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Italia: forti o deboli

Italia: forti o deboli
Agosto 24
20:52 2018

La storia è sempre stata un rapporto di forze. I vincitori scrivono la storia, vera, falsa, giusta, sbagliata.

Troppo spesso l’equità sociale resta una parola morta, un modo di dire o da esporre ai cittadini. Ciò che fanno o hanno fatto altri è sbagliato, le Nostre scelte le Nostre proposte i Nostri rappresentanti sono la risoluzione e quanto di meglio offre la nazione.

Che esista un problema migranti è evidente ed irrisolto da anni.

Che l’Europa sia solo un pezzo di carta economico è altrettanto accertato, dove ogni nazione tira acqua al proprio mulino, difendendo una nazionalità priva di qualsiasi senso di comunità europea. Ogni azione è frutto di uno scambio da cui trarre vantaggio, senza tener conto del rapporto sociale che dovrebbe unire le nazioni il cui obiettivo dovrebbe essere il rispetto e l’integrazione dei cittadini. In questo contesto nazionalistico torna alla ribalta il populismo e la difesa dei propri “orticelli”.

È inutile parlare di “Comunità Europea” dove gli interessi nazionali si sovrappongono alle necessità della società.

Mi torna logico che in una riunione dei capi di stato o governo, il dialogo sia rapportato all’interesse comune, contrariamente a ciò non capisco il motivo della riunione.

I paesi facenti capo al gruppo di VISEGRAD, ovvero: Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, hanno fatto migrare milioni di persone verso l’Europa, tutti alla ricerca di un lavoro. Nella nostra nazione hanno destabilizzato il lavoro, accettando bassi costi, lavorando a nero, lavorare 10 – 12 ore al giorno (stesso costo) ed anche nei giorni festivi, eseguendo spesso lavori non di competenza. È chiaro che ciò è comodo per imprenditori, cittadini (convinti di risparmiare) e, forse, anche alle istituzioni. Nei cantieri e nelle lavorazioni dell’edilizia non si trovano neri Africani, nonostante vengano tacciati di “rubare” il lavoro agli italiani.

E i cittadini del “GROUP VISEGRAD”? Come mai questi paesi non accettano la ripartizione dei migranti? Quale motivo ci spinge all’amicizia con questi paesi se i loro obiettivi sono diversi dai nostri?

Vi starete rispondendo: queste nazioni hanno i nostri stessi obiettivi, bloccare la migrazione. Perché non è stata bloccata o regolamentata la migrazione dell’EST?

Voglio precisare che quegli obiettivi sono della LEGA e di coloro che accordano propagande populiste, parlando senza proporre alternative di crescita sociale e lavorativa. La crisi che stiamo attraversando è dura, lunga e con prospettive poco chiare. Quando si parla di “prima gli italiani” è come chiedere ad un affamato se vuol mangiare, bè, rispondetevi da soli; è facile trovare discepoli che ti seguono.

Il braccio di ferro che il signor Salvini & company stanno attivando con i migranti non mi sembra uguale a quanto il Presidente del Consiglio Conte abbia ottenuto dalla riunione dei capi di Governo. Praticamente è stata lasciata la “libera scelta” di accettare la ridistribuzione dei migranti, con le stesse nazioni che si sono chiuse a riccio su questi eventi.

Contrariamente Salvini & company pongono il divieto di sbarco ai migranti sino a quando le nazioni europee non provvederanno ad una ridistribuzione che, non dimentichiamo, è prettamente volontaria e da condividere con nazioni che sono prettamente contrarie alla suddivisione.

Tutte queste sono parole. Personalmente vedo soltanto un Governo che punta una pistola alla testa dei migranti (in modo metaforico) utilizzando la FORZA di cui dispone: il non attracco delle navi ai porti italiani. Vedo anche un Governo DEBOLE, proclamare ai quattro venti di aver ottenuto una vittoria, dopo che le nazioni europee hanno proclamato di accettare i migranti, ma solo dopo una “LIBERA SCELTA”.

La migrazione dall’Africa è un problema che non si risolve in mare. Necessità di una responsabilità Europea sia nella gestione dei migranti che, ancor di più, nel continente Africano. Restituire dignità vera post – colonialista alle nazioni (sulla nave Diciotti sono principalmente Eritrei e Somali, sudditi del nostro grande impero), riconoscere i reali costi di produzione industriale e di libera scelta sociale anche a discapito dei nostri interessi, potrebbe essere un primo passo per l’evoluzione del continente africano e, probabilmente, una inversione della migrazione verso l’Europa.

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