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La musa bielorussa che non tace

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La musa bielorussa che non tace

La musa bielorussa che non tace
Settembre 17
11:04 2020

Alcune riflessioni sul paese e sulla sua poesia

L’Europa ha cominciato a parlare della Bielorussia – più corretto sarebbe della Repubblica Belarus’– in occasione delle costanti proteste di massa contro le falsificazioni delle elezioni presidenziali del 9 agosto e le repressioni senza precedenti del regime di Lukashenko.
La Belarus’, come anche la sua cultura, è rimasta a lungo poco conosciuta agli europei per vari motivi. In primo luogo si potrebbe indicare quello geopolitico. In seguito della sua posizione geografica questo paese da tempo viene considerato da parte del governo russo come una specie di Stato cuscinetto tra la Russia e l’UE. Ciò ha portato al sostegno politico e finanziario della dura e criminale dittatura di Lukashenko, una dittatura che sembrava impossibile nelle attuali condizioni europei. Un’altra causa della “dimenticanza” è che il dittatore stesso è interessato all’isolamento del suo paese, la sua indifferenza alla divulgazione della cultura bielorussa all’estero si spiega con la sua convinzione: “se si sa meno ci si immischia meno”.
Nell’arco di tanti anni della dittatura di Lukashenko le proteste non si sono mai fermate come non si sono mai fermate le repressioni – l’elenco dei prigionieri politici, degli assassinati, dei desaparecidos bielorussi è molto lungo. In tutti questi anni la vita del paese si è svolta in due dimensioni. Da una parte, il controllo ideologico totale e la mancanza della libertà di parola, sulla TV e stampa statale le immagini canoniche del bel paese che “prospera” (72° posto nel mondo dopo il Libano!) dove tutti sono contenti. Dall’altra parte, esiste la Rete libera con alcuni canali tv indipendenti, web edizioni, portali e blog. Questa rete abbraccia praticamente la maggioranza della popolazione giovane, racconta la vita reale e permette di esprimersi liberamente. Non per caso proprio Serghei Tikhanovski, il più famoso blogger, adesso uno dei detenuti politici, con il suo blog Il paese per vivere è riuscito a mobilizzare milioni di persone prima delle elezioni presidenziali. La nuova generazione, cresciuta senza TV di Lukashenko, viaggia, analizza, si esprime e vuole essere libera.
Il movimento popolare democratico, spontaneo e passionale, la cui nascita noi la viviamo adesso in Belarus’, all’inizio è stato finalizzato solo alle dimissioni di Lukashenko, adesso sempre di più si rivolge ai simboli storici, come per esempio, lo stemma storico Pahonja, la bandiera bianca-rossa-bianca i cui colori adesso sono dovunque: nei vestiti delle ragazze, nelle vetrine, sui prati in campagna, nelle aule universitarie.
Le repressioni che si irrigidiscono di giorno in giorno – ormai gli arrestati sono più di otto mila – hanno generato una tale resistenza nel popolo che nessuno si aspettava. Questa resistenza ha dato vita a un’ascesa della creatività sia nelle forme di protesta che nelle forme d’arte. I testi poetici, i testi delle canzoni rock, per esempio, si intrecciano con i temi del periodo di Adradženne: l’identificazione nazionale e la dignità calpestata dal regime.
Quando ascolti il grido del gruppo rock TOR BAND:

Non siamo bestie, né un branco, né codardi,
siamo un popolo vivo, siamo bielorussi.
Con la speranza teniamo le righe,
la bandiera della libertà sopra la nostra testa

viene in mente la ormai classica poesia di Janka Kupala Bielorussi (1908):

– E che cosa vogliono oggi questi
da secoli disprezzati, sordi e ciechi?
– Chiamarsi persone.

La poesia, e in generale la letteratura bielorussa, questa “terra incognita” per gli italiani, è rimasta all’ombra della cultura dominante russa, prima nell’Impero russo e dopo nell’URSS, così come rimane tutt’ora, in questo periodo di dittatura. Ma le tradizioni di questa letteratura sono antiche e comprendono le opere scritte nei secoli scorsi, prima in latino, poi in polacco e successivamente in bielorusso. Vorrei sottolineare che tra tutte le altre arti, proprio la poesia esprime meglio il lungo cammino dei bielorussi verso la propria identità nazionale, conservando nei secoli l’eredità culturale. Questa eredità si formava a partire dal Rinascimento nazionale (Adradženne) della fine dell’Ottocento ed è stata legata alla rinascita letteraria della lingua nazionale vietata nell’Impero russo. Nel libro Il piffero bielorusso (1891) Macej Buračok (pseudonimo di F. Bahuševič) fa un appello passionale: “Non abbandonate la nostra lingua bielorussa per non scomparire […] La nostra lingua è dignitosa e signorile come il francese o il tedesco o qualsiasi altra lingua…”.
Nel Primo Novecento Adradženne diventa un movimento di massa e abbraccia tutte le sfere della cultura bielorussa. Le attività culturali e patriottico-divulgative si concentrano negli ambienti universitari e editoriali a Vilnja (attuale Vilnius). Sulle pagine del quotidiano “Naša niva” (“Il nostro campo”, 1906-1915) hanno debuttato i fondatori della nuova letteratura bielorussa Ja. Kupala, Ja. Kolas, M. Bahdanovič, V. Lastoǔski e molti altri poeti.
Come il filo di Arianna, l’idea della Belarus’ indipendente attraversa le opere di tutti i poeti, ma rimane a lungo solo un sogno personificato in varie immagini poetiche come il ‘carro dorato del sole’ di Larysa Henijuš. Il cammino verso la libertà, lungamente attesa, si rivela complicato e travagliato e passa attraverso le repressioni di massa: un’intera generazione di scrittori, scienziati e giornalisti è stata sterminata nei lager stalinisti negli anni ’30 – ’40. Nel 1991 la Repubblica Belarus’ ha ristabilito la propria indipendenza e ha vissuto un breve periodo di risveglio nazionale, nel 1996 però arriva al potere Lukashenko che riprende la vecchia politica di russificazione.
Nella poesia bielorussa dell’inizio del XXI secolo coesistono varie generazioni di poeti: coloro che sono cresciuti nel totalitarismo e le generazioni successive segnate dal disastro di Černobyl, entrate nella letteratura dopo la caduta del Muro di Berlino nell’epoca postsovietica. All’incrocio di queste epoche e nell’intreccio delle varie eredità letterarie vive la poesia contemporanea bielorussa, nella quale domina l’eclettismo stilistico, concettuale ed estetico. È rilevante una corrente filosofica e spirituale come anche il tema del ‘centrismo ecologico’. Nella vita e cultura bielorussa, Černobyl’ non è stato solo un disastro nucleare ma ha generato una nuova visione del mondo e ha dato inizio alla letteratura bielorussa postmoderna. Alla fine del Novecento si è formata la corrente urbanistica, caratterizzata dalla sintesi delle tradizioni e dell’avanguardia.
Nelle condizioni di limitazione dei diritti umani sono numerose le tematiche sociali. Rimangono attuali le poesie patriottiche, come Pahonja di Maksim Bahdanovič (1916) che è diventata il nuovo inno delle proteste dei nostri giorni, come le poesie dei poeti perseguitati durante le purghe staliniane come Uladzimir Duboўka e Larysa Henijuš, o dal regime attuale come Uladzimer Njakljaeў. Il “popolo risvegliato” che Maksim Bahdanovič sognava nel suo Sonetto (1916) non vuole più tornare indietro:

Lo spirito del popolo risvegliato
che esce dal suolo finalmente
un giorno sfocerà nella virtù
e libero sarà come sorgente,
invano non si addormenterà più.

L’anno 2020 ha portato le due novità per gli italiani che amano la poesia. Sono usciti per la prima volta in Italia due libri di traduzioni poetiche dal bielorusso: Il canto del giaccio di Aksana Danilchyk, edizione CONTROLUCE e Il caro dorato del sole. Antologia della poesia bielorussa del XX secolo a cura di Larisa Poutsileva, edizione CartaCanta CAPIREedizioni. L’Antologia contiene le traduzioni in italiano con testi originali a fronte di ventisei poeti bielorussi appartenenti a vari periodi storici: dal Rinascimento nazionale del Primo Novecento al ‘Realismo socialista’ degli anni sovietici e fino al periodo postmoderno.

Augurando a tutti i lettori un emozionante viaggio nel mondo della poesia bielorussa vorrei proporre qui alcuni testi dell’Antologia e la mia traduzione del testo di Eduard Akulin Ave Maria apparso su Internet pochi giorni fa in seguito alle proteste contro il regime e ispirato dalla figura di Maria Kolesnikova, la detenuta politica e una delle più appassionate figure della resistenza bielorussa.
Larisa Poutsileva

MAKSIM BAHDANOVIČ – МАКСIМ БАГДАНОВIЧ

PAHONJA

Nel cuore inquieto, non appena sento
un orrore per il mio Paese natio
la Santa porta dell’Aurora mi rammenta
i suoi guerrieri su cavalli implacabili.
Schizzano via i destrieri, sbavando
scalpitano spazientiti e rantolano …
Pahonja, lo spirito della antica Lituania,
non sarà annientato, né fermato, né rallentato.

State volando sull’orizzonte infinito
dietro e avanti a voi – gli anni.
In tutta fretta chi state inseguendo?
Le vostre strade dove conducono?
Belarus’, forse stanno correndo
dietro i tuoi figli infedeli?
Ti hanno lasciata
tradita, consegnata al nemico.

Colpite loro nel petto, colpite con spade
non lasciateli diventare altrui!
Che sentano il loro cuore di notte
stringersi dal dolore per il loro Paese …

Cara Patria mia, Madre-Patria,
non si placa il mio soffrire …
Perdonami, accetta tuo figlio,
permettigli di morire per te!..

Volano e volano i cavalli,
lontano risuona l’argento dei loro sonagli …
Pahonja, lo spirito della antica Lituania,
non sarà annientato, né fermato, né rallentato.
1916
Traduzione di Svitlana Korolyova

Note
Pahonja – lo stemma del Granducato di Lituania (circa 1240 – 1795), di cui faceva parte anche il territorio della odierna Bielorussia, in seguito diventato lo stemma della Repubblica Popolare Bielorussa (1918-1919) e della Bielorussia indipendente (1991- 1995); nel 2007 è stato riconosciuto patrimonio storico e culturale della Bielorussia. Rappresenta il cavaliere con la spada.
Santa porta dell’Aurora – si intende la porta Vostra Brama (in lituano: Aušros Vartai), costruita tra il 1503 e il 1522 a Vilnja (attuale Vilnius) sulla quale si è conservata l’antica immagine di Pahonja.

ULADZIMIR DUBOǓKA – УЛАДЗIМIР ДУБОЎКА

Oh Belarus’, mia rosa selvatica,
foglia verde – fiore scarlatto!
Non morirai sotto il vento furioso,
non ti invaderà l’assenzio-černobyl’.

Io diventerò i tuoi petali,
sui giavellotti lascerò la vita.
Amo i tuoi radiosi occhi
di color grigio chiaro.

Mai il vento furibondo
arrufferà le tue trecce.
Aspiri alla Comunità di Luce
per far fiorire dappertutto la gioia.

Non si sfugge l’ostilità del destino:
lo spirito si rafforza negli ostacoli.
Oh Belarus’, mia rosa selvatica,
foglia verde – fiore scarlatto!
Traduzione di Larisa Poutsileva

Note
La parola černobyl’ è il nome di una pianta selvatica – l’assenzio (lat. artemisia vulgaris); Černobyl’ è anche il nome della città in Ucraina dove è accaduto l’incidente nucleare nel 1986.
Comunità di Luce (Кaмуна Света/ Camuna Sveta)- una metafora, si intende la Bielorussia nuova, indipendente.

LARYSA HENIJUŠ ЛАРЫСА ГЕНІЮШ

IL CARRO DORATO DEL SOLE

Le ali della notte bussano alla porta,
il forte vento forza il catenaccio,
tutto rimane già scritto sulla carta,
ciò che ho nel cuore, lo porto via con me.

Domani scenderà la neve color ciliegia
E fiorirà al sole un arbusto di lillà.
C’è una parola uscita dalle fiabe,
strappata dalle costole: Belarus’.

Il nemico non cederà per poco l’orizzonte,
negli schiavi umiliati è schiacciato l’orgoglio,
sono ormai caduti i titani della patria
nei luoghi remoti, dietro i fili spinati.

È ancora molto il taciuto e il non fatto,
non sono state vendicate le lacrime e il sangue.
Lascerò a voi le mie angosce,
lascerò a voi il mio amore.

E al cuor provato auguro dei sogni
con l’odore di primavera, il bianco fumo dei ciliegi,
il carro dorato del sole,
la bandiera della libertà e l’inno della vittoria.
Traduzione di Sergej Logish

ULADZIMIR NJAKLJAEŬ УЛАДЗIМІР НЯКЛЯЕЎ
Il corpo all’ovest, e il sangue scorre all’est.
Il popolo morto non ricorda se stesso vivo.
È una tragedia, quella di un popolo morto.
È una commedia, quella del Dio morto.

È nelle chiese, nei templi che Lui è morto.
Si pensava ai templi, ma si vedono tombe e bare.
E non c’entrano peste, colera, morie,
e non c’entrano sciti, normanni né unni.

Il tempo mette insieme bugiardi e profeti,
si confondono nella polvere i nostri e quelli altrui.
Il popolo morto cerca di ridarsi la vita
e non riesce, non riesce a farsi risuscitare.

Dio dei bielorussi! Se tu sei nei cieli,
Forse ci piombi addosso ghiacci, sabbie e pietre.
Ci colpisci con tuoni o ci fai un segno di fuoco,
e quando risorgeremo, avremo il tuo Giudizio.

Forse ci fai bruciare la terra sotto i piedi
per temere il tuo Giudizio più della morte…
Dio dei bielorussi!
Ti amo anche se tu fossi morto!
Palpita dentro di me il tuo morto cuore.

26.03.2017. Brest, l’Ospedale di pronto soccorso
Traduzione di Sergej Logish

 

EDUARD AKULIN – ЭДУАРД АКУЛIН

AVE MARIA

Le campane della cattedrale chiamano Ave…
Maksim Tank

Contro l’amore del sacro Tempio
gli occhi feroci di un codardo incappucciato.
Dietro lo scudo si nasconde il vuoto
e nel cuore non c’è né Dio né Croce
come in un unico assalto di iene.
— Ave Maria! Ave Maria!

La libertà è attorcigliata da filo spinato.
Calpestato a forza, è ogni dissenso della gente.
In silenziosa preghiera davanti a un branco di lupi
come una madre addolorata, piange la Patria.
— Ave Maria! Ave Maria!

Quindi il Signore ripudia Cam
Si trasforma in Spirito il fumo sopra il Conclave
e così dal pantano della palude affamata
la fiamma divampa nel cuore del popolo
come due lacrime improvvise durante la liturgia.
— Ave Maria! Ave Maria!
8 settembre 2020
Traduzione di Larisa Poutsileva

 

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1 Commento

  1. Claudio Barna
    Claudio Barna Settembre 18, 19:34

    Molto interessante. La poesia della Belarus è purtroppo scarsamente conosciuta in Italia. Quindi ben vengano articoli come questo.

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