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La resa dei conti

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La resa dei conti

27 Giugno
10:07 2009

Giovanni Lustrissimi vangava l’orto quando vennero i carabinieri a chiedergli dove fosse suo figlio Ugo. Giovanni buttò la vanga a terra e si diresse a testa bassa verso la casa. Si sentì una donna urlare e un fracasso di mobili e stoviglie che vanno in pezzi. Poi silenzio. I carabinieri attesero qualche minuto fuori dalla porta e quando stavano per entrare uscì Giovanni con la camicia a righine della festa, i pantaloni di fustagno marroni e il cappello di feltro grigio. “Andiamo” disse, e uscì dal viale di casa diretto alla camionetta.
Arrivarono a destinazione in un quarto d’ora. In caserma fecero accomodare Giovanni in una stanzetta coi muri scrostati, due sedie e una panca e i calendari dell’ultimo decennio appesi in fila per un angolo.
Giovanni guardava fuori dalla finestra con le sbarre di ferro i ragazzini correre in bicicletta, scalmanati e felici. Pensò che suo figlio Ugo da piccolo non aveva mai avuto una bicicletta e adesso girava con una granturismo nera sempre lucida come uno specchio. Suo figlio da piccolo non aveva avuto niente di bello – pensava Giovanni – fino a quando non aveva fatto la prima comunione e la cresima e il padrino gli aveva regalato un orologio d’oro coi rubini. Il padrino era un cugino alla lontana di Giovanni, partito emigrante con la sua famiglia quando non aveva ancora dieci anni per cercare fortuna lontano da quel cumulo di sassi e polvere che era il loro paese natio. Il padrino si chiamava Giulio Melancia e faceva il marmista. In Argentina stava bene, ma gli mancava il sapore delle melucce selvatiche che lo avevano sfamato durante la sua infanzia, e lo scorrere del fiume sotto la finestrella della stanzetta dove dormiva insieme ai suoi fratelli. Così decise di tornare in Italia, al suo paese, e di aprire la sua attività vicino al fiume e al camposanto, assicurandosi per bravura e bassi costi tutte le ordinazioni di lapidi per ricordare i compaesani defunti. Nella fiorente impresa lavoravano anche i suoi due figli e alcuni apprendisti che trovavano alloggio nello stanzone costruito apposta dietro la grande officina. La moglie di Giulio, anch’essa emigrata bambina partendo da un paesino disagiato del nord, e che non aveva mai dimenticato il sapore della miseria, e il peso di uno stomaco vuoto, spesso cucinava anche per i lavoranti e non li lasciava mai senza la prima colazione a base di focaccia e verdura.
Giulio aveva preso Ugo come socio prima ancora che il ragazzo finisse gli studi, e non se ne era mai pentito. Sapeva che i figli erano gelosi del suo figlioccio, ma non dava grande importanza alla cosa. Cercava di non fare torti a nessuno e tirava dritto, convinto che col tempo tutto si sarebbe appianato. La predilezione che provava per Ugo non era campata in aria, quel ragazzo aveva grandi capacità e voglia di fare e meritava di avere buone opportunità per farsi valere. Anche Giulio da ragazzo era stato aiutato da un datore di lavoro duro e scorbutico, ma che sapeva riconoscere e apprezzare le qualità dei suoi dipendenti, e gli aveva passato, quasi senza farsene accorgere, i segreti del suo mestiere. E ciò che si riceve poi va reso, così la pensava Giulio, il marmista più conosciuto nella Valle dell’Aniene.
“Signor Lustrissimi, si accomodi dentro”, chiamò dalla porta un appuntato e Giovanni entrò nell’ufficio del tenente. Sedette, come era stato invitato a fare, e rimase in attesa rigirando il cappello fra le mani. Un sudore ghiacciato gli scorreva sotto la camicia a righine scolandogli fin sotto la cintura.
“Quando ha visto suo figlio per l’ultima volta?” Gli chiese a bruciapelo il tenente.
“Quale figlio, io ne ho tre”, rispose asciutto Giovanni.
“Suo figlio Ugo, il socio del marmista Giulio Melancia”.
“Non lo vedo da ieri a pranzo. Io la sera vado a letto presto, la mattina mi alzo prima dell’alba”.
“Non si chiede perché l’abbiamo fatta venire qui e le stiamo chiedendo notizie di suo figlio?” gli chiese ancora il tenente guardandolo fisso.
Giovanni si alzò e sbatté il cappello sulla scrivania. Le sua mani nodose di contadino
raccontavano una vita di fatiche e di stenti. Restò zitto, con gli occhi ficcati negli occhi dell’ufficiale.
“Sieda, signor Lustrissimi. Dobbiamo parlare”.
Da come il sole batteva alla finestra Giovanni capì che era quasi mezzogiorno. Da più di tre ore lo tenevano lì a mangiarsi l’anima, col nome del figlio che gli martellava dietro alla fronte.
“Mio figlio è morto?” chiese d’un fiato.
“Il morto c’è, ma non è suo figlio”.
Silenzio nella stanza, rotto dal sospiro profondo di Giovanni.
“Chi è il morto”, chiese poi con voce piana.
“Giulio Melancia. Gli hanno spaccato il cranio con un’asse di ferro. E dal suo ufficio sono spariti registri e soldi”.
“Che c’entro io, che c’entra mio figlio?” chiese quasi urlando Giovanni.
“Si calmi. E sieda. E collabori, per il bene di suo figlio”.
“Cosa vuole sapere di più?, gliel’ho detto, non vedo mio figlio Ugo da ieri a pranzo”.
“Di che umore era, ha notato qualcosa di strano, ha detto o fatto qualcosa di particolare?”
“No, niente di strano, niente di particolare”.
“Lei aveva un buon rapporto con suo figlio?” chiese il tenente e Giovanni sbiancò, poi diventò paonazzo. Si alzò dalla sedia e accostò la sua faccia rude e ispida a quella ben rasata del tenente.
“Io ho un buon rapporto con mio figlio, un rapporto da uomo a uomo, adesso che è grande e sa quello che deve e non deve fare. E adesso tenente me ne vado, vado a cercare notizie di mio figlio, ciò che voi non state facendo”.
Giovanni cercò suo figlio Ugo e lo trovò infine dove aveva immaginato che fosse.
Lo trovò impigliato nelle radici di un salice mentre l’acqua del fiume continuava a scivolare lenta, ansa dopo ansa, verso la foce.
Sapeva chi aveva ucciso suo figlio: in paese l’invidia e la gelosia erano temuti più della peste e del terremoto. Troppi morti annegati stavano a testimoniare che d’invidia e di gelosia nella Valle dell’Aniene si muore.
Giulio Melancia, che era stato per tanto tempo lontano dal suo paese, questo lo aveva dimenticato. E nel dare la sua piena fiducia ad Ugo ne aveva decretato la morte. I suoi figli erano nati in terra straniera ma dentro si portavano il sangue dei padri, il sangue che fiottava come il fiume in piena in certe notti di temporale.
Uccidere il proprio padre e il socio Ugo Lustrissimi era stato per i figli del marmista più conosciuto nella Valle dell’Aniene un atto di giustizia, un rimettere le cose al posto giusto: il padre punito per aver preferito ad essi uno qualunque e il socio, sul quale si sarebbero appuntati i sospetti di quell’assassinio con furto, tolto definitivamente di mezzo.
Ma i figli di Giulio Melancia non avevano fatto i conti con Giovanni Lustrissimi, che come tutti i contadini ragionava coi piedi per terra e sapeva fare due più due. Giovanni portò a casa il corpo del figlio con l’aiuto di una carriola, poi prese lo schioppo da caccia e si diresse verso il luogo della resa dei conti, ma lì lo stavano aspettando i carabinieri che se lo presero in custodia mentre procedevano all’arresto dei fratelli Melancia, rei confessi dopo una nottata d’interrogatorio.

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