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La fiaccolata dionisiaca

Novembre 11
14:34 2009

Alle performances poetico-musicali, lo spettacolo ha voluto anche abbinare l’espressione artistica, sempre viva nel corso della storia locale, ma venuta con forza alla ribalta negli ultimi decenni con la propria inestimabile proposta di creatività. Nella simpatica ed originale kermesse si sono susseguite animazioni di poeti, di musici e di artisti che sfilando in corteo per le vie del centro storico – torce in mano, in orari serali – si sono soffermati in angoli suggestivi (Piazza Farini, Piazza San Giovanni, Piazza Manin e Largo Oberdan) a declamare poesie, a suonare, a danzare. A mo’ di totem, negli stessi luoghi erano state poste sculture degli artisti dell’Accademia (Lamberto Limiti, Gianfranco Papa, Fiorella Saura, Fausta Caldarella, Luigi Marazzi, Simona Gasperini), realizzate con materiali deperibili e poi bruciate in un falò scenografico ed altamente simbolico al termine della manifestazione. Con tale Fiaccolata, una sorta di processione artistica e non certo un anacronistico rito pagano, esplicito è stato l’intento di portare nelle piazze l’arte, la musica e la poesia, coniugando il fenomeno creativo con il territorio e le bellezze del centro storico, nonché con le attrattive enogastronomiche e in fondo con ogni altro piacere esistenziale, purché vissuto nella prospettiva sacrale di inno alla vita. È in tale panorama che va innestata la danza del ventre proposta nello spettacolo finale, realizzata dalla poetessa-danzatrice Laila Scorcelletti con ritmi esotici che ben si innestano nelle atmosfere dionisiache, auspicando rapporti più maturi e pacifici con il mondo arabo, in linea con la cultura multietnica dei tempi attuali. Un avvenimento, pertanto, che si riconduce alle atmosfere dello happening, dell’improvvisazione artistica d’avanguardia, ma anche all’antico retroterra di tradizioni orali e gestuali che tendono ad avvicinare fisicamente artista e spettatore, facendo del risultato estetico una sorta di environment, di ambiente, con danze, pantomime e parodie più o meno destinate ad esaurirsi in se stesse. Si pensi ai menestrelli, agli aedi, agli artisti di strada, ai giocolieri, ai giullari, agli illusionisti, ai clowns, ai commedianti di piazza, che si sono sempre attenuti al principio coinvolgente della massima spettacolarità.
Eccezionale il cast dei performers che hanno in vario modo vivacizzato la manifestazione, a partire dall’attore Gianni Musy, vedette del cinema, del teatro e della televisione, che ha catalizzato l’attenzione del folto pubblico in un recital di testi poetici, suoi e di autori fuori zona, quali Sandro Angelucci (Rieti), Gianfranco Lauretano (Cesena), Alessandro Romano (Padova), Emanuele Scicolone (Padova). I poeti di area romana presenti alla manifestazione hanno invece interpretato personalmente le proprie composizioni dionisiache, entusiasmando la platea dei visitatori ed il vasto pubblico formato non solo dal corteo, ma anche dal fortuito teatro offerto dalle finestre e dai balconi gremiti. Tra questi poeti citiamo Leopoldo Attolico, Getulio Baldazzi, Angela Cuomo, Franco Di Carlo, Domenico Gilio, Angelo Mancini e Marisa Monteferri, mentre tra i musici: il fisarmonicista e tastierista Fabrizio Masci, il flautista Mario Alberti, il percussionista Luca Bernoni e la Banda della Caracca di Giuliano Lucarini. Vanno inoltre citati: il poeta-attore Massimo Chiacchiararelli, per la brillante conduzione dello spettacolo finale; e ancora, per quel che concerne i lavori di Coordinamento, oltre allo scrivente, gli artisti Marina Funghi, Doriana Onorati, Mario Franceschini, Giuliano Pastori e Pio Ciuffarella. Nel corso della manifestazione non poteva non essere ricordato il poeta e drammaturgo dialettale Leone Ciprelli* (1873-1953), anagramma di Ercole Pellini, ideatore della Sagra dell’Uva nel lontano 1925, che fin da giovane, grazie a un’innata sensibilità letteraria e ad una considerevole preparazione autodidattica, seppe inserirsi nell’ambiente dei poeti romaneschi, entrando in collaborazione, sulle pagine del Rugantino, con Zanazzo, Giustiniani, Pizzirani, Ilari, Cerroni, Terenzi, Rinaldi, Jandolo, Corazzini, Folgore, Serao.
Con l’ideazione della Sagra dell’Uva, così come con la promozione di testate giornalistiche quali La Voce del Lazio e Ghetanaccio, l’intento di Ciprelli fu di valorizzare la vasta gamma dei dialetti regionali promuovendo la saldatura della cultura di Roma con quella del suo entroterra. E che dire della realizzazione di un cinema-teatro che riuscì a catalizzare l’attenzione del mondo dello spettacolo, richiamando a Marino attori, cantanti e personaggi del teatro e del cabaret, quali Petrolini e Romolo Balzani? Tutto questo in un clima culturale che, dopo la prima guerra mondiale, andava rapidamente modificandosi nel senso dell’uniformità nazionale e di un’inesorabile dispersione degli elementi culturali regionalistici. Se il successo arrise molto presto a Ciprelli, i suoi anni migliori vanno dal 1906 al 1915, quando venne universalmente riconosciuto quale migliore interprete del teatro romanesco. Era il 1907, infatti, quando Giacinta Pezzana mise su una compagnia di attori e bandì un concorso che premiò proprio Ciprelli con “Santo disonore”. La drammaticità ed il naturalismo sanguigno e passionale costituivano le note dominanti del suo mondo poetico imperniato sui valori contadini e contrassegnato da un sentimentalismo tardoromantico apertamente antidannunziano.
La storia tuttavia marciava verso altre direzioni e rapidamente imboccava quelle obbligate vie della tecnologia, dell’industrialismo, dell’urbanizzazione che avrebbero condotto il mondo all’odierno villaggio globale, dove le tradizioni si deteriorano senza scampo e non c’è verso di poterle conservare. È in tale orizzonte che nasce la Fiaccolata Dionisiaca, festa dell’arte e della creatività innestata nel folklore della Sagra con l’obbiettivo di rintracciarne gli iniziali splendori. Se le tradizioni si sgretolano, infatti, si possono pur sempre rifondare attingendo agli immortali archetipi dell’animo umano, in un’idea di “memoria” che sia di “risveglio” e non di “retaggio” da tramandare pedissequamente. Ispirarsi al dionisiaco significa calarsi nei temi insieme festosi e tragici dell’effimero, del contingente, del caduco: un richiamo alla glorificazione ed alla mortificazione della vita sensoriale. Dioniso è fusione di vita e morte, di eros e thanatos, di esaltazione per ciò che è passeggero e insieme di ammonimento per ogni mondana vanità. Nel rogo delle sculture, avvenuto sull’ampio terrazzo di Largo Oberdan, con belvedere sul fronte delle cave di peperino, si è voluto simbolicamente mandare al macero l’egocentrismo e, con esso, ogni opera dell’uomo che tenda a insuperbire, a irrigidirsi in formule fisse e statiche che pretendono l’immortalità.
Archetipo della cangianza, della freschezza, della motilità, Dioniso vuole dirci che l’eternità non è di questo mondo (non che essa non esiste, come un’ingiusta propaganda gli vorrebbe attribuire). Nel regno del mutevole tutto appare e scompare incessantemente e questo ha esattamente il ruolo di rincorrere e affermare per contrasto ciò che non muore. Ecco perché l’artista è perennemente insoddisfatto: sa che la sua opera non può raggiungere l’assoluto e tuttavia lo cerca, incurante di quella inafferrabilità. Il rogo è nello stesso tempo distruttore e rigeneratore. Domani è un altro giorno e affinché tutto si rinnovi è necessario che tutto si estingua nella nullità. È questa dualità sconcertante a fare di Dioniso una figura sacrificale ben più profonda del gioviale e ridanciano Bacco, che la consuetudine ci presenta come addomesticato archetipo dell’esaltazione sensoriale, dimentica che in realtà fu Libero (Liber pater) la versione originaria ed autoctona, impervia ed inquietante, del latino dio dei sensi, consapevole dell’unità inscindibile di ordine e caos, di affermazione e negazione, di logoramento e rinnovamento: dinamica indispensabile per ogni creatività.

 

*Celebri, su questo argomento, gli studi di Ugo Onorati, ai quali si rimanda per qualsiasi approfondimento: “La Stalla de Bettelemme“(1980) e “Tutte le Poesie” (1986).

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