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La parola alle parole – 2

Novembre 01
02:00 2007

Prima di procedere nella nostra riflessione, chiariremo da dove viene il termine “parola”. Infatti esso non è proprio del latino classico, che come abbiamo visto impiegava verbum, specializzatosi poi ad indicare la categoria grammaticale che individua la parola per eccellenza, quella che, esprimendo l’azione, costituisce quasi il motore in funzione del quale si organizzano gli altri sintagmi all’interno della frase. Parola passa invece in italiano dal latino tardo parabola, derivato dal greco parabole. La forma parabole, documentata già in Seneca nel senso di “similitudo”, similitudine, assume il valore di “esempio” soltanto nell’uso fattone dagli autori cristiani in riferimento alla predicazione del Maestro, condotta attraverso exempla, parabole appunto. Già nella Vulgata troviamo parabola nel senso più generale di “parola”, che a poco a poco sostituisce verbum in tutta la Romania (cioè nei territori romanizzati che avevano costituito l’impero), mentre al classico loqui subentra il denominale parabolare, “parlare”. Parabola e parabolare passano quindi, subendo la normale evoluzione fonetica, “in rusticam romanam linguam”, cioè nei volgari romanzi.
La parola rappresenta in sé un prodotto dell’assemblaggio di più elementi, e può quindi essere scomposta e analizzata, partendo dal punto in cui si collocano quelli variabili, i morfemi, quindi dalla fine. Risalendo da questi verso l’inizio, incontreremo infine un nucleo non più demolibile, la radice appunto, pena la perdita o il cambiamento del valore semantico (di significato cioè, dal greco semaino) della parola stessa: in mangiare per esempio, l’elemento -re ci informerà che siamo in presenza di un infinito; la vocale tematica -a- ci dirà che appartiene a quel gruppo di verbi che nella nostra classificazione chiamiamo prima coniugazione; la -i- è soltanto un segno diacritico, introdotto nell’uso grafico per segnalare la palatalità della -g-. Siamo arrivati così alla radice mang-, sulla quale non possiamo operare altre riduzioni, per non modificarne la carica semantica, infatti man- rappresenta la radice di un’altra parola, mano. Di questo ‘gioco’, molto simile ad un lego, ha chiara percezione anche il più semplice dei parlanti, il bambino stesso. E il genitore che segue l’evoluzione dei propri figli può facilmente rendersi conto di come il bambino nell’imparare a parlare passi da una sorta di vocalizzi, con cui esplora la gamma dei suoni vocalici, alla pronuncia ripetuta di sillabe (lallazione), che assembla infine in vere e proprie parole (che, fateci caso, molto spesso ‘ripassa’ la sera a bassa voce nel suo lettino, soprattutto quelle nuove apprese durante il giorno). In un secondo momento, quando già parla, il ‘gioco del lego’ diventerà spesso intenzionale e lo eserciterà soprattutto utilizzando la suffissazione (mamma, mammina, mammona e così via). Arrivando poi in età scolare ad acquisire razionalmente la tecnica di analisi della parola, dall’elemento estremo (morfema o desinenza), variabile in relazione alla diversa funzione, o alla categoria grammaticale della parola stessa, indietro poi fino alla radice. Imparando altresì a riconoscere il processo della suffissazione. È infatti grazie all’aggiunta di prefissi e suffissi che la lingua amplia considerevolmente il proprio patrimonio lessicale (es.: prend-ere, com-prend-ere, ap-pren-sione, ri-prend-e-re, ap-prend-i-mento, mang-i-are, mang-i-me, mang-i-a-toia, ecc.). Così il sistema lessicale si amplia o si rinnova spesso attraverso operazioni di prefissazione e suffissazione. Mentre però la parola modificata in funzione morfologica costituisce sempre un solo lessema e verrà citata nei dizionari con la forma maschile singolare o l’infinito per i verbi, quella modificata attraverso prefissazione o suffissazione andrà a costituire un lessema indipendente e quindi una nuova base, su cui eventualmente intervenire ancora nel processo di formazione (es.: regol-a, regol-a-mento, regol-a-ment-a-re, regol-a-ment-a-zione). Ma che cosa sono i prefissi e i suffissi? Sono elementi semanticamente ‘leggeri’ (per i prefissi si tratta spesso di preposizioni), oppure originariamente ‘pieni’ da un punto di vista semantico, ma poi irrigiditi e cristallizzati nell’uso di prefissi o suffissi (li chiameremo allora prefissoidi o suffissoidi); così per esempio emo- (dal greco “sangue”), bio- (dal greco, “vita”), -metro (“misura”): es.: emo-cromo, emo-teca, crono-metro, termo-metro, ecc. Consideriamo infine lessemi unitari anche quelli costituiti da più parole come ferro da stiro e simili. Il lessico costituisce dunque un sistema aperto e in continua evoluzione, sia attraverso processi interni, endogeni di neoformazione, sia attraverso apporti esogeni da altre lingue, i cosiddetti prestiti, su cui torneremo in seguito. Il grosso tuttavia del patrimonio lessicale italiano proviene naturalmente dal latino e su ciò ci soffermeremo nel prossimo numero. (continua)

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