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Il Simposio di Platone – 1

Marzo 12
10:15 2010

Il Simposio, traducibile dal greco con l’espressione “bere insieme”, è uno dei più noti dialoghi platonici. Scritto nel IV secolo A.C., si differenzia dalle altre opere del filosofo per il modo in cui è strutturato: esso non si articola, come gli altri scritti, sotto forma di un dialogo ma assume la forma di un agone oratorio, in cui ciascuno degli interlocutori espone, per mezzo di un ampio discorso, il proprio pensiero su Eros (Amore).
La cornice nella quale si inseriscono i vari interventi è rappresentata dal banchetto, organizzato dal poeta tragico Agatone per festeggiare la sua vittoria negli agoni delle Lenee del 416 A.C. Fra gli invitatati, oltre a Socrate e al suo discepolo Aristodemo, troviamo il medico Erissimaco, il commediografo Aristofane e lo storico Pausania accompagnato dal suo amico Fedro. Ciascuno, su invito di Socrate, è invitato a pronunciare un discorso su Eros. Verso la fine del banchetto fa la sua clamorosa comparsa anche Alcibiade, completamente ubriaco e coronato da edere e viole, giunto anch’egli per tessere le lodi di Agatone.
Il primo a parlare tra gli invitati è Fedro: egli sostiene che Eros è il più antico tra tutti gli dei ad essere stato onorato, come del resto attesta anche Esiodo, il quale all’origine del mondo pone il Caos e la Terra, e quindi Eros il quel spinge amato e amante a gareggiare in coraggio, valore e nobiltà d’animo; secondo Fedro, se gli eserciti fossero composti da amati e amanti, diverrebbero invincibili. Egli adduce alcuni esempi: primo fra tutti quello di Alcesti, che superò in amore i genitori di Admeto, suo sposo, tanto da farli apparire estranei alla sue vicenda e da suscitare l’ammirazione degli dei; ammirazione che non venne elargita ad Orfeo, tornato nell’Ade senza risultato e perciò considerato vile. Gli dei onorarono invece Achille che, per sua scelta, morì in aiuto e vendetta di Patroclo, suo amante, riservando a lui l’Isola dei Beati. Verso la fine del discorso si assiste al rovesciamento del concetto greco secondo il quale l’amato è superiore all’amante perché autosufficiente; Fedro attribuisce invece maggiore superiorità a colui che ama.
Lo storico Pausania è il secondo a prendere la parola. Egli opera una distinzione tra due generi da Amore, poiché come esistono due Afroditi (l’Afrodite Urania – figlia di Urano – e l’Afrodite Pandemia – figlia di Zeus e Dione) così esistono anche due amori: il primo, “celeste”, si accompagna all’Afrodite Urania; il secondo, “volgare”, si accompagna all’Afrodite Pandemia. L’amore volgare è volto ad amare i corpi, più che le anime e, partecipando di entrambe le nature dei suoi genitori, preferisce tanto le donne quanto i fanciulli imberbi facilmente plagiabili. L’amore celeste, invece, trascende quello corporale e, partecipando della solo natura maschile del padre, è rivolto esclusivamente ai fanciulli. L’amore volgare ha come unico scopo la brutale soddisfazione dei sensi mentre quello celeste, infinitamente più elevato, spinge ad educare a nobili valori colui che si ama. Chi è oggetto di questo amore è spinto a ricambiarlo.
Come terzo, in sostituzione di Aristofane che è colto da improvviso singhiozzo, interviene Erissimaco, il quale, da buon medico, considera l’amore un fenomeno naturale e ne distingue gli aspetti normali da quelli morbosi. Nell’esporre la propria teoria, si trova d’accordo con le due categorie d’amore individuate da Pausania, con una sola differenza: a posto dell’Afrodite Pandemia, rappresentativa dell’amore volgare, Erissimaco pone l’Afrodite Polimnia (portatrice di disordine). All’inizio del suo discorso, inoltre, Erissimaco propone una personale definizione di medicina affermando che “nella musica, nella medicina e in tutte le altre attività umane e divine occorre osservare l’uno e l’altro di questi amori, i quali sussistono entrambi. (Continua)

 

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