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Il periodo più buio dell’anno

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Il periodo più buio dell’anno

Il periodo più buio dell’anno
Ottobre 31
12:37 2020

Ottobre per molti è un mese d’infinita dolcezza contornato com’è da fini e inizi, generoso di frutti e colori, presago di feste luminose e ctonie. L’aria è così dolce, e se non è dolce è piovosa ma mite, da potersi concedere ancora passeggiate e nuotate nelle acque calde all’aperto, in qualche regione anche al mare. Le nuvole in cielo disegnano scenari da fine di qualcosa, il saluto alla luce è però compensato dai colori della vite, dell’uva, di zucche e castagne, dai rossi brillanti delle mele fresche, dalla lucentezza elegante delle piccole olive, dai verdi tempestosi che spesso promettono mari e laghi sotto un cielo da cambio stagionale che c’è anche quando non si vede. E perciò è ancora ad ottobre, e non a novembre, certo, che potrebbero dirci qualsiasi cosa. Anche che presto torneranno a chiuderci dentro, ad impedirci d’uscire, perché fuori imperversa un coso sferico con le punte, rappresentazione grafica semplificata d’una Sars nemmeno poco pericolosa.

Quel che ci sembra d’aver imparato, finora, e il condizionale è d’obbligo perché il trascorrere dei giorni che si fa rapidamente storia smentisce presto molte ‘credenze’, è che la chiusura, il blocco di tutte le attività, lo stare chiusi in casa, è un tentativo impegnativo per invertire le tendenze di contagio ma occorrerebbe altra abilità per, se non pacificare, almeno ‘raffreddare’ le tensioni attorno a quel che resta, ormai, d’un vecchio patto sociale che ci vedeva democrazie basate sul lavoro, sul diritto al lavoro. Democrazie nelle quali i cittadini mettevano assieme le loro risorse in ragione di ciò che avevano e tentavano di costruire con pazienza e dialettica, anche politica, soluzioni ai problemi che si sarebbero man mano presentati: di costruire ricchezza attorno ai diritti e doveri dei gruppi familiari, e salute e pace con l’aiuto, anche, d’una serie di istituzioni, certo perfettibili, perché spesso dominate dal fallire umano, ma allo stesso modo dominate qualche volta dalla sua inclinazione alla pietà o al perdono. Nello specifico, stavolta, in Italia, ma anche nel resto d’Europa, nessun politico è riuscito a spiegare chiaramente, dando molto per scontato, che dato il notevole incrinarsi della capacità (e questo ormai da decenni) di strutture, infrastrutture e istituzioni di fare il loro lavoro, occorreva chiudere di nuovo molti esercizi e stare di più a casa, lasciar perdere tutto e ‘si salvi chi può’ prima che le curve pandemiche risalgano in maniera esponenziale. D’altro canto, l’incrinarsi della fiducia di una parte dei convenuti al patto nei confronti di dette istituzioni e dintorni, non concede più il beneficio nemmeno dell’ascolto: quelle stesse istituzioni e dintorni sembrano, a molti, parlare una lingua sconosciuta e chi si ribella pare aver pensato che debbano esserci cittadini di serie A e di serie B e C e via discorrendo. Le carenze infrastrutturali, che credevamo tipiche solo dell’Italia per quanto riguarda ospedali, numero di professionisti della sanità, dottori, istituzioni scolastiche, primo soccorso, pare non siano meno in altri stati europei costretti alle stesse temerarie chiusure, e intimazioni di stare in clausura con l’apparente spianamento di tutto il diritto della persona fin qui spiegato e perorato. Tutti uguali. Tutti diversi, ma tutti uguali. Anzi no. E lo abbiamo imparato meglio, ci sembra, anche questo. La mattina, in realtà, molti (cassiere, fattorini, commessi, addetti ai banconi bar, pasticcerie e, certo, dottori, infermieri) possono/devono affrontare la qualunque (mezzi di trasporto saturi, ambienti più o meno distanziati e sanificati, lavori più o meno ‘assembrati’) per fare il loro dovere; agli stessi, la sera, è negato il diritto ad un cappuccino o ad un film perché l’uscita diviene pericolosa in quanto non necessaria. Tutto quel che durante gli ultimi cinquant’anni miliardi di pubblicità starnazzate ad ogni intervallo di film o tg hanno ripetuto all’infinito ci avrebbe fatto vivere meglio, come quelli ‘giusti’, il centro del consumismo, è tornato nella categoria del lusso dell’extra, del superfluo, quel che d’altronde in parte era già prima al netto ma, si sa, pure ‘il re è nudo’ a intermittenza. Anche la cultura, un di più per molti, ma per altri cibo per la mente, ricostituente di risorse interiori (quindi cinema, teatri, concerti, incontri, seminari) è stata parificata alle sale bingo (intrattenimento?), tanto che teatri e sale concerto stanno chiusi pur avendo già investito in sicurezza, loro che erano già rimasti chiusi in precedenza per l’impossibilità di uscire di casa dei probabili fruitori e che ora ripagano daccapo. La confusione è tanta perché dal punto di vista sociale, è comprensibile ma occorre chiarezza verso tutti i settori che una volta in movimento generano economia, si cerca di tutelare i più deboli, i più malati, e poi le strutture ospedaliere che sono in trincea davanti al virus e non possono farcela davanti ai contagi attesi, il personale già stanco dopo il primo ‘attacco’, molti i defunti, i malati. Questa la ‘guerra’ sociale.

Nel frattempo il covid-19, virus infido, che di tutto questo non può saperne nulla, in quanto per sua natura incolpevole e implacabile replicante di sé stesso (distruttore e distruttivo in quanto venuto in relazione con la specie umana), dove trova ‘materiale umano’ continua la sua avanzata. Potrà accadere che per qualche settimana ne trovi meno e allora dovrà per forza rallentarsi, poi, prima o poi, troverà di nuovo abbondanza e continuerà la sua marcia senza sapere assolutamente nulla di quel che si muove in sua funzione, a causa sua. Poi, potrebbe arrivare il vaccino.

Intanto il patto sociale alla base delle democrazie appare qui profondamente minato: quando il pensiero di molti corre spesso alle potenze oscure e, d’altronde, il quotidiano diventa di complicatissima gestione, non basta la direzione ‘registica’ di poche menti lucide, come pare accadere ormai anche in Italia da qualche lustro (e se così fosse saremmo già all’oligarchia). Intanto arriva novembre e quel che ci diranno, per la natura stessa del mese più buio dell’anno, potrà risultare a molti meno comprensibile. (Serena Grizi)

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