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L’ultimo della fila

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L’ultimo della fila

maggio 08
12:57 2010

Di solito preferisco dormire alla veglia.

Sono fatto così…

Il perché?

Faccio dei bellissimi sogni.

Almeno credo, visto che non me li ricordo mai, tranne certe immagini meravigliose come code luminose, fasci di luce sconosciuti, sensazioni strane o dolcezze intimissime. Oppure vedo altri popoli diversissimi da noi, storie di amici mai visti, pietre che parlano tra loro in profonde gole, dimensioni lontane, pozzanghere di fango abitate da esseri sempre allegri e vite da api verdi e blu e altro di più assurdo.

Ma pochi giorni fa il messaggio sul cellulare di una scocciatrice che aveva sbagliato numero alle quattro di pomeriggio, l’orario migliore per il sonnellino pomeridiano di due ore, mi svegliò di soprassalto e ricordare il mio ultimo sogno.

C’era tanta gente in fila che, a turno, si specchiava in uno specchio che rifletteva la sua vera immagine. Come nel film “la storia infinita” pensai, finalmente un segno quasi normale!

La cosa interessante però era che prima di me c’erano tutti i miei amici, gente comune e personaggi famosi e ogni specchiata era fantastica, sconcertante e divertente. E tutti guardavano l’immagine della persona prima. Nessuno era indifferente e coglieva con soddisfazione, indifferenza, cinismo la specchiata. Alcuni poi supponevano l’immagine della persona che avevano innanzi o la propria e coglievano con gioia o sconfitta la realtà. Commentavano con sussurri o con la propria mente.

Le persone si specchiano e poi se ne andavano via.

Era una lunga fila.

Ed io ero ultimo.

Una donna obesa rifletteva l’immagine del suo cervello piena di spaghetti alla carbonara e al posto delle seno due enormi cocomeri. Alcuni risero, altri si rattristarono.

Con Margherita Hook si formarano allo specchio miliardi di pianeti, stelle, universi lontanissimi, costellazioni isolate, abissi bui, stelle comete e un’immensità di spazi. Tanti occhi stupefatti osservarono.

Un mio amico rifletteva un calcolatore pieno di valvole.

La mia ex tanti fiori dentro una ghigliottina.

Un giudice una decina di persone arrabbiatissime dietro le sbarre che volevano menarlo.

Una mia amica aveva l’immagine di un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto.

Una giovane sconosciuta un violino che suonava. La gente rimase incantata da quella dolce melodia.

Il mio direttore delle poste tanti mostriciattoli a forma di francobolli con tanti canini. Tante persone risero a crepapelle.

Una signora un cagnolino che abbaiava e faceva la pipì.

Un mio caro amico alte montagne innevate, sentieri strettissimi, colline verdi e ruscelli azzurri.

Poi c’era una bambina che aveva forma di fata con colori da farfalla.

Un bambino una nuvola bianca che passava in un cielo azzurro.

Il mio gatto Dublino rifletteva il giardino del paradiso. Tutte le persone dietro aprirono la bocca meravigliati.

Un’altro amico tante monete d’oro arrugginite come vecchie ancore.

Un’altra amica un arcobaleno che saliva da un laghetto di campagna al cielo.

Michel Jakson tanti volti di bambini impauriti.

Il mio barbiere rifletteva tanti omosessuali nudi. Tanti in fila storsero la bocca, altri gioirono.

La mia collega una vasca da bagno piena di coccodrilli!

Il mio medico un piccolo topolino bianco.

Mia madre rifletteva ciò che più è vicino a Dio.

Mio padre un aspirapolvere rotto pieno di polvere bianca.

La mia vicina di casa una scopa. Tanta gente rise.

Bin Laden un enorme aeroplano che si avvicinava rapidamente al vetro e sembrava uscirne. Tutti fecero alcuni passi indietro per lo spavento.

Mia nonna un prato immenso di viole, tulipani e gigli.

Un mio amico un letto d’ospedale che galleggiava in un mare libero. Io capii tristemente il perché.

Poi passarono molte altre persone: politici, cantanti, vicini di casa, avvocati, strozzini, mafiosi e donne di strada. Altre immagini strane, ovvie, ciniche e rasserenanti.

Infine venne il mio turno,

l’ultimo della fila,

tutti se n’erano andati.

Pensai di vedere riflesso un enorme escremento di elefante o una trota a otto zampe

o un pesce fritto che mangia il piatto o un pipistrello maldestro che vola nella notte.

Invece quello specchio riflesse la mia immagine esattamente come sono.

Con il mio viso, i mie occhiali e i miei pochi capelli.

Piansi.

Nonostante la mia vita,

i casini, i guai, le centinaia di scelte sbagliate,

il mio brutto carattere

ero rimasto esattamente io.

Con la mia bruttezza,

con la mia bellezza.

Mi voltai

e sorrisi solo.

Michele Mazza

 

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