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La poesia, questa sconosciuta

Maggio 09
14:44 2011

Come spesso accade con molti concetti, che pur ci sono familiari, pochi saprebbero definire cos’è la poesia. In realtà la stragrande maggioranza di idee, concetti e persino oggetti materiali, di cui pur abbiamo (o pensiamo di avere) una qualche conoscenza, sfugge al rigore di una definizione precisa e ci troviamo nella stessa situazione imbarazzante di Sant’Agostino quando rifletteva su cos’è il tempo: «Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so; se cerco di spiegarlo a chi me lo chiede, lo ignoro» (Confessioni, libro XI, cap. XX). Certamente, come è noto, il senso dell’affermazione di Agostino è la concezione del tempo come percezione soggettiva ma, a prescindere da questa, il suo significato più profondo sta nel fatto che il tempo è un concetto primitivo e quindi sfugge a una definizione “esplicita o logica” ed è condannato ad accontentarsi di una definizione “implicita per uso”. Nel caso della poesia non ci si trova di fronte a un concetto primitivo, essendo essa riconducibile ad altri concetti per mezzo dei quali può essere definita esplicitamente. Così infatti accade, come chiunque può verificare prendendosi la briga di sfogliare qualcuno di quei testi dedicati ai generi letterari o alla stilistica letteraria. Mi sono quindi cimentato nel consultare un certo numero di questi testi presenti nella mia biblioteca privata, spaziando temporalmente da edizioni del primo Novecento fino ad oggi. Generalmente non ho trovato definizioni vere e proprie, quindi sintetiche, ma intere pagine che spiegano cos’è la poesia, specialmente nei testi più vecchi. In tutti sono evidenziate le differenze di contenuto e di forma fra prosa e poesia, ma non tutti gli autori concordano nella loro identificazione. Mi incuriosisce l’austerità esteriore di un vecchio volume del 1917, Generi e componimenti letterari, di G. Bertacchi e F. Bartoli (Bologna, Zanichelli) che dedica le prime tre pagine a sentenziare le differenze fra prosa e poesia: «[…] la poesia è limitata al mondo dei sentimenti; la prosa invece […] spazia tanto nel mondo dei sentimenti, quanto in quello delle idee astratte». E ancora: «[… la forma metrica non ne costituisce la natura, ma resta un puro ornamento esteriore». Segue una distinzione formale: «[…] la poesia è soggetta a leggi particolari, quali il metro, il ritmo e sovente anche la rima; mentre la prosa è affatto libera nei suoi movimenti e nelle sue cadenze». Per Giuseppe Lipparini (Lo stile italiano, Milano, Carlo Signorelli, 1946, pp. 70, 71) «la prosa si svolge liberamente, e non vi è nessuna regola che stabilisca la lunghezza delle sue pause e dei suoi respiri» mentre «la poesia si svolge secondo una misura determinata, ed è divisa in membretti più o meno lunghi, che sono i versi». Quanto alle differenze di contenuto «la prosa è il linguaggio della riflessione, la poesia è il linguaggio della passione. La prosa mira al reale, la poesia all’ideale». Tutti questi “distinguo” mi lasciano perplesso: non v’è forse una profondissima riflessione nel Canto notturno d’un pastore errante dell’Asia di Leopardi (così come in tutta la sua poesia)? E non v’è forse grande passione in tanti scritti di prosa? Il confinare, poi, il reale nella prosa e l’ideale nella poesia mi sembra davvero grottesco: quanta prosa ha come contenuto l’irreale (le fiabe, le favole, i racconti fantastici…) e quanta poesia è fondata sulla miseria umana, che è purtroppo reale! Molto sobrio e prudente mi è parso invece Fernando Palazzi (Scrivere bene, Milano, Principato, 1946, pp. 104,105) che non si dilunga affatto nello stabilire minuziosamente le differenze sostanziali e formali, affermando semplicemente che «la poesia è il linguaggio in cui predomina la fantasia e il sentimento; e la prosa il linguaggio in cui prevalgono la ragione e la riflessione». A questa sfumata differenza sostanziale corrisponde, secondo Palazzi, una differente modalità espressiva: «[…] tutto impeto, slancio, calore e passione il poeta; tutto lucidità, freddo raziocinio ed equilibrio il prosatore» Il poeta «cerca forme più suggestive, più ardite e costruzioni più libere, più sintetiche, staccandosi dalle forme astratte della logica e dal linguaggio piano della realtà», mentre il prosatore «preferisce i termini propri, anzi tecnici, e la costruzione sintattica più calma, più pacata, più ordinata, come quella che tende più all’evidenza intellettuale che alla melodia sentimentale». Se Palazzi attenua le differenze sia sostanziali sia formali fra prosa e poesia, Bruno Migliorini tende quasi ad annullarle affermando che «la poesia sarebbe il linguaggio del sentimento, la prosa quello dell’intelletto», ma aggiungendo anche che «il continuo intrecciarsi della fantasia e dell’intelletto, nell’attività spirituale in genere e in quella degli scrittori in specie, ci spiega come non ci sia prosa letteraria del tutto scevra di poesia, e, salvo rari casi, poesia del tutto scevra di prosa» (B. Migliorini e F. Chiappelli, Lingua e stile , Firenze, Le Monnier, 1946, p. 170). Non vado oltre nella mia ricerca, perché mi sembra che già nel 1946 si era arrivati (anche scolasticamente) a una visione sufficientemente “moderna” della poesia. Ho molto apprezzato la passione mostrata da Settimio Di Giacomo (vedi il suo articolo La bellezza salverà il mondo in questo stesso numero di Controluce) nel difendere il verseggiar in rime, in aperta polemica con Eugenio Montale. È fuor di dubbio che la stragrande produzione poetica ( e fra essa quella più eccelsa) sia stata fino a ieri basata sui versi in rime e sull’applicazione di precise e rigorose regole metriche. Non sono pienamente d’accordo con lui, invece, nel denunciare come impropria la poesia «consistente nel raccontare i propri malumori, le proprie visioni mistiche, le proprie elucubrazioni mentali», ovvero l’individualismo nella poesia. Io non credo al poeta “impersonale” che ricerca il vero e la bellezza come categorie universali. Se qualcuno c’è riuscito ha sempre seguito una via personale, che è stata riconosciuta, in quanto condivisibile, universale. Ma la sensibilità del poeta è sempre individuale, personale, non può cogliere caratteristiche universali se non attraverso la sua propria esperienza emotiva. Invece, l’invettiva un po’ astiosa e odiosa di Eugenio Montale contro le rime sembra in verità pure a me un po’ fuori luogo ed esagerata, raggiungendo il massimo della forsennatezza nella categorica affermazione: «Il poeta decente le allontana / (le rime), le nasconde, bara, tenta / il contrabbando». Voglio credere che Montale si riferisse soltanto a coloro che pensano che il far poesia sia semplicemente il “rimeggiare”. Se così è, sono pienamente d’accordo con lui. Montale era, come è noto, un poeta fuori dagli schemi. Ma volutamente e non per incapacità di seguirli. Nella sua raccolta di poesie Ossi di seppia, per esempio, la poesia Spesso il male di vivere ho incontrato ha la struttura di due quartine di endecasillabi (a eccezione dell’ultimo verso) con rime ABBA CDDA. Anche lui, dunque, sapeva usare sia la metrica sia le rime e quando non le usava era per scelta consapevole e motivata. Per buona pace di tutti è bene ricordare che la vera poesia (in senso moderno) è sia in rime che in versi sciolti, purché sia capace di comunicare emozioni condivisibili, con quell’immediatezza e sintesi che le è propria e che è scandita dal suo “verseggiare”, cioè dalla sua struttura formale e semantica in versi, per i quali, tuttavia non sono indispensabili né metrica né rima.

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