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Il sole che uccide

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Il sole che uccide

Maggio 27
06:54 2011

Tre anni fa, il 30 maggio del 2008, una insegnante residente in provincia di Lecco dimenticava la figlia Maria in macchina – la piccola compiva quel giorno due anni – convinta di averla affidata alla baby sitter. La donna aveva altri due figli in età scolare. Solo verso l’ora di pranzo, allertato dalla baby sitter che chiedeva della bambina, il padre chiama la moglie e questa si rende conto di aver lasciato la figlia abbandonata in macchina, e lì la trova agonizzante.
Il 18 maggio scorso, un docente di Teramo dimentica la figlia Elena di 22 mesi chiusa nell’auto nel parcheggio dell’Università e solo cinque ore dopo, quando lascia l’ateneo per tornare a casa, arrivato alla macchina si accorge della piccola che se ne sta senza vita nei sedili posteriori. E si ricorda di lei, che aveva il compito di portare al “nido” prima di andare al lavoro, per facilitare la vita alla sua compagna, all’ottavo mese di gravidanza.
Li chiamano vuoti di memoria. E l’istinto non sembra più essere funzionale alla vita.
Maria, Elena. Avranno pianto tutte le loro lacrime, avranno urlato con tutta la loro voce, si saranno dimenate, squassate, nello spavento dell’abbandono totale, mentre il primo calore di una stagione anomala si abbatteva sulle lamiere infuocandole, e quei corpicini teneri si asciugavano lentamente mentre il pianto si acquietava e lo sfinimento li abbatteva. Auto parcheggiate nei pressi di una scuola, nei pressi di una Università. E nessuno che si sia accorto di queste due creature urlanti, e poi riverse nei loro seggiolini, sole e imprigionate.
E poi è la volta di Jacopo, undici mesi, a Passignano sul Trasimeno. Dimenticato anche lui dal padre nell’auto sigillata sotto il sole a piombo, trovato sudato e bollente e col cuore già fermo.
Maria, Elena, Jacopo. Piccole vittime di una società che corre impazzita, verso dove non sa, e dimentica il presente e anche il suo futuro, perché questo i bambini sono: il futuro. Un tempo che non sta nella mente di chi brucia l’attimo senza viverlo, rincorso da mille affanni, da mille preoccupazioni e non è in grado di “occuparsi” di quello che solo conta: la vita, al meglio rappresentata dalla custodia dell’infanzia.
Li chiamano vuoti di memoria: blackout o distrazione, sottigliezze da esperti che non cambiano l’inconcepibile finale.
Maria, Elena, Jacopo. Nomi da non dimenticare, tragedie su cui riflettere a lungo, con tutta la pietà di questo mondo ma anche con il rigore che una società così dissociata quasi sembra invocare.

 

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