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«La vita vale più dello show: la gara andava interrotta»

Settembre 07
12:35 2010

«Cos’è il valore della vita di un atleta di fronte allo spettacolo sportivo?

Nulla. Lo abbiamo constatato, ancora una volta, domenica scorsa davanti alla morte in diretta del giovanissimo Shoya Tomizawa sulla pista del circuito di Misano Adriatico. Una pagina amara di sport calpestata e immolata alla causa dello spettacolo. La settimana scorsa ci interrogavamo sul senso della morte di un ragazzino di appena 13 anni, Peter Lenz, alla guida di una moto da professionista in una gara di contorno al Gran Premio di Indianapolis. Oggi ci chiediamo se ha un senso continuare una gara come se niente fosse, quando c’è un ragazzo a terra che ha perso la vita. ³The show must go on²: così recita un antico motto americano, che impone il primato dello sport e della gara sulla vita di chi vi partecipa, atleta o spettatore. Non sono d’accordo e non posso adeguarmi a questa brutale legge del mercato sportivo.

Si sa che il motociclismo è una competizione rischiosa. Lo accettano i motociclisti, lo accettano gli organizzatori, anche se lo sforzo dovrebbe essere sempre quello di evitare qualsiasi rischio e promuovere qualsiasi sforzo nell’ambito della sicurezza degli atleti. Ma nel momento in cui il rischio si verifica, bisogna fermare la competizione. Dicono che non è previsto da alcun regolamento sportivo. Male, bisogna prevederlo, è una questione etica.

Che modello di sport è quello che non si ferma davanti alla morte di uno dei suoi protagonisti in gara? Che sport è quello che festeggia i “vincitori”
nell’indifferenza totale verso chi, qualche momento prima, ha perso la vita proprio in quella competizione? A Misano, la gara del motomondiale si doveva fermare. Non lo ha fatto, è stata una brutta storia. Ciò dimostra che il cuore dei mercanti dello sport spettacolo non si commuove nemmeno di fronte alla morte di un suo atleta. Allora, cosa fare per poter far cambiare questa perversa mentalità che sta sfiorando l’osceno e l’immorale. Si tratta solo del moltiplicarsi di segnali di cattiva o inesistente cultura sportiva oppure di totale rottura tra la dimensione etica della vita e la dimensione economica dello sport? È possibile trovare la via del buon senso, anche nello sport, senza essere calpestati dalle inesorabili leggi del mercato quando si assiste, in presa diretta, ad una vicenda triste come quella avvenuta a Misano? Ne parliamo da anni, senza alcun risultato. Ne abbiamo parlato dopo la tragedia nello stadio belga dell’ Heysel nel 1985, nella finale della Coppa campioni, che vide la strage di 39 tifosi nella partita tra Juventus e Liverpool. I giocatori continuarono la partita mentre le salme rimasero accatastate sugli spalti dello stadio. Ne abbiamo riparlato più recentemente per la morte del georgiano Nodar Kumaritashvili, morto tragicamente mentre provava il suo slittino nella pista olimpica di Vancouver. La festa dell’inaugurazione non si fermò: passato il minuto di silenzio alzarono semplicemente il volume della musica.

José Ortega y Gasset affermò che ³La forma superiore dell’esistenza umana è lo sport² e cercò di spiegare come ³ il senso sportivo della vita² potesse orientare il cammino della società e della storia. Possiamo intuire che il filosofo spagnolo intendesse riferirsi ad un’esistenza umana basata sull’incontro, sull’educazione, sulla socializzazione competitiva e non più sull’egoismo sopraffattore del mercato. Un’esistenza umana costruita più sui valori etici e la dignità delle persone che sugli interessi economici. Credo che l’affermazione del filosofo spagnolo possa incoraggiare tutti noi nella riflessione sul ruolo che lo sport, a qualsiasi livello, dovrebbe avere, soprattutto oggi, nell’educazione e nella crescita dei ragazzi. Riconoscere il valore della persona umana, il senso della vita e della morte, significa avere a cuore il valore educativo dello sport e il rispetto verso la dignità dell’uomo».

Presidente della Fondazione Giovanni Paolo II per lo sport

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