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Il ‘tempo’ come oggetto di banalità

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Il ‘tempo’ come oggetto di banalità

Marzo 10
02:00 2007

“La durata delle cose, misurata a periodi, specialmente secondo il corso apparente del sole”: questa è la definizione generica del concetto di ‘tempo’ fornita da un comune dizionario della lingua italiana.
Eppure, proprio attorno a tale categoria e ai suoi molteplici significati di ordine storico, filosofico o di natura astronomica, si è addensata una coltre di fumo, densa di luoghi comuni e rozze ovvietà. Gli stereotipi sul ‘tempo’ paiono proliferare senza soluzione di continuità, e quasi tutti, eccezion fatta per quei fenomenali campioni della lingua e del sapere umano, se ne servono abitualmente, forse inavvertitamente, magari per riempire il vuoto di certe conversazioni. “Ammazzare il tempo”, tanto per citare uno dei casi più dozzinali, è un modo di dire quantomeno sciocco perché non significa nulla, se non che si uccide la propria esistenza. La persona che “ammazza il tempo”, cioè che impiega malamente il proprio tempo, non sapendo cosa fare, non avendo interessi gratificanti, né occupazioni di tipo mentale o fisico, tali da motivare il vivere quotidiano, non coltivando passioni che potrebbero impreziosire la qualità del proprio tempo esistenziale, finisce per annichilire se stessa, divenendo un essere ansioso, depresso, accidioso, ma non ozioso. Purtroppo, un altro luogo comune, assai vergognoso e detestabile, recita “il tempo è denaro” ed è abitualmente pronunciato dagli ‘uomini d’affari’, i signori del denaro e della finanza, i “paperon de’ paperoni”, ovvero i parassiti e i nullafacenti della società odierna, gli arrivisti e i carrieristi, gli approfittatori dell’altrui tempo, dell’altrui denaro e dell’altrui ingenuità, gli sfruttatori del lavoro sociale e dell’esistenza dei più miserabili e sventurati.
Il “tempo atmosferico” è frequentemente citato nel desolante vuoto dell’incomunicabilità e dell’alienazione moderna, quando con sgomento si scopre di non sapere cosa dire, oppure quando non si è in grado di elaborare idee originali e sostenere valide argomentazioni, oppure, più semplicemente, quando non si è molto abili nell’arte della conversazione. Frasi del tipo “che tempo fa oggi?” o “il tempo minaccia…” eccetera, sono spie inequivocabili che tradiscono la soggezione emotiva, la goffaggine e l’imbarazzo personale, l’incapacità e l’ingombrante difficoltà di comunicare, il conformismo esistenziale e culturale, oppure indicano astuzia, falsità, temporeggiamento, l’ansia di ‘guadagnar tempo’, magari perché si tenta di approfittare di qualcosa o di qualcuno.
Intorno al senso meteorologico-atmosferico del concetto di ‘tempo’, si addensano (tanto per usare una metafora in tema) ‘nuvole’ di inanità linguistiche, vere e proprie ‘tempeste’ di frasi convenzionali, ‘uragani’ di luoghi comuni. Si potrebbe ironicamente (o cinicamente) osservare che, in questi casi, il “tempo atmosferico” può ‘annebbiare’ la mente e ‘ottenebrare’ lo spirito, nella misura in cui ci si abitua sciaguratamente alla più deteriore condizione esistenziale, ossia alla pigrizia intellettuale, che è l’esatto contrario dell’”otium”, che non è ‘non fare nulla’, ossia non equivale all’oziare nel senso borghese di non esercitare il “negotium”, che è l’attività per accumulare denaro, intraprendere imprese lucrose, siglare ‘affari d’oro’, e via discorrendo in questa teoria di lessico aziendalista e capitalista. In un certo senso, l’”otium” (in quanto negazione del “negotium”) è una virtù, un talento, che presuppone molteplici e diverse qualità creative, anzitutto l’abilità e la capacità di impiegare il proprio tempo libero realmente disponibile, per migliorare e valorizzare progressivamente e costantemente la qualità della propria esistenza, grazie a impegni gratificanti quali la lettura, la visione di bei film, l’ascolto di buona musica, l’amore, l’amicizia, la buona gastronomia, le belle arti, il godimento delle bellezze naturali e di ogni altra gioia o piacere che la vita è in grado di offrirci. Invero, l’”otium” dei latini, per il cristianesimo più bigotto, influenzato da filosofie mistiche orientali e da una forma volgarizzata dello stoicismo, rappresenta il vizio supremo: infatti, l’accidia è compresa tra i ‘vizi capitali’ osteggiati dalla tradizione giudaico-cristiana. Nondimeno, l’”otium” era l’ideale di vita proprio della cultura classica greco-romana, ispirata da una concezione epicurea, nutrita da orientamenti filosofico-esistenziali che privilegiavano la ricerca della felicità e del piacere di vivere quali finalità somme da perseguire, in quanto capaci di liberare l’intrinseca natura della persona umana. Dunque, l’”otium” era ed è la condizione dell’individuo privilegiato, del ricco padrone di schiavi, padrone della propria e dell’altrui vita, della persona che non è costretta a lavorare per sopravvivere, perché c’è chi si affanna per lui, e può dunque godersi le bellezze, il lusso e quanto di piacevole la vita può offrire. L’”otium”, in altre parole, è il modus vivendi del padrone aristocratico, del patrizio romano, che non fa nulla ed ha a sua disposizione tutto il tempo per poterlo occupare in un’esistenza amabile e gaudente per sé, quanto detestabile e dolorosa per i miseri che nulla posseggono, neanche il proprio tempo, sprecato e annullato per ingrassare e servire i propri simili! Tutto ciò è vero, purtroppo… È vero, infatti, che non tutti detengono il privilegio, o la fortuna che dir si voglia, di avere molto tempo libero disponibile, da poter spendere in diverse e divertenti attività (‘diverso’ e ‘divertente’ derivano entrambi dal latino “di-vertere” che sta per ‘deviare’, ovvero ‘variare’). Anzi, la grande maggioranza degli individui ancora oggi è costretta, suo malgrado, a travagliare, a patire, insomma a lavorare per sopravvivere. Pertanto, il tempo (vitale) dell’esistenza quotidiana di ciascuno di noi rappresenta una risorsa di valore inestimabile, non solo e non tanto sul piano economico-materiale, ovvero nel senso più venale e triviale del termine.
In conclusione, il vero valore del tempo esistenziale emerge da un punto di vista più propriamente estetico-spirituale, che comprende la sfera del piacere, della bellezza, della cultura, dell’arte, dell’amore, dell’immaginazione, della felicità, cioè la dimensione creativa, ludica e libidinosa della vita.

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