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La fede: strumento di guarigione fisica e spirituale?

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La fede: strumento di guarigione fisica e spirituale?

31 Maggio
23:00 2009

Armando Pavese, autore del libro Fede come terapia. Analisi psicologica della fede come strumento di guarigione fisica e spirituale in casi reali (Brossura. Portalupi), si occupa da trent’anni di ricerca nel campo delle motivazioni psicologiche dei fatti occulti e delle dinamiche psicologiche dei malati. Autore di numerosi saggi sull’argomento, è membro della Società Italiana di Psicologia della Religione. Nella prima parte del suo volume, Pavese racconta con dovizia di particolari il suo personale calvario attraverso la malattia, iniziato nel lontano 1978 e protrattosi fino ad oggi; e lo fa con distacco, quasi ne fosse un testimone esterno, senza cedere mai al pietismo o all’autocommiserazione. L’autore accetta serenamente tutte le sofferenze che la sorte gli mette davanti, sorretto da una grande fede cristiana. Come afferma nella presentazione del suo libro, “la fede religiosa è un potente motore che anima il credente e gli fornisce una marcia in più soprattutto nella sofferenza e nella malattia, tramite la preghiera”. Questa acquista due valenze, una spirituale -che pone il sofferente a contatto con Dio- e una psicologica, che ha benefici sull’umore e sui modi di affrontare la vita. Circa la valenza spirituale e il fatto che la fede possa influire sull’umore delle persone ben poco si può dire, in quanto essa è un fatto personale; mentre riguardo ai suoi benefici sul corpo si esce dalla sfera squisitamente privata del soggetto e si entra in quella scientifica, poiché si ha a che fare con eventi che devono essere dimostrabili. Al di là delle esperienze personali narrate dall’autore, occorre chiedersi se esistano studi che dimostrino un effetto terapeutico della fede e della preghiera: intorno al 1970 venne pubblicato, su una rivista medica, un articolo dal titolo Presenza in chiesa e salute: l’autore dello studio in questione sosteneva che esiste una correlazione significativa tra l’abitudine a frequentare luoghi di culto e lo stato di salute di ognuno di noi. I risultati vennero ampiamente pubblicizzati dai media e, ancora oggi, capita di leggere notizie che fanno riferimento ad essi. Tuttavia, l’autore stesso in una sua successiva pubblicazione, si rese conto di aver commesso un grossolano errore metodologico, poiché non aveva tenuto conto del banale fatto che chi versa in condizioni di salute critiche generalmente non esce di casa per recarsi in chiesa. Anche altri studiosi si sono impegnati per cercare di stabilire una correlazione tra condizioni di salute e pratiche religiose: nel 1998, uno studio patrocinato dall’Istituto Nazionale della Salute e condotto da un gruppo di ricercatori statunitensi, prese in esame lo stato di salute di un campione di persone dai sessantacinque anni in su esaminandole sistematicamente per sette anni; secondo tale studio chi frequentava i luoghi di culto, pregava e leggeva testi sacri, presentava i valori della pressione sanguigna nettamente più bassi rispetto a quelli di chi non era praticante. Nonostante ciò un articolo apparso sulla prestigiosa rivista medica Lancet, nel febbraio 1999, mette seriamente in discussione questa scoperta sostenendo che, in molti casi, sono stati compiuti banali errori metodologici; ad esempio, si era scoperta la riduzione di numerose patologie tra i sacerdoti di varie religioni ma gli studiosi non avevano tenuto conto dello stile di vita di questi religiosi, canone ben più importante per valutare il loro stato di salute. Gli ideatori dell’articolo sopra citato sottolineano i rischi che le affermazioni di questi studi possono comportare: se qualcuno si convince delle proprietà terapeutiche della Religione può benissimo trascurare terapie più efficaci. In ogni caso, ammesso che alcune correlazioni tra miglioramento della salute e pratiche religiose siano reali, potrebbero essere interpretate senza bisogno di tirare in ballo interventi soprannaturali. Pertanto non sembra che l’effetto benefico della Fede sostenuto da Pavese abbia mai ottenuto conferme scientifiche. Egli, rifacendosi alla teoria della complessità, è, nonostante tutto, convinto che la Fede sia “il battito d’ali di farfalla”, capace di generare la guarigione. Di fronte alle sofferenze da lui patite, non si può che provare un profondo rispetto per questa sua convinzione, ma è chiaro che, di fronte alla sofferenza, come di fronte alla vita, ognuno trova le risposte che meglio si adattano alla sua sensibilità, alla sua educazione e formazione culturale, e quella della Fede come ‘terapia’ è senza dubbio una testimonianza umana interessante.

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