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Il terrorismo islamico nel mondo (Seconda parte)

Agosto 04
16:35 2008

(Seconda parte)
Il terrorismo islamico è un fenomeno che ha profonde radici in Europa: militanti spesso insospettabili, che si aggirano a piede libero, pronti a colpire, come “cani sciolti” fra di noi. Bin Laden comanda un esercito di almeno cinquemila terroristi addestrati, tutti disposti ad uccidere e a morire per la sua santa causa. Il fanatismo di questi combattenti è terrificante. Il loro obiettivo, malgrado l’Islam proibisca di uccidere civili in guerra, è quello di portare il terrore in Occidente, seminando attentati a pioggia, che si traducano in orrende carneficine di massa. L’intento dichiarato è di provocare più morti possibili: è in ragione del numero di vittime che si misura il buon esito di ogni operazione e vengono stabilite le gratificazioni-premio per gli esecutori materiali.
Avvelenati dall’odio politico e dal fanatismo religioso, questi balordi non hanno il minimo scrupolo dinanzi alla strage di massa. La loro nuova frontiera è rappresentata, a tal proposito, dalle armi chimiche, radioattive e batteriologiche.
Al Quaeda concepisce e organizza in continuazione attacchi multipli, dalle dimensioni spesso apocalittiche, molti dei quali vanno spesso a vuoto – per fortuna – poiché all’ultimo minuto qualcosa non gira per il verso giusto. Quello dell’11 settembre ha potuto lasciare un segno indelebile perché tutto, in quell’occasione, funzionò secondo i piani stabiliti.
Oggi Al Quaeda è un coacervo malefico di gruppi estremisti, un’organizzazione-ombrello costruita intorno al culto di Osama. Il suo nucleo è come un guscio vuoto, rappresentato al di fuori da tante piccole cellule indipendenti, disseminate ovunque per il mondo. Manca un bersaglio centrale cui poter comodamente mirare. Il bersaglio è mobile e moltiplicato, dunque invisibile. È questa natura da tumore in metastasi che rende invulnerabile la rete transnazionale del terrorismo islamico. Le cellule operative, in continua trasformazione e rigenerazione, sono molto difficili da individuare. Mentre le agenzie di Intelligence cercano di controllare i militanti accertati, altri nuovi ne spuntano ogni settimana. Insomma: un’idra a mille teste.
Così, anche se Al Quaeda venisse smantellata, ci sarebbero altri gruppi terroristici emergenti, subito pronti a rimpiazzarla: ad esempio il Movimento Islamico dell’Uzbekistan o, in Algeria, il gruppo “Salafista per la Preghiera e il Combattimento”. Migliaia di “madrassa” (scuole religiose) sorgono come funghi in Asia, Medio Oriente ed Africa, offrendo educazione islamica e addestramento militare. Le stesse Università dedicate allo studio del Corano si distinguono spesso come focolai di estremismo, luoghi dove – ambiguamente – viene fomentata e favorita la jihad.
L’opinione pubblica e i governi dell’Occidente, a questo punto, non possono più permettersi di ignorare i motivi per cui questa gente finisce tra le braccia del terrorismo. Molti combattenti agiscono per convinzioni politiche o religiose. Altri sono semplicemente criminali prezzolati. Altri ancora diventano terroristi per vendetta o per dare un senso (ideale e/o economico) alla propria vita. Osama bin Laden, tra una farneticazione e l’altra, ha dichiarato di vedere un bersaglio in ogni contribuente americano, poiché sostiene la macchina bellica a favore di Israele, ovvero contro la nazione musulmana; e di considerare nemico ogni Paese alleato o fiancheggiatore della politica imperialistica degli USA. Ed ecco allora l’attentato alla stazione centrale di Madrid (11 marzo 2003: esattamente a un anno e mezzo di distanza dalle Torri Gemelle), e quelli a Londra (7 luglio 2005, presi di mira metropolitana e autobus) e a Sharm El Sheikh (22 luglio 2005, distrutto l’Hotel “Ghazala Garden”). Come si vede, neppure un Paese islamico (l’Egitto) può considerarsi al sicuro, se accusato dai fondamentalisti di eccessiva apertura al dialogo con i nemici “crociati” (è stata non a caso colpita una meta turistica tra le più apprezzate e frequentate dagli occidentali). Da qui, una sorta di psicosi collettiva che, periodicamente, attanaglia le nostre maggiori città, tutte in fatalistica attesa del prossimo attentato (a chi toccherà?). Una psicosi che nasce anche dall’agghiacciante consapevolezza che, nonostante le più capillari ed efficienti misure di sicurezza, non è e non sarà possibile controllare tutti, ovunque e in ogni momento. La sfiancante strategia della tensione e del terrore di massa è, del resto, uno tra gli obiettivi principali perseguiti da Al Quaeda: un Occidente con i nervi a pezzi è sicuramente meno forte e pronto a resistere ai suoi attacchi.
Più che correre dietro agli attentatori, irraggiungibili e imprevedibili, dinanzi ai quali resta sempre inerme, sempre indietro di una “mossa”, l’Occidente dovrebbe eliminare alla radice i motivi politici e soprattutto economici che alimentano il rancore musulmano. Verrebbero meno – come minimo risultato – i “pretesti” dietro cui si nasconde Al Quaeda, e a cui aggancia le proprie deliranti apologie della jihad. L’Occidente dovrebbe realmente smettere di appoggiare l’aggressività israeliana contro il popolo palestinese: cosa peraltro difficile, visti gli interessi economici in gioco, la potenza delle lobbies ebraiche nella società americana e il ruolo di Israele come “ultimo baluardo” d’America e d’Europa e “spina nel fianco” del mondo arabo. Uno scenario che, purtroppo, anche in proiezione futura, non promette nulla di buono.
(Fine)

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