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La legge della bellezza di Carmelo Ottaviano – 6

Novembre 06
22:30 2011

Nicotra-20_72dpiMa forse l’apporto più originale di Ottaviano alla formulazione di una legge universale della bellezza consiste in alcuni studi rimasti inediti, perché in attesa di trovare una trattazione matematica (la soluzione di un problema di meccanica celeste) che, come filosofo, non era in grado di fornire e per la quale si rivolse a mio padre, Salvatore Nicotra, matematico, come si evince dalla lettera a lui inviata il 1° gennaio 1971:

Carissimo Prof. Nicotra,

mentre Le rinnovo i migliori auguri per la Sua salute, estensibili a tutti i Suoi, Le comunico che ho passato la mattinata del primo giorno dell’anno nuovo in Sua ideale compagnia, scrivendo l’accluso appunto, che Le mando, in merito al problema della spirale log. in quanto applicata alla meccanica planetaria. Con tutto Suo comodo, utilizzi quanto crede del mio appunto per il futuro articolo. Con rinnovati auguri per Lei e per tutti i Suoi, con ossequi per la Sua gent.ma Signora e con un affettuoso abbraccio

    dal Suo

    C. Ottaviano

Ciò che suggellava la loro reciproca stima era il forte interesse di Ottaviano per la matematica e, per converso, la naturale propensione di mio padre per la filosofia, sempre da lui coltivata con passione pari a quella che lo animava in campo matematico. Mio padre aveva sempre fortemente caldeggiato il ritorno della cultura a quell’unità originaria che l’eccesso delle specializzazioni, caratteristico dell’epoca attuale, stava seriamente frammentando in mille rivoli generando incomprensioni, spinte a tal punto da sfociare in astiosi conflitti, soprattutto fra il gruppo delle discipline letterario-filosofiche, da una parte, e quello delle discipline scientifiche, dall’altra. Sosteneva l’opportunità di una rivalutazione della produzione scientifica in senso umanistico, in fondo un ritorno a quell’umanesimo scientifico della cui memoria storica si erano perse le tracce.

Una testimonianza di tali intenti e dell’esistenza di una estetica nella scienza, che ha anche un particolare valore storico (visto il periodo cui appartiene, dominato dal peso delle teorie crociane orientate ad una netta separazione fra i due campi scientifico e letterario), è fornita dal discorso da lui pronunziato all’Università di Camerino nel Convegno Didattico 21 maggio 1939 dal titolo L’insegnamento della matematica nel suo valore formativo e sociale, in cui fra l’altro sosteneva:

«Non basta 1’unità d’insegnamento tra la matematica e la fisica, oggi, almeno teoricamente, raggiunto. Ciò non è sufficiente se, oltre a fare altrettanto per le altre discipline scientifiche, non si inserisca, in una visione totalitaria, tutto I’insegnamento scientifico nel quadro generale della storia dell’umano pensiero. È necessario, quindi, avvicinare un po’ l’insegnamento scientifico a quello letterario – filosofico. Non è concepibile, per esempio, studiare il pensiero dei filosofi greci senza alcun fondamento scientifico; come non è possibi!e apprezzare la geniale freschezza delle idee di Leucippo e del suo dìscepolo Democrito, che ebbero in Epicuro il loro ardente seguace e trovarono in Tito Lucrezio Caro, che l’espose con alto lirismo nel « De rerum natura », il loro maggiore divulgatore. Insomma, oltre ad un più intimo contatto del pensiero scientifico, filosofico, letterario, occorre che l’insegnamento scientifico non si faccia consistere in questa o in quella cognizione, ma in un complesso sistematico di criteri e di finalità; non in un repertorio di conoscenze particolari, propriamente specifiche di questa o di quella disciplina, aridamente e rninuziosamente esposte, bensì in una sintesi organica del pensiero. E se si vuole una cultura seria, e veramente efficace, è necessario, come si fa per il gruppo letterario-filosofico, mettere i discenti a contatto coi grandi pensatori, affinché essi possano avere anche una vaga visione della genesi e dell’evoluzione delle idee scientifiche».

Nel 1952, la direzione della rivista «Archimede» (dedicata agli «insegnanti e ai cultori di matematiche pure e applicate») annunciava l’inizio della pubblicazione di un suo supplemento dal titolo pregno di aspettative, «La scienza per i giovani», con lo scopo primario di «far maggiormente avvertire l’importanza e l’utilità degli studi scientifici e di mettere in luce la loro ideale suggestiva bellezza». Fin dall’inizio Salvatore Nicotra fu tra i più attivi collaboratori, divenendone poi il condirettore assieme a Roberto Giannarelli e Giuseppe Spinoso, fino al 1963, anno in cui la Rivista terminò la sua attività.

Nel periodo in cui prese avvio la collaborazione fra mio padre e Ottaviano, io ero studente d’Ingegneria e ricordo molto chiaramente le profonde motivazioni del loro incontro intellettuale. Ho ritenuto interessante riprodurre due pagine dell’appunto, in parte dattiloscritto e in parte manoscritto, di Ottaviano allegato alla lettera del 1° gennaio 1971, dalla quale si possono evincere i profondi sentimenti di reciproca stima e la tematica della loro collaborazione. In quell’appunto Ottaviano sintetizza le sue idee rivoluzionarie riguardo il principio d’inerzia, la linea retta e le orbite planetarie. Parte dall’osservazione dell’inesistenza della linea retta, ovvero del suo essere un puro e semplice flatus vocis:

«La linea retta come la distanza più breve tra due punti è indefinibile in termini di autosufficienza, perchè la medesima linea, in quello che nell’ambito della nostra esperienza chiamiamo spazio rettilineo, è parimenti in uno spazio curvilineo la distanza più breve tra due punti. E siccome la linea non è che una parte di ciò che noi chiamiamo spazio (la superficie e il volume non sono che l’insieme di più linee), è ovvio che l’espressione «distanza più breve tra due punti» non è condizione sufficiente per definire una linea come retta».

Bisogna già sapere se lo spazio in cui essa è tracciata è rettilineo o curvilineo: è evidente il circolo vizioso. Noi possiamo solo parlare di due linee a curvatura diversa, chiamando retta quella che è curvilinea in proporzione minore; per ciò stesso l’espressione «linea a curvatura zero» (= linea retta) è una espressione priva di senso, un mero «flatus vocis».

(Continua)

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