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Il pavone sconfitto. Una nuova opera di Aldo Onorati

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Il pavone sconfitto. Una nuova opera di Aldo Onorati

Il pavone sconfitto. Una nuova opera di Aldo Onorati
Novembre 07
11:09 2020

L’aspettavamo! Prima o poi Aldo Onorati avrebbe dovuto, certamente, produrre in un libro il suo rapporto con l’universo visto attraverso l’effimero e miserabile passaggio dell’uomo.

Ed ecco che Onorati affronta la questione dei fatti della storia e della connessione del sapere storico “attraversando” un numero sconvolgente di altre discipline culturali visitate e analizzate con evidente conoscenza. Dalla musica alla pittura, dalla scultura alla letteratura, dalla filosofia alla scienza, dal giornalismo all’agricoltura, dalla politica alla sociologia e all’analisi dei costumi, dalla storia alla religione, dall’ambiente alla botanica, dalla zoologia all’antropologia, dall’astronomia all’astrofisica, dalla demografia all’etnologia, dalla biologia alla biologia molecolare – senza trascurare nemmeno l’astrologia – con una quantità impressionante di citazioni dotte e di riferimenti ai più grandi esponenti della storia culturale dell’umanità.

Onorati apre il libro con l’impresa dello sbarco sulla Luna del 1969. Da quel momento, osservando la Terra da molto lontano, ci siamo accorti che il nostro pianeta non è il centro dell’universo – talmente piccolo è rispetto al Tutto – ma solo un puntino galleggiante nello spazio e che, a maggior ragione, neanche l’uomo è al centro di esso: «Nonostante le conoscenze astronomiche, fino a quel momento ritenevo – col pensiero geocentrico degli antichi – l’uomo misura di tutte le cose. Ma quella foto è fissa negli occhi, è penetrata nella mente e nel cuore. Essa è la vera misura generale. Su tale metro ogni nostra grandezza, ogni fallimento, ogni speranza e le certezze si ridimensionano fino ad annullarsi…»

Subito dopo, Onorati fornisce un’immagine informata dell’universo (della sua origine e dell’origine dell’uomo) corrispondente alla comprensione scientifica che ne abbiamo in base alle nostre osservazioni plurimillenarie e alle teorie che ne sono derivate. Poi tratta la questione centrale del suo pensiero da un punto di vista intimamente filosofico tentando di presentare una teoria della storia dell’umanità con una visione laica rispetto ai grandi quadri teologici. Una delle sue innumerevoli domande riguarda l’universo. Come nasce? Come può avere avuto origine dal nulla? Come nasce la vita? Prima di aver messo in campo la scienza, tutto era riconducibile a un miracolo, a un intervento divino. Con l’uso della scienza, invece, rimane la probabilità che nulla lo sia. La vita è nata certamente da un evento cosmico e il nostro corpo è fatto di polvere di stelle. Noi tutti siamo figli delle stelle!

In questo intenso e profondo lavoro Aldo ripercorre, con i ricordi, l’itinerario della sua vita arricchita dagli studi e dalle esperienze dirette. In esso è riportata una abbondanza di considerazioni dalle quali scaturisce una valanga di dubbi – Aldo dice: «sono uomo del dubbio, metto in discussione tutto e tutti, per primo me stesso» – e, di conseguenza, di nuove domande. E questo – io dico – è il metodo corretto per viaggiare all’interno della conoscenza: «La qualità di una risposta sta nella capacità di generare altre domande» (Albert Einstein)

Ma un grande uomo, pur essendo sempre cosciente della propria grande misura, si sente sempre consapevole anche della propria piccolezza: «…in 80 anni di riflessioni e osservazioni non ho capito nulla. Non sono un fanatico ateo, un oltracotante credente che ammazza chi non ha la sua fede; sono un uomo del dubbio: un dubbio che però non è più fecondo, bensì macerante. Sono un uomo sconfitto!»

Questo è un lavoro che va letto su un duplice versante: quello dell’invettiva, dello sdegno contro l’uomo che distrugge, per stoltezza, il lavoro millenario della Natura, e quello di una religiosità “panteista”, un arrendersi di fronte al Mistero. Da un lato c’è la voce che chiama nel deserto e sa di parlare a vuoto; dall’altro è vivo e sofferto il monito per salvare la vita in sé quale prodigio inspiegabile e sacro. Il problema centrale affrontato da Onorati è quello della superbia umana, la quale ha creato un Dio a immagine e somiglianza dell’uomo, sostenendo invece che Dio ha fatto l’uomo simile a Sé. Inoltre, anche se la scienza sta dimostrando la nostra pochezza di fronte all’universo, noi crediamo ancora che la Terra sia il centro del Creato e che noi siamo il fine della creazione stessa. Insomma, il libro è un invito – talvolta a toni sostenuti – alla sana e saggia umiltà, al rispetto di tutti gli esseri dei tre regni e, soprattutto, all’amore fraterno che invece è obliato in nome dell’odio, della guerra di tutti contro tutti. 

Onorati usa spesso la contraddizione: «Troppo misero è l’uomo, e troppo grande… Mi contraddico, lo so, ma la vita è soprattutto contraddizione!» Egli descrive un mondo misero e piccolo nel quale vivono nel dolore uomini miserabili, e, nel contempo, “ostenta” il suo stupore continuo di fronte al miracolo della Natura e la sua meraviglia per la vita che la Natura esprime.

Le domande più significative che Onorati si pone nella parte iniziale del libro sono: «Quale scopo ha nascere, crescere, morire? Soffrire? Inventare ogni motivo per fare le guerre?» E, in maniera ripetitiva, continuamente descrive le atrocità compiute dall’uomo per soddisfare il proprio egoismo e – certamente per una sua scelta narrativa – non parla mai delle cose meravigliose compiute, comunque, da una miriade di uomini nel corso della storia dell’umanità perché «Gli orrori si ripetono puntuali e il male vince sempre sul bene», non dando seguito agli ideali, perché «Tutto si riduce all’economia e al delirio di onnipotenza.» La sua visione dell’uomo risulta oscurata dall’idea che «Il nostro fango è irrimediabilmente programmato al Male. E nessuno può cambiare la “materia prima” di cui siamo composti e nella quale abbiamo lievitato fin dal grembo materno.» Lo sbocco naturale di questo ragionamento conduce alla conclusione che «L’uomo è un errore della Creazione o del Caso, il peggiore sbaglio di programmazione di un disegno a noi sconosciuto.»

Non credere alla grandezza dell’umanità deriva in lui, quasi certamente, dalla tragedia della vita che fa spegnere sempre di più in noi la speranza e aumentare il dolore con l’aumentare della conoscenza: «Nulla al mondo dà la felicità: tutto è fonte di angoscia, disperazione, delusioni.» Ma la grandezza dell’uomo sta proprio nel fatto di avere la percezione della propria miseria! Mentre il grande problema della violenza antropologica – essendo l’uomo vittima e, contemporaneamente, carnefice di se stesso – è capire il comportamento del carnefice, ancor più che della vittima.

Onorati dichiara apertamente un riferimento continuo ai Misteri della vita: «qual è il fine di tanta immensità? E quale il fine della nostra oscura vita?» Cosa resterà quando l’uomo non sarà più presente in questo mondo? Quando non ci saremo più porteremo con noi il dolore delle guerre, l’ingiustizia e i capolavori del genio umano. Ma la vita è cosmica e seminata nell’universo, non è una prerogativa del nostro Io; noi «Siamo gocce di pioggia nel diluvio eterno e sconfinato.»

Onorati non parla per partito preso, né a caso: egli è – come ho detto prima – informatissimo, ha una cultura vasta e profonda su moltissimi fronti. Ama la vita, ringrazia chi lo ha messo al mondo nonostante le atrocità che la Storia presenti, perché vivendo ha potuto guardare l’Infinito, conoscere il miracolo dell’esistenza, la bellezza fragile ed immensa della Natura. Tutto il libro è un grido ad amare la vita in se stessa, a chinare la fronte al Mistero. Ci sono passi di commossa poesia, taluni col pathos della preghiera. Onorati ha il senso del sacro, del miracolo della Vita. La sua è a tratti una disperazione nata dalla constatazione  che stiamo distruggendo il dono prodigioso che abbiamo ricevuto. Ma c’è un finale inatteso, che non rivelo. Non voglio – e non posso – descrivere ulteriormente l’interesse che può suscitare la lettura di questo libro, anche in coloro che non condividono il pensiero dell’autore, e voglio, quindi, concludere con un’ulteriore citazione tratta dal libro: «Ho un senso religioso della vita, della materia, del mondo e del cosmo. Credo di essere un mistico eretico. Al rogo!»

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