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Immaginare la donna come un essere umano

Immaginare la donna come un essere umano
Novembre 21
18:44 2022

Quando si pensa a un artista, scrittore, pittore o scultore che sia, si fantastica che venga preso, ogni tanto, da un’ispirazione incontrollabile e che gli urga di esprimere la sua creazione. Pare un po’ la famosa raffigurazione di Einstein con i suoi capelli ritti sulla testa.

Può darsi.

Di solito, però, non è così.

Di solito, nulla è semplice e scontato e l’opera artistica è preceduta dallo studio di quel soggetto e da una motivazione forte: si vuole comunicare agli altri, oltre che a se stessi, una realtà, un problema, una visione storica o sociale.

Perché si crede importante quella comunicazione e si è visionari al punto di illudersi che possa migliorare la società.

Dunque, usualmente, per me, scrivere significa prima di tutto dare rilievo ai problemi sociali, in particolare alla disparità di genere e alla violenza contro le donne.

Possono essere storie occidentali oppure orientali, ma sempre sono vicissitudini femminili perché bisogna raccontare, secondo me, ciò che si conosce bene.

E io sono una donna.

Seguo, tra l’altro, da anni la lotta di un’importante Associazione internazionale (CIAMS Home – Coalizione internazionale per l’abolizione della maternità surrogata (abolition-ms.org ) contro la pratica del cosiddetto utero in affitto.

Questa volta, allora, per il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne,  presento il mio libro  “Voglio il tuo utero”, un nucleo di due racconti che trattano della GPA, gravidanza per altri, quando la donna, ovviamente povera, diventa una fattrice senza sentimenti che serve solo a produrre un bambino da vendere. Oltre ai racconti, il testo si avvale di un’introduzione informativa e di un’Appendice con articoli di giornale.

Tale pubblicazione (ebook e cartacea) è disponibile sulla piattaforma Amazon e  proprio dal 25 novembre sarà presentata a voce sul mio canale youtube (325) Renata Rusca Zargar – YouTube ). 

In Italia, la maternità surrogata è proibita e, quindi, si parla poco di questo soggetto. Eppure, politici, attori e personaggi che se lo possono permettere, vanno all’estero a farsi produrre un bambino e, quindi, tornano con il loro trofeo.

Forse, ce ne siamo resi un po’ conto allo scoppio della guerra in Ucraina, quando abbiamo visto neonati già pronti che non potevano essere ritirati dai committenti (abbandonati dalla madre biologica perché per contratto deve sparire subito dopo il parto) e ragazze incinte di bambini non loro che non sapevano dove andare.

Che cosa abbiamo pensato?

Soprattutto, mi chiedo, cosa abbiano detto le femministe che sostengono le donne.

Nulla di nulla.

Se leggerete questo volumetto, alla fine, è riprodotto anche un mio articolo del 2016, pubblicato da “Oggi” oltre che da vari altri giornali che si intitola proprio: “Le femministe hanno affittato il cervello?”.

Combattere la violenza sulle donne, infatti, è anche lottare contro questa pratica mostruosa che mette sullo stesso piano gli esseri umani e gli animali da produzione.

La co-fondatrice  e co-presidente della Coalizione internazionale per l’abolizione della maternità surrogata (ICAMS), Ana-Luana Stoicea-Deram,  ha espresso così il suo parere sul mio lavoro:

“Entrambe le storie descrivono circostanze complesse con grande empatia e umanità; lei mostra come le coppie possono scegliere di diventare genitori attraverso la gpa e perché, in quali circostanze personali e macrosociali, le donne sono portate ad accettare diventare madre “surrogata”. Ci piacerebbe pensare che più persone la pensino come Leonardo ed Emilio, e che il destino delle madri surrogate possa essere quello di Darina e Mawunyo (Castel Gandolfo!). Ma soprattutto spero che il suo libro venga letto e che fornisca ai lettori la comprensione necessaria per capire che questa pratica non è mai, né dovrebbe essere, una soluzione per nessuno. Auguro al vostro lavoro un bel percorso verso il cuore e l’intelligenza del pubblico!”

Mi auguro anch’io che le donne, tutte le donne del mondo, possano compiere qualche passo avanti nella parità di genere e che soprattutto siano libere da ogni forma di violenza e sopraffazione.

 

 

 

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