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L’economia e i contadini

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L’economia e i contadini

29 Dicembre
08:19 2011

Nel nostro territorio convivono esperienze sociali estremamente variegate, dal potere temporale dei papi, alla capitale del regno e successiva Repubblica, alla società agricola. Sin dai tempi dell’impero burocrati ed economisti si sono susseguiti per lo sviluppo della società, spesso confusa con la propria casata e interesse familiare. La storia ci riporta molto dello sviluppo agricolo, diversamente visibile è il conto economico

che, involontariamente, incideva sullo sviluppo familiare e del nucleo sociale del paese.

Anni addietro, certi sacchetti in plastica portavano la scritta “fai girare l’economia”, invitando ad acquistare per immettere liquidità nel mercato, con il passare del tempo l’unica cosa che è girata (e non per molto) sono state le buste di plastica. Ma cosa c’entrano i contadini con questo? Questa crisi economica, lo spread, la Borsa, la grande economia, mi ha fatto tornare alla mente uno sprazzo di vita che noi del primo dopo guerra e, naturalmente, gli “ante guerra”, abbiamo vissuto in una società che usciva dal più disastroso evento che la storia ricordi, con la forza e la voglia di andare avanti dei contadini.

I nostri “vecchi” coltivavano vigneti e quant’altro utile al sostentamento familiare. A vendemmia ultimata si disponeva di tre, quattro ed oltre, botti di vino. È evidente che berlo tutto sarebbe impresa da Guinness dei primati, ed allora mettiamolo nel mercato. A turno si aprivano le osterie dove vendere il vino, dove le sere ci si trovava per stare tra amici e “farsi ‘na foja”. Questo permetteva al contadino di ricavare contante dal prodotto ottenuto dalla terra, e dopo aver terminato il vino da vendere (tenuta a parte la sua necessità annuale) dava spazio ad altri, avviando lo stesso ciclo economico. Questo moto circolare consentiva a tutti di vendere il proprio prodotto, ricavando contante che immetteva nel mercato acquistando beni per le necessità della famiglia. La solidarietà contadina era tale che se anche uno avesse avuto un vino poco gradevole, lo si aiutava (naturalmente bevendo) perche anche lui aveva famiglia. Questo metodo consentiva di avere il capitale (le botti), immetterlo nel mercato per acquisire nuovi capitali da utilizzare per ulteriori acquisti di necessità. Tenere capitali (botti) in cantina (banche) vi è il rischio che questo diventi aceto, fatta salva la necessità individuale.

Questo semplice meccanismo contadino ha permesso a noi, a questa nazione di crescere, ovviamente aggregandosi a tutti gli altri meccanismi sociali. Accumulare capitale per accrescere la ricchezza di pochi, ha impedito l’aprirsi di “molte cantine”, bloccando, di fatto, il girare dell’economia. Il Governo Monti non è la soluzione dei problemi italiani, è il risultato dei problemi italiani trascurati per trenta anni dai politici, che hanno mirato al controllo socio-economico ed all’acquisizione di consenso elettorale. Da Craxi (probabilmente il primo a gestire imprenditorialmente il sistema clientelare inaugurato dalla DC) a Berlusconi è stato un susseguirsi di crescita del culto della personalità e dell’arricchimento ottenuto non con il lavoro, bensì con gli intrallazzi politici volti al controllo dell’economia dello Stato, e di gruppi dirigenziali che provvedevano e provvedono al sostentamento economico dei partiti e dei suoi dirigenti.

In questo sistema si è riconosciuta e sviluppata l’Italia degli ultimi trenta anni. Ad ognuno la propria fetta di torta, secondo le possibilità, dal posto di lavoro, alla multa cancellata, alle diecimila lire all’usciere per sveltire la pratica, a qualche milione per acquisire lavori super pagati, alla tolleranza del furto politico e delle dirigenze multi miliardarie. Il tutto, accumulando debito (considerato secondario che qualcuno pagherà), privilegi sociali, ed un benessere che consumi oggi e che pagherai comodamente dal prossimo anno. Se soltanto tre, cinque o dieci anni fa, un politico avesse avuto il coraggio di affrontare problemi sicuramente ostili ma necessari alla crescita sociale (i contadini che bevono il vino cattivo per …), le attuali manovre avrebbero un peso minore e le famiglie sarebbero più ricche (avremmo tutti venduto le nostre botti). Non dimentichiamo quanti interventi ordinari e straordinari sono stati effettuati, e che solo in questi ultimi mesi il governo Berlusconi/padano ha varato tre manovre bruciate dai mercati (quelle cantine dove il vino diventa aceto). Basti pensare che l’ultimo dato sulla dimensione della corruzione dice che questa costa come due attuali manovre: 60 miliardi di euro!

Come sempre nel nostro Paese il caos è totale: chi parla di equità, chi del contrario. Di certo per ora pagano i visibili, una fettina anche gli invisibili, ci sarebbe voluto molto coraggio per essere equi, e magari non ostaggio dei politici. Che paese strano, il Popolo delle Libertà è contro le liberalizzazioni! I progressisti (PD) sono ambigui nel dibattito sociale. Gli industriali vogliono campo libero: i ricavi delle aziende – oltre che in Svizzera, aziende in Cina, ville, yacht – perché non servono per investire nelle proprie aziende italiane? E noi lavoratori: ma è proprio sicuro che fra tutti sia proprio io a dover lavorare? E se improvvisamente gli evasori da furbi li chiamassimo ladri? O chi timbra senza essere al lavoro divenisse da scaltro a delinquente? E gli ordini professionali, poco professionali e, molto più, associazioni di cartello? E i parlamentari, da onorevoli in aula, al Signor Pinco Pallino nelle strade. Ma forse, saremmo veramente ancora in Italia?

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