Versare del vino in un calice cristallino, prendere in mano il bicchiere ed ammirare quel frutto prezioso, magari di color rosso vermiglio o bianco citrino, chiudere leggermente gli occhi e portare il calice verso le narici per aspirarne i profumi caratteristici, sono rituali che, attraverso la degustazione di vini tipici, ci avvicinano ai luoghi di produzione del vino che ci accingiamo ad assaporare.

L’addomesticamento della vite risale all’incirca al 2000 a.C. e fu opera dei Cretesi che la diffusero poi in tutta la Grecia. Non fu difficile agli Ellenici divulgare la cultura vitivinicola nelle colonie della Magna Grecia, dove già gli Etruschi, nell’Italia centro-meridionale, avevano iniziato a coltivare la vite in quelle terre denominate da loro stessi Enotria, che significa appunto ‘Terra del vino’. Ma i veri diffusori a livello globale della cultura vitivinicola furono i romani intorno al I secolo a. C. Per i romani, come era stato per i Greci, il vino era una melassa densa e stucchevole, ricavato da uve essiccate, di cattivo gusto che, per renderlo accettabile, veniva allungato con acqua, spezie e miele.

Tra alti e bassi, la coltura della vite e quindi la produzione del vino acquista veramente importanza con la nascita dell’enologia moderna, verso il XVII sec, grazie allo Champagne del famoso monaco Dom Pèrignon che fu per antonomasia il vino più prelibato e raffinato per la popolazione dell’Europa dell’epoca e che ancora oggi riscuote notevole ammirazione per le sue inconfondibili qualità. Di vini rinomati ve ne sono molti. La Francia in un certo senso vanta il gusto della meticolosità nella ricerca di uve selezionate e di un certo pregio. Per esempio, i Bordeaux, Bourgogne ed i vini Alsaziani, costituiscono i vini europei più conosciuti e più diffusi anche oltre Europa. Se la Francia è stata la terra per eccellenza della coltura di viti particolari che garantiscono ancor oggi la produzione dei vini sopraindicati, influenzando anche la coltura della vite nel così detto Nuovo Mondo, l’Italia dal canto suo, pur avendo una più giovane tradizione nella coltura di viti selezionate, vanta vini altrettanto ottimi e pregiati. Un esempio è Il bianco Trebbiano di Romagna che, in terra di Romagna, accompagna fette di prosciutto crudo o fritti misti di pesce. L’uva Trebbiano era coltivata nella zona romagnola già in epoca precristiana grazie agli Etruschi che la portarono sul suolo italiano, come afferma il dotto latino Terenzio Varrone. In seguito, anche Plinio il Vecchio, nella sua opera Naturalis Historia, scrive che l’uva del Vinum trebulanum si coltivava in Campania, terra dimorata anche dall’antico popolo etrusco. Comunque sia, l’uva del Trebbiano è oggi presente nella maggior parte delle regioni italiane, dalla Lombardia alla Sicilia, dove viene coltivata anche per la produzione di altri vini rinomati, come il rosso Chianti. Ed è proprio l’alta produttività di questo vino, più che la superficie di coltivazione, a renderlo diffuso in tutto il mondo e particolarmente adatto alla distillazione del Cognac, le cui uve Sant-Emilion altro non sono che Trebbiano. Se l’Europa vanta un rapporto uomo-vino consolidato e di lunga durata, oltreoceano, e in particolare nelle terre californiane, la coltura della vite ha raggiunto significative e riconosciute produzioni vinicole di tutto rispetto a livello mondiale. Non c’è alcun dubbio che questo nettare prelibato abbia un’importanza mediatica e culturale ormai nel mondo intero. Il vino è simbolo di cerimonie celebrative, come il sangue del figlio di Dio per i cristiani nell’eucarestia e la comunione familiare nel ‘kiddush’ ebraico. In entrambi questi rituali è un calice, pieno di vino, che si sorseggia nella sacra commemorazione dei rispettivi eventi. Senza dubbio quando parliamo di vino non possiamo fare a meno di pensare a banchettare in ottima compagnia, a comunicare allegramente. Ma, c’è un ma. Ed è che questo nettare prelibato va dosato ed anche centellinato, perché può giocare bruttissimi scherzi, fino all’annebbiamento completo della mente. Per questo motivo il senato romano proibì i rituali in onore del dio Bacco, durante i quali la gente si ubriacava procurando situazioni spesso incontrollabili. L’Islam proibisce l’alcol. Il vino ed ogni sorta di bevanda che inebria la mente e quindi danneggia la ragione è severamente proibita dal Corano. Negli Stati Uniti è vietato mostrare bottiglie che contengono alcolici ed è obbligatorio metterle in sacchetti di carta. In Inghilterra è vietato servire alcool a minorenni e nessuno può bere alcool per strada. Per non parlare di chi guida che deve sempre essere sobrio, in tutti i paesi del mondo, rischiando anche il carcere. Il brindisi è simbolo di inizio, di innovazione e ogni sorta di bene. Brindare con acqua non si può, è il vino l’elemento di buon augurio. Si brinda ai matrimoni, ai battesimi, a tutti quei riti di passaggio che l’Occidente giudica significativi e da suggellare con una bottiglia di ottimo rosso vermiglio, fruttato, dall’odore intenso, oppure nel trionfo inebriante di bollicine giocherellone di un ottimo spumante o champagne che dal palato raggiungono, frizzando, il naso. Per concludere, è assodato che nella cultura occidentale il vino è investito in particolar modo di una dimensione sociale, non nutritiva, ma oserei dire estetica, riconducibile al suo colore, all’odore, alla limpidezza percepibile attraverso i cristalli dei calici dove è deposto per la degustazione. La funzione di questa sublime bevanda si perpetua dai tempi della sua invenzione. Mitico e consolatorio, il vino è prezioso ed insostituibile, è vivo e vitale, racchiude in sé tutte le proprietà della vite rigogliosa e generosa, pregnante di luce e forza del dio sole.

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