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Il relativismo nella scienza: aspetti storici e filosofici – 13

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Il relativismo nella scienza: aspetti storici e filosofici – 13

31 Dicembre
23:00 2008

Il probabilismo di Bruno de Finetti

Il dibattito culturale che si sviluppa attorno al relativismo del primo Novecento appassiona, fin da giovanissimo, Bruno de Finetti, grandissimo matematico, ma anche statistico, economista e filosofo. Nel 1931 esce il suo saggio Probabilismo, saggio critico sulla teoria delle probabilità e sul valore della scienza, in cui per la prima volta espone dal punto di vista filosofico e in maniera organica le sue vedute soggettiviste sulla teoria delle probabilità, accennando anche alla sua più generale concezione del valore della scienza in chiave relativista-soggettivista. Nell’ottobre del 2006, viene pubblicata la sua opera inedita del 1934 L’invenzione della verità, vero e proprio testamento scientifico contro il determinismo e in favore del relativismo e del probabilismo.

Sfidando l’assioma dell’oggettività, e sviluppando con grande spregiudicatezza intellettuale il probabilismo in nuce del Poincaré, de Finetti ha rifondato l’intera teoria della probabilità introducendo il punto di vista soggettivo, e ha dato una nuova definizione operativa di probabilità (soggettiva) basata sullo schema delle scommesse al gioco.
Il relativismo dell’Aliotta “non lascia nulla fuori di sé”, precisa Bruno de Finetti, perché null’altro esiste che esso e quindi “non si può nemmeno porre la questione della sua verità o falsità”.[1] Anche il relativismo di Einstein e di de Finetti “non lascia nulla fuori di sé”, ma quello del primo è ‘oggettivo’, nel senso che i differenti valori delle grandezze delle leggi naturali variano con il sistema di riferimento, cioè sono obiettivamente misurabili dagli strumenti di misura posti nei diversi punti di vista ‘fisici’, mentre quello del secondo è ‘soggettivo’, perché riporta all’uomo come soggetto senziente l’invenzione delle leggi naturali: “Una proposizione [ciascuno, n.d.A.] la potrà dire ‘vera’ se, ciò dicendo, intende affermare che l’impressione che mediante essa vuole esprimere è effettivamente una sua impressione; pensare che essa abbia un valore e un senso di per sé, prima che lui stesso gli avesse dato il valore e il senso di esprimere quella data sua impressione, è un’antinomia logica come dire ‘il minimo numero intero non definibile con meno di mille parole’ mentre, così dicendo, lo si definisce con dieci parole.” [2] Non esiste, per de Finetti una realtà fuori dell’uomo e la stessa esperienza fisica, cui pure egli si appella, è filtrata attraverso le sensazioni che produce nell’uomo. La negazione di una pretesa asepsi nello stesso sperimentare la si trova pure in Poincaré: “Si dice spesso che bisogna sperimentare senza idee preconcette. Questo non è possibile; non solamente ciò equivale a rendere sterile ogni esperienza, ma anche se lo si volesse, non si potrebbe. Ciascuno porta con sé la propria concezione del mondo.” [3]

La probabilità soggettiva
Bruno de Finetti è un empirista, non nel senso di credere con Stuart Mill che le verità logiche e matematiche siano verità sperimentali, bensì nel senso che se si vuole dare un qualche valore sostanziale ad esse, che sono di per sé vuote di contenuto, in quanto “verità identiche” e quindi pure tautologie, occorre “cercare il come e il perché ci siamo convinti dell’opportunità di introdurre simili convenzioni e definizioni”[4. Ciò può essere fatto soltanto considerando il mondo dell’esperienza e del nostro subconscio, che tanta parte ha, per de Finetti, nella genesi delle scoperte scientifiche. Il binomio esperienza-subconscio è ciò che ci guida nello stabilire lo scopo e l’utilità dell’invenzione di un nuovo concetto. “I concetti vengono inventati da noi: nessuno dirà che i concetti e le verità scientifiche provengano da una rivelazione soprannaturale. Non possiamo quindi cercare la spiegazione di un concetto qualsiasi all’infuori e indipendentemente dal quadro delle nostre sensazioni ed esperienze al di là del quale il concetto stesso neppure esisterebbe.”[5] Da questo soggettivismo deriva necessariamente il suo antideterminismo e la sostituzione della logica del certo del razionalismo determinista con la logica dell’incerto del suo probabilismo soggettivo. Perché la probabilità non può essere oggettiva, ma soltanto soggettiva per de Finetti? La risposta è nella definizione di oggettivo e soggettivo da lui condivisa con gli empiristi: “Chiamare col nome di ‘realtà empirica’ quella parte delle nostre impressioni che dipendono esclusivamente e immediatamente dalle nostre sensazioni è una convenzione di linguaggio che siamo liberissimi di fare, e la intendiamo stabilita. Allora possiamo dire ‘oggettive’ quelle proposizioni che riguardano la realtà empirica.[….]Negando alla probabilità ogni valore oggettivo, intendo dunque affermare che, comunque un individuo valuti la probabilità di un dato evento, nessun’esperienza potrà dagli ragione e nessuna potrà dargli torto. Inoltre il concetto di probabilità è relativo: “…il fatto che due casi ci appaiano ugualmente probabili dipende dal gruppo di circostanze che ci sono note od ignote. Basta questo per distruggere il feticcio di una probabilità ‘vera’, esistente nel ‘regno di tenebre e di mistero’ della realtà ultrasensibile, per abbattere una specie di semi-determinismo che considera due casi ugualmente probabili come due casi di fronte a cui la natura è ancor libera di scegliere, e che, non presentando nessuna caratteristica per farsi preferire, mettono la natura nell’atroce imbarazzo dell’asino di Buridano. Sembra impossibile. Ma qualcuno pensa proprio così: che la probabilità dipenda dal fatto che un evento non è ancora ‘deciso’.”[6]
“La scienza, intesa come scopritrice di verità assolute, rimane dunque, e naturalmente, disoccupata per mancanza di verità assolute. Ma questo non porta a distruggere la scienza, porta soltanto a una diversa concezione della scienza.”[7] Non si cerca il ‘perché dei fatti’ ma il ‘perché della loro previsione’, per il semplice motivo che i fatti non hanno bisogno di una causa per accadere, bensì “è il nostro pensiero che trova comodo di immaginare dei rapporti di causalità per spiegarli, coordinarli, e renderne possibile la previsione.”[8] In quest’ottica, le conseguenze di ciò che chiamiamo ‘leggi naturali’ sono da intendersi non altro che eventi di cui si prevede l’avverarsi con “certezza pratica” e quindi hanno lo stesso valore pratico che avrebbero se le considerassimo ‘vere’ nel senso tradizionale che gli attribuiscono i realisti. Ma ragionare in termini di previsione allarga la portata della scienza rispetto al rigido determinismo. Le ‘leggi naturali’ non hanno un valore fuori di noi, ma “continuano così a valere immutate come ‘leggi del pensiero’ per la previsione dei fenomeni naturali.” (Continua)

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[1] B. de Finetti, Probabilismo, Perrella, Napoli 1931, p. 4 nota 1.
[2] B. de Finetti, Probabilismo, op. cit., p. 3.
[3] H. Poincaré, La scienza e l’ipotesi, op. cit., p. 140.
[4] B. de Finetti, L’invenzione della verità, Cortina editore, Milano 2006, p. 84.
[5] B. de Finetti, L’invenzione della verità, op. cit. , p. 84.
[6] B. de Finetti, L’invenzione della verità, op. cit., pp.7, 8, 12,13.
[7] B. de Finetti, Probabilismo, op. cit., pp. 1, 2.
[8] B. de Finetti, Probabilismo , op. cit., p. 2.

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