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La Regione finanzia il sacrario al maresciallo Graziani

Ottobre 07
22:00 2012

Ad Affile, in provincia di Roma, è ormai realtà il sacrario in onore del maresciallo Graziani, costruito con un finanziamento della Regione Lazio. Nessun partito di sinistra si è opposto. Solo l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) ha manifestato ufficialmente sul luogo del sacrario la sua opposizione, insieme alla Comunità etiopica in Italia.

Con loro ha protestato anche l’ex sindaco di Affile Diego Moriconi. L’opposizione al sacrario di Affile stigmatizza le efferatezze commesse da Graziani nell’eseguire gli ordini di Mussolini di reprimere ogni resistenza in Libia e in Etiopia. Di queste si ricorda soprattutto: a) in Libia la feroce repressione che culminò il 16 settembre 1931 con l’impiccagione del vecchio capo senusso Omar al-Mukhtar, ora eroe nazionale; b) in Etiopia l’uso dei gas vietati dalla Convenzione di Ginevra, e la barbara risposta all’attentato contro il maresciallo Graziani nel 1937 (da parte di due eritrei) scatenata nei confronti degli ignari preti copti del monastero di Librà Libanos (ne furono fucilati circa 1.200, o forse più). Inoltre, l’opposizione al sacrario fa rilevare che Graziani, in qualità di capo dell’esercito di Salò, fu in pratica al servizio dei tedeschi: suo è il famigerato bando che comminava la pena di morte ai renitenti alla leva, bando che paradossalmente finì con il favorire la Resistenza, perché molti giovani preferirono unirsi alla lotta partigiana piuttosto che servire il nazifascismo.
Ma se è giusto ricordare Graziani per le sue imprese tragiche, non va dimenticato che se si esaminano le sue gesta sul piano militare si finisce nel grottesco. Si legge, nel diario di Galeazzo Ciano, che Mussolini il 15 dicembre 1940 disse di lui: «Ecco un altro uomo con il quale non posso arrabbiarmi perché lo disprezzo!» Ciò, commentando i telegrammi isterici inviatigli dal maresciallo Graziani mentre la X Armata italiana in Cirenaica si disfaceva come neve al sole sotto i colpi degli inglesi. Infatti, le truppe della X Armata italiana, composte da ben 14 Divisioni, dopo una esitante e prudente avanzata oltre il confine libico-egiziano, si ritrovarono il 9 dicembre 1940 attaccate da solo due Divisioni inglesi: la IV indiana e la VII corazzata, per un totale di appena 36.000 uomini. Il grottesco fu che l’attacco inglese portò il fronte italiano a cedere di schianto a Sidi el Barrani ed a perdere in breve tempo tutta la Cirenaica, insieme a centinaia di pezzi di artiglieria e mezzi corazzati. Oltre a ciò, gli inglesi, pur disponendo di un numero notevolmente inferiore di uomini, fecero più di 100.000 prigionieri italiani. Non si trattava quindi della “lotta della pulce contro l’elefante” come piagnucolò Graziani rivolgendosi al Duce, ma fu il confronto tra due concezioni diverse della guerra moderna: quella italiana era statica e ancorata a posizioni fisse come nella Prima guerra mondiale; quella inglese era, invece, dinamica, veloce e sempre in movimento. Il punto era che l’esercito inglese era guidato in Africa settentrionale da un genio militare come il generale O’Connor. Dunque, esaltare il maresciallo Graziani come un “guerriero” appare comico, prima ancora che riprovevole dal punto di vista morale. E nemmeno si deve tralasciare che la sconfitta italiana non avvenne per vigliaccheria dei soldati (tanto che non mancarono atti di eroismo) ma si verificò per il modo ignominioso di condurre la guerra da parte di Graziani. Oggi l’ANPI chiede la distruzione del sacrario dedicato a lui, ma forse sarebbe più proficuo che esso venga trasformato in un sacrario delle atrocità italiane in Africa e nei Balcani.

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