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Le carceri italiane e l’assurdità dei burocrati

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Le carceri italiane e l’assurdità dei burocrati

Gennaio 22
09:26 2013

Marco Pannella ha ragione sulle carceri. Il Presidente Napolitano pure. E pure il ministro Severino. Maltrattare i detenuti non si può. Non ci vuole un pozzo di scienza per capire che non occorre un decreto per risolvere la questione. Basta che ognuno faccia il proprio dovere. Che cioè i giudici evitino di mandare le persone in galera per poi essere maltrattate.

Che i direttori delle case circondariali si rifiutino di tenere i detenuti in condizioni miserrime, e denuncino chi glieli vuole far tenere. Che la polizia penitenziaria denunci e si rifiuti, in quanto reato, di maltrattare i detenuti. Che i magistrati intraprendano azioni penali nei confronti di chi li maltratta e di chi obbliga il funzionario pubblico ad abusare suo malgrado. I decreti non servono per far rispettare le leggi, ma per risolvere i problemi. Il discorso sulle sanzioni penali, in un sistema sociale che funzioni, è tutto l’opposto: visto che maltrattare i detenuti è un crimine, e visto che nessuno può più tenerli e si è obbligati a rimetterli in libertà, sta al legislatore fare una legge ex post che permetta di limitare i molti danni che alcuni dei pregiudicati combinano essendo stati posti in libertà. Il carattere riabilitativo del nostro istituto penale costituisce un patto tra la società e l’individuo, secondo la quale la società vuole che nel proprio tessuto rientri a tutti gli effetti chi ha infranto le leggi. Questa è già un’ideologia che informa il rapporto tra individuo e società, ed è un’ideologia fortemente solidale, anche se perfettibile riguardo ad aspetti marginali. Vi sono già pene alternative al carcere, a prescindere dalla copertura finanziaria dei percorsi riabilitativi. Svuotamento delle carceri non vuol dire mandare tutti a casa, prescindendo dalla gravità e dall’efferatezza dei reati. Vuol dire invece ristabilire un rapporto legittimo, dignitoso e sostenibile tra la detenzione e il percorso riabilitativo del condannato. Per quelli ai quali non si dà la possibilità di sostenere il percorso riabilitativo, verranno adottate le pene alternative già vigenti, le quali in moltissimi casi sono già adottate. Le leggi non possono contraddire le norme costituzionali; le azioni dei funzionari statali non possono contravvenire né la Costituzione, né le leggi dello stato. L’azione penale è ‘obbligatoria’, quindi tecnicamente l’autorità giudiziaria è tenuta ad intervenire direttamente o a seguito di denunce, non meno di come già fa negli ospedali. Starà ai giudici valutare nel merito le responsabilità, alla Cassazione e alla Suprema Corte affermare la legittimità o meno delle prassi applicative e dei dettati legislativi. Tutta questa storia, secondo la quale, non sapendo cosa fare, si possono maltrattare le persone, non solo è gravissima come tutti denunciano, ma è assurda. Come è assurdo che – anziché attivarsi per mettere davanti alle proprie responsabilità chi non fa nulla a seguito, per esempio, della denuncia di direttore, poliziotto, sindacato penitenziario o detenuto – si dica: «Sì, vedo. Vedo che per la Costituzione, e vedo pure che per la legge ogni giorno che passa si commettono reati e violazioni dei diritti umani. Io vorrei…,» e poi si aspetti che qualcun altro faccia qualcosa: mentre, in realtà, era stato tutto previsto dalla legge, e pure vietato. C’era (cioè, c’è) solo da applicare le leggi esistenti. E nient’altro. Poi ci si lamenta dei magistrati che svolgono il proprio dovere, come nel caso dell’Ilva, dicendo che sbagliano per aver dato seguito a denunce di enorme gravità. E poi dici che ci sono scrittori strampalati che hanno inventato la letteratura dell’assurdo. Sì, l’hanno inventata. Ma non oggi: cent’anni fa e più.

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