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Jo, fatina colorata a Rocca di Papa

Jo, fatina colorata a Rocca di Papa
Agosto 22
17:55 2021

Gentile e cortese, come l’arte che dona tra i vicoli e le piazze di Rocca di Papa: una dama d’altri tempi, copre di petali, ciotole di fiori, paesaggi e fanciulle in costume popolare,  muri scrostati  e vecchie serrande arrugginite.

È accolta con gioia dai residenti: le procurano il materiale necessario e le lasciano mano libera, affinché esprima con la sua arte il grande mondo a colori che anima il suo cuore.

Si tratta della signora Giovanna Nati, cognome del primo marito, mi dice… in realtà lei nasce a Casal Monferrato da una famiglia piemontese che, in pieno Ventennio era composta dal papà Giovanni Passerone[1], dalla mamma e due figli.

Si trasferiscono a Sanremo per problemi di salute della donna e quando la piccola Giovanna aveva appena 7/8 anni, con il papà prigioniero degli inglesi, si ritrova con una pistola puntata alla testa: perderanno ogni avere e la mamma troverà accoglienza presso la famiglia di una sorella a Roma.

Alla fine della guerra, tra i prigionieri, il papà ricevette il saluto militare sull’attenti dei vincitori, per l’atteggiamento fermo con il quale non mostrò la vigliaccheria di rinnegare, come molti, i suoi trascorsi militari, racconta Giovanna.

Poco  tempo dopo, ossessionata dalla gelosia, la mamma volle separarsi dal marito che se ne tornò in Piemonte, ben accolto dai concittadini perché qualche anno prima aveva affrontato da solo una squadra di soldati nemici.

Furono momenti non facili: la mamma restò ospite a Roma dalla sorella; l’altro figlio Giulio – quindici anni più grande di Jo – se ne andò in Brasile dove visse la sua vita lavorando come geometra e lei, la piccola Giovanna fu accolta da una zia in Basilicata, in provincia di Potenza: lo zio era medico, ma lei notava l’assenza di libri in quella casa a Melfi. Tuttavia la fecero studiare, mandandola a lezione di arte da Alessandro Cassotta[2], insegnante, artista che le diede solide basi del disegno e della pittura. Venne  ammessa al Liceo artistico sostenendo un esame di ammissione a Napoli e successivamente s’iscrisse all’Accademia delle Belle arti a Genova: molto timida si nascondeva dietro il cavalletto per rendersi invisibile; il suo professore di arte, rumoroso e travolgente come un camallo, uno scaricatore di porto, dice,  incuteva timore con quel vocione che sembrava gridare. Una volta capitò che dalla cattedra egli osservò i disegni consegnati. Sollevò quello di Giovanna e con voce imperiosa chiese più volte chi fosse l’autore. Lei rispose con un filo di voce sollevando la mano, ma restando sempre ben riparata: – E’ mio…

Se lo vide arrivare, quasi aggressivo e, scuotendola le disse:

  • Sei brava! Hai capito che sei brava?

E divenne il suo protettore, dice, un insegnante che le svelò ogni tecnica pittorica, incoraggiandola a dar sempre il meglio di sé, incitandola ad aver fiducia in se stessa. In quel periodo, la mamma era rimasta a Sanremo, mentre lei abitava in una piccola pensione.

Terminata l’Accademia a Roma – viveva con la madre in una casa in zona Piramide – si dedicò al restauro dei mobili e si preparò al concorso abilitante all’insegnamento, superandolo senza problemi.

Ottenne la cattedra come docente di educazione artistica, a Vallecorsa in Ciociaria, dove visse per tre anni alloggiando in un pensionato gestito dalle Suore del Preziosissimo Sangue. Paesino del Frusinate situato sulla linea Gustav, era stato duramente provato nell’ultimo conflitto bellico,  subendo ogni sorta di violenza dalle truppe tedesche e marocchine e continui e devastanti bombardamenti da parte alleata. Tra i suoi allievi Giovanna ricorda un ragazzo bellissimo, figlio di una donna vittima delle violenze dalle quali non si era più ripresa, al punto che, ritenendola poco affidabile le tolsero i figli. Questo ragazzo, Roberto, venne sistemato in un collegio di frati.  Scossa da questo episodio, più volte Giovanna lo andò a trovare: ricorda quando le venne affidato dai religiosi e lei riuscì a riportarlo a casa dalla mamma.

  • Ancora oggi, a sessanta anni – dice con una punta di dolcezza – lui mi scrive: finiti gli studi aveva trovato un impiego, si è sposato, ora è nonno…

Continua dicendo che da qualche tempo lui sta poco bene, la voce è velata, e aggiunge… purtroppo quando la vita ti deve tartassare…

Si scuote, continua il racconto della sua vita: dopo una serie di trasferimenti giunse a Roma…

Intorno agli anni ’60,  quando ancora Giovanna decorava i mobili, stavo dipingendo una pesca delle perle su fondo marino – ricorda – conobbe Silvio Nasi, un uomo molto più grande di lei, sembrava uscito da un libro di avventure, ricorda, era un uomo senza età, aveva viaggiato molto e in Africa aveva perso tutto… scappava da lei, ricorda, consapevole dei trentacinque anni che li dividevano… eppure questa piccola donna, dagli occhi grandi, riuscì a sposarlo: lo aveva conquistato semplicemente essendo se stessa, lui si era innamorato della mia ingenuità, confida.

Se ne andò nell’80, lasciandole ricordi dolcissimi…

Si risposò, Giovanna, con Daniele Nicolai, questa volta più giovane di lei: era un collega che, sapendola sposata evitava persino di salutarla. Iniziò a corteggiarla solo dopo qualche tempo, quando lei era rimasta sola.

Ha vissuto una vita d’amore, ma la consapevolezza della sua sofferenza, dovuta alla separazione dei suoi, dalla lontananza del padre, la tristezza della mamma, ha fatto sì che non ritenesse giusto donar la vita a qualcuno che avrebbe potuto soffrire come lei.

Ora è sola, Daniele è mancato cinque anni fa: è circondata da amici e amiche che le vogliono bene: vive il suo mondo colorato di fiori e ogni anno che viene a Rocca di Papa imprime questa sua dolcezza in ogni angolo facendo fiorire colori, forme, sfumature da muri scrostati e angoli nascosti.

Già la scorsa estate ha dipinto scorci nella zona del Carpino – Piazza Valeriano Gatta –  e lungo la strada che scende verso il Duomo dell’Assunta;  quest’anno la si vede, indaffarata con i pennelli e i colori, piccola figurina di donna dallo sguardo e la voce dolcissimi, a far magie cromatiche in Piazza delle Erbe – Piazza Garibaldi –  proseguendo verso il Belvedere dove, a un panorama senza confini, pone  a contrasto sfumate realtà floreali.

La osservano con curiosità e simpatia i nostri concittadini,  mostrando gratitudine… lei si schermisce, sorride a tutti, offrendo con la sua arte, un abbraccio colorato di sogni, dimostrando  che la vita è bella, nonostante tutto.

 

[1]Commendatore Giovanni, Console generale Comandante del 236 gruppo legioni M.V.S.N. in Bari  (2396   16-V-1930( XII) – GAZZETTA UFFICIALE DEL REGNO D’ITALIA – N. 115)

[2] Alessandro Cassotta – Nato nel 1910, il Cassotta fin dai primi anni della scuola dimostrò una spiccata propensione per il disegno. Tra i suoi maestri, Ercole Bianchi con il quale dipinsero paesaggi e monumenti del Vulture Melfese. Diventò insegnante e dopo il terremoto del 1930, si dedicò al recupero dei monumenti danneggiati. Venne anche nominato “Ispettore onorario delle Belle Arti per il Melfese”. Si dedicò anche a scavi ove ebbe importanti scoperte archeologiche. Quelli più belli e significati che la nostra memoria ricordi furono ritrovati in una tomba nella necropoli di Chiuchiari. Si trasferì a Roma proseguendo la sua passione per la pittura e fu nominato membro dell’accademia Tiberina, dove morì all’età di 83 anni. (http://www.cittadimelfi.it/personaggi-storici.html)

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