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La Chiesa tra certezze e accuse

Marzo 24
00:00 2012

Facciamo pagare l’Ici o l’Imu anche alla Chiesa! L’affermazione è così perentoria da non lasciare scampo al dubbio, fa intendere che lì, dove Cristo sta alla croce e gli uomini ai suoi legni, c’è un bel po’ di “magna-magna”, quanto meno di furbetti da una parte e di allocchi dall’altra. Quando la coperta è troppo corta e il popolo adirato, c’è sempre spazio per alimentare il desiderio di forche dialettiche,

mentre le eventuali risposte svelanti truffe e raggiri fanno mancare le domande all’appello, obbligate a stare in disparte, come fossero di poca importanza. Qualche giorno fa, allorché si è fatto man bassa di accuse e certezze inossidabili, leggendo le molteplici richieste di equità e giustizia nei riguardi della Chiesa, per farle pagare la tassa in oggetto, ho detto sottovoce e senza alcuna verità nelle tasche di andarci piano con il plotone di esecuzione, perché per quello c’è sempre tempo.

La riflessione è ben altra: se davvero la Chiesa è padrona e ladrona come qualcuno si ostina a dire per mezzo della famosa e indiscussa cassa mediatica, se le proprietà che la contraddistinguono sono adibite a lucro continuo, e non come risorsa e strumento di emancipazione per i poveri, i prevaricati, i dimenticati, se davvero questo è un business conclamato e permeato da un’accettazione statuale, occorrerebbe anche chiedersi, come mai si è giunti a questo statu quo. È un interrogativo che in questi anni di saltimbanchi, di prestigiatori, di commedianti più o meno noti, non ha mai avuto riscontri, non è mai stata posta neppure all’interlocutore, per il semplice fatto che la Chiesa non ha mai lesinato di offrire il suo servizio, nei riguardi di quanti sono stati rapinati di un pezzo importante di futuro, di coloro che titolari di residenza o di domicilio, rimangono dei rifugiati ai margini della società autoctona e globale.

Enti ecclesiali, religiosi, cattolici, che travestono gli spazi ludici e di intrattenimento, in luoghi di culto, di preghiera, di ritiro spirituale e di accoglienza, debbo dire che è alquanto inverosimile. Piuttosto credo, perché lo so, perché ho avuto modo di constatarlo di persona, che gli edifici della Chiesa sono territori della solidarietà e della accoglienza che diventa salvezza della vita, un servizio vero e senza orpelli a contrassegno per trarre di impaccio chi è piegato nella disperazione. Dunque, in ogni spazio della Chiesa occorre chiedere l’Ici come per qualunque altro ente o possessore di attività destinata a fare economia? Se così è, come conseguenza di una Chiesa che non paga e non corrisponde quanto deve, o non rende quanto invece ha preso, è evidente che debba mettersi in regola, mi pare però un’esagerazione costruita a misura, infatti non credo nella dichiarazione dei redditi che non si trovano.

Forse oltre a rimuginare pensieri di rivalse nei confronti della Chiesa, rumoreggiando sulle tasse che non sarebbero pagate, occorrerebbe meglio chiarire i fondamenti del lavoro che svolge, che sempre svolgerà, questa grande casa della fede, della contemplazione, delle azioni che liberano e emancipano gli uomini e le donne in tutto il mondo, quello lontano e quello vicino, dove c’è sempre più bisogno di chi non chiede tornaconti, interessi, medagliette da appuntare al petto, nel consegnare aiuto a chi ne è sprovvisto, a chi è derubato persino della speranza. La Chiesa non dovrebbe essere supplente di un vuoto istituzionale, ma protagonista assoluta di un ripensamento culturale, affinché ogni persona mantenga e custodisca la propria dignità nel rispetto dovuto.

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