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La guerra più spietata….

Giugno 30
23:00 2009

In Italia, da anni, è in atto una guerra sorda, spietata, che miete più vittime di Caporetto. È una guerra del «tutti contro tutti», dove vi sono nemici ovunque; un conflitto trasversale che lacera gruppi, comunità e movimenti ma dove nessuno potrà mai vincere. E anche l’unica guerra, però, priva dell’«arma finale»: tutti vorrebbero possederla ma essa è irrealizzabile almeno quanto la quadratura del cerchio. In questa guerra combattuta duramente su tutti i fronti possibili non vi sono morti né feriti, ma non per questo le vittime ne escono meno malconce. Nessun Paese è risparmiato da questa iattura, ma l’Italia è forse nel mondo il posto dove più imperversa. Il terribile flagello si chiama «guerra delle cifre»: se fosse un conflitto tradizionale ne uscirebbe con le ossa rotte perfino gente del calibro di Giulio Cesare, Napoleone e lo stesso von Clausewitz. L’Italia, paese dei mille campanili, è anche quello dei milioni di controparti: ogni italiano vede in ciascuno dei suoi 59.999.999 connazionali un avversario o quanto meno un contendente. I motivi possono essere i più disparati: politici, sindacali, commerciali e persino condominiali. Quando proprio gli strumenti dialettici non riescono ad aver ragione d’uno strenuo antagonista, si ricorre all’arma dei numeri: quelli sì, che sono indiscutibili! Le cifre sono oggettive, si dice, sono neutre e quindi – segretamente – ….dalla nostra parte. Prendiamo ad esempio il caso più clamoroso: le elezioni. Politiche, amministrative, europee, ma anche quelle per la bocciofila o per il comitato festa patronale. Ognuno esibisce dati, tabelle, grafici, tutti autorevoli e indiscutibili, tutti miranti a sancire l’unica possibile vittoria: la propria. Non c’è verdetto, anche palesemente schiacciante, che non sia oggetto di discussione, di distinguo, di precisazioni o di spiegazioni. Sempre, ovviamente, a proprio vantaggio. Alle cifre possiamo far dire tutto e il contrario di tutto, in quanto – avvertono i sapienti – “bisogna saperle leggere”. Un primo risultato è che, a memoria d’uomo, dal secondo dopoguerra in poi non si ha notizia di un solo partito, movimento o coalizione che – per esplicita ammissione – abbia mai perso le elezioni. «Sì, parrebbe che forse è circa quasi vero che abbiamo perso il 70% su scala nazionale ma nella strategica Miramonti di Sotto abbiamo ottenuto il 51% mentre i dodici abitanti di Roccagrulla ci hanno premiato addirittura con il 90%, il che testimonia i potenti segni di un’avanzata epocale che bla bla bla». Anche nelle recentissime consultazioni c’è stato chi ha «tenuto», chi si è «consolidato» e via ciarlando, tuttavia nessuno e per nessun motivo ha pronunziato il fatal verbo: «sconfitta inequivocabile». Tutti gli esegeti citano poi fonti indiscutibili, rigorosamente e autorevolmente super partes e poco ci manca che non invochino la Bibbia, nella quale a ben guardare forse si possono trovare anche lì dei numeri a sostegno. Se poi usciamo dalla politica, troviamo un mare di argomenti che non avranno mai conciliazione, a cominciare da quelli economici: occupazione, produzione. risparmio, consumi, ecc. La medesima cifra che per taluni è indice del crollo del PIL, per altri è un esempio della sua forte ripresa. Bah! Non parliamo poi del calcio, dove il computo dei presunti errori arbitrali muoverebbe la classifica (quella vera) nei modi più impensabili e clamorosi. Ci viene in mente un piccolo episodio. Attorno al 1890 il ministro delle Finanze Bernardino Grimaldi snocciolava nell’aula del Parlamento le aride cifre del magro bilancio statale. Con la fredda oggettività del computista l’onesto ministro dimostrava che in base al saldo entrate-uscite di soldi da spendere ce n’erano davvero pochi. Dall’opposizione si levarono allora alte grida di protesta (già all’epoca!) invitando il ministro a non spacciare per verità di fede quelle che erano delle sue semplici opinioni. Dinanzi alle pretestuose accuse il buon Grimaldi sbottò con una frase destinata a divenire in seguito uno dei luoghi comuni più inflazionati: «L’aritmetica non è un’opinione!». In tal modo rendiamo anche giustizia postuma al povero on. Grimaldi, alle cui parole poi sostituirono arbitrariamente «aritmetica» con «matematica», il che è davvero tutt’altra cosa. Con buona pace del pur valente Massimo D’Alema che coniò l’epiteto, è evidente che l’Italia un «paese normale» non lo è mai stato, nemmeno quando era ancora fresco – come si vede – di Unità nazionale. E se proprio la vogliamo dire tutta, abbiamo l’impressione che un paese normale forse non lo diventerà mai. Del resto, ci sono belle e solide cifre lì a dimostrarlo, mi dovete credere. Anzi, dovete sapere che da un rapporto statistico internazionale – ve lo giuro, il più autorevole in circolazione – si ricava che…………

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