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La retorica del lavoro

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La retorica del lavoro

La retorica del lavoro
maggio 02
09:05 2019

(Serena Grizi) La retorica sul tema lavoro, oggi, non risparmia più niente e nessuno. Prima ci ha pensato il ‘900 dell’industrializzazione a togliere i contadini dai loro piccoli appezzamenti di terra o dagli ex latifondi, portandoli in città con la promessa del salario e poi dello stipendio e di tutte le comodità tecnologiche (poiché l’industria che le produceva non avrebbe saputo a chi venderle in numeri così massicci e così l’operaio, l’impiegato servivano due volte: prima a produrre e poi a comprare il prodotto)…Poi lo stesso ‘900 ha rivelato agli ex contadini che se restavano senza salario non avevano più nemmeno l’orto né un albero di mele per poter mangiare qualcosa nel caso il lavoro tanto agognato fosse venuto meno. Il volto mostruoso del lasciare le proprie radici, dopo quello comodo e sognante, si è rivelato in tutta la sua alienazione. Fuori dalle proprie terre le persone meno abili sono finite per strada considerate alla stregua di ‘scarti’ di una economia che non ha pietà di niente e di nessuno. Negli anni 2000, invece, il ‘laureificio’ fomentato da altrettanta gente senza scrupoli, baroni, persone con doppie e triple professioni, incarichi manageriali super pagati, ha illuso con l’idea che qualunque studente, anche con laurea triennale, avrebbe presto ottenuto incarichi, lussi e conseguenti onori. Anche qui tutto finito nel nulla poiché, parafrasando Don Milani, i figli dei ricchi frequentano le università migliori e conoscono sempre più parole e più strumenti dei laureati figli di persone comuni, a meno che, questi non si facciano furbi e finendola con la retorica dei ggggiovani, facciano gli adulti quando arriva il momento, come molti hanno fatto, capendo che se un paese non vuole darti nulla, o si emigra o si prova a dare al proprio paese una lezione di…serietà, abnegazione, creatività, saper fare, tutte qualità che con le giuste competenze hanno portato molti ragazzi ad ideare cose importanti per il futuro della nazione. Ma anche qua la retorica a valanghe continua a considerarli degli ‘scappati di casa’, prima piangendo la ‘fuga dei cervelli’ e poi costringendoli, con l’immobilismo parlamentare in materia di lavoro, a restarsene dove sono per decine di anni a venire. Mentre si continua a parlare di quanto serve il lavoro, lo stesso viene spogliato ogni giorno di qualsiasi dignità per esistere: ci raccontano che per lavorare occorre avere una visione europea e parlare le lingue e avere molti tools ovvero, semplicemente, strumenti: tutto vero, ma per impastare il pane che troviamo la mattina, spazzare le strade, stampare giornali, pulire le aiuole, cambiare le lampadine all’illuminazione pubblica, portare via l’immondizia, ci vuole soprattutto forte volontà, senso del dovere, senso civico per fare tutto al meglio, ed olio di gomito. Ed occorrono imprese disposte a considerare i lavoratori centro della produzione e non scarti intercambiabili da pagare due soldi e a cui non dare le giuste sicurezze in materia economica e di salvaguardia della salute. Quando si parla di etica del lavoro, infatti, occorre richiamare fortemente quella di chi svolge il lavoro ma con la stessa forza quella di chi intende darlo. Tornare a pensare locale, molto locale, anche questo potrebbe aiutare. Siamo connessi è vero, ma non lo siamo ancora con la dovuta intelligenza. Infatti non possediamo gli strumenti della connessione ma questi ci posseggono risucchiando molto del nostro tempo tramite telefoni e schermi nei quali non c’è nient’altro se non la rappresentazione dell’esistenza: quella che, spesso, molti guardano senza più saperla vivere. Il lavoro non è retorica, è lavoro: è un diritto ed un dovere che necessita di dignità e giusta retribuzione. Le piazze in tutta Italia nel giorno del 1 Maggio hanno rilanciato questi temi con forza. Ora occorre andare oltre le parole. Immagine web.

Film: The Pills – Sempre meglio che lavorare di Luca Vecchi, 2016: demenziale ma realistico allo stesso tempo.

Libro: Il mondo deve sapere di Michela Murgia, Einaudi: realistico e duro, dal testo un lavoro teatrale e un bel film di Paolo Virzì.

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