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Incontri letterari

Marzo 07
15:15 2015

Fin da subito, il prof. Bignamini ha mostrato come Raboni si inserisca appieno in quelle che sono le tendenze peculiari della poesia del secondo Novecento, come formulate da Enrico Testa: la crisi dell’io lirico, che non regge più il monologo e produce il colloquio con altre voci; quindi, la tendenza dialogica e intimistica e l’insistenza su modalità narrative e teatrali; il rifiuto della capacità oracolare della poesia, che non porta più al trionfo sulla realtà (cfr. Montale, Non chiederci la parola); il dialogo in assenza con le ombre dei familiari morti, tra consistenza e dispersione. E da quest’ultimo tema si dipana la conferenza. Il prof. Bignamini mostra infatti come il colloquio con i morti sia una costante della poetica raboniana (e non solo: si pensi al Sereni di La spiaggia, Paura seconda e Il muro, o al Caproni di Il vetrone) e come da esso derivi l’impegno civile di Raboni: che non consiste tanto nello schierarsi politicamente, quanto nel desiderio di salvare il senso del passato e del presente attraverso il recupero dei morti, per giungere poi a un “noi” inteso come collettività dei vivi e dei morti. Ma il rapporto con le anime dei defunti non è semplice e scevro da ansie (né lo era in Caproni e Sereni): aleggia sempre il pensiero di una non ben definita colpa, per cui le ombre sono sempre creditori verso i vivi, che hanno conti vergognosi in sospeso con loro (Ombra ferita, v. 13). E se da un lato c’è la volontà del poeta di immedesimarsi nei suoi cari morti (Ho gli anni di mio padre – ho le sue mani, La guerra, v. 1; forse, più semplicemente, comincio a essere mio padre, in Tempus tacendi), dall’altro questa comunione non riesce e resta precaria (Sempre c’è / poco tempo quando dobbiamo fare / i conti con i morti, Creditori, vv. 4-6; anima che vieni […] quando arrivi […] non / svanire, Ombra ferita, vv. 1; 7; 11-12). Raboni sviluppa quindi una poesia fortemente allusiva, la cui difficoltà non sta tanto nel valore denotativo lessico quanto nella comprensione dei suoi valori connotativi, nonché nei molti sottintesi, nel non-detto: la poesia novecentesca è poesia del silenzio. Ma la poesia, naturalmente, mantiene tutta la sua letterarietà: così, lo “spontaneo” sonetto Ombra ferita è figlio del sonetto Ombra nemica di Della Casa; e gli stessi titoli delle raccolte di Raboni uniscono la tradizione letteraria italiana alla personalità del poeta: Le case della Vetra allude alla Storia della colonna infame; L’insalubrità dell’aria a Parini; A tanto caro sangue a Giulia Beccaria, madre di Manzoni.
Il ciclo di incontri letterari prosegue venerdì 27 marzo, con un intervento della prof.ssa Lavezzi su Saba.

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