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Le Corti islamiche somale

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Le Corti islamiche somale

Febbraio 11
13:35 2007

Dopo il raid aereo statunitense nel sud della Somalia contro una presunta base di Al Qaeda, avvenuto nei giorni tra il 7 e il 9 gennaio scorso, il ministro degli Esteri D’Alema ha affermato: “Siamo contrari ad interventi unilaterali da parte degli Stati Uniti per combattere il terrorismo internazionale”. Una frase, questa del rappresentante della Farnesina, che secondo la Casa delle Libertà è intrisa di antiamericanismo. Ma il ministro Di Pietro ha sdrammatizzato l’accusa puntualizzando: “Poiché i 2/3 degli americani sono contrari alla guerra, noi siamo più americani di Bush!”. Vediamo ora come si è arrivati a questo nuovo conflitto armato, ripercorrendo i fatti più salienti accaduti nel Corno d’Africa negli ultimi cinquanta anni. Negli anni sessanta e settanta si verificano due lunghi conflitti tra Mogadiscio ed Addis Abeba, durante i quali l’aggressore è la Somalia che considera l’Etiopia un paese imperialista. La Somalia, infatti, vuole recuperare l’Ogaden, regione abitata prevalentemente da somali ma situata in territorio etiopico. Gennaio 1991. I signori della guerra in Somalia rovesciano il dittatore Siad Barre. Da tale data, mentre il paese è privo di un vero potere centrale, ogni capo-clan somalo si ritaglia un territorio da depredare sistematicamente. In questi feudi il cittadino comune vive un inferno senza diritti, e le donne vengono persino violentate, nella impunità totale dei responsabili e senza nemmeno cure mediche. Gennaio 1992. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU impone l’embargo sulle armi alla Somalia, che non si rivelerà molto efficace. Anno 2004. L’ONU istituisce in Somalia un governo di transizione, che purtroppo non si dimostra all’altezza della situazione: non è solido, disciplinato, efficiente, e non riesce a far fronte alla diffusa criminalità. Detto governo di transizione, essendo troppo debole per insediarsi a Mogadiscio, resta confinato nella città poco più a nord di Baidoa, paralizzato dalle dilanianti dispute interne. Tra giugno e luglio del 2006 in Somalia l’Unione delle Corti islamiche, a cui aderiscono anche molti esponenti moderati, sull’onda del malcontento generale caccia via i signori della guerra ed impone nelle regioni meridionali del paese, passate sotto il suo controllo, la pace e un ordine che non si vedeva da quindici anni (1991). Le Corti islamiche, dimostrando efficienza, vengono ben viste dalla popolazione. 6 dicembre 2006. Il Consiglio disicurezza dell’ONU adotta la risoluzione 1.725, che vieta di dispiegare truppe in territorio somalo ai paesi vicini (Etiopia e Kenya alleati degli Stati Uniti). Viene anche tolto in parte l’embargo sulle armi alla Somalia (impostole nel gennaio 1992) con lo scopo di aprire la strada ad una forza di pace, sotto il controllo dell’Igad (Intergovernmental authority on development) e dell’Unione africana. 20 dicembre2006. L’Etiopia (paese per metà cristiano) lancia un’offensiva in territorio somalo, a fianco del governo di transizione, contro il regime dell’Unione delle Corti islamiche. Mentre l’esercito etiopico spinge i soldati islamici nel sud della Somalia, il premier etiopico Meles Zenawi dichiara che l’incursione ha come obiettivo quello di proteggere la sovranità e l’integrità territoriale dell’Etiopia. 28 dicembre. Gli etiopi e il governo di transizione entrano a Mogadiscio. I soldati islamici fuggono verso sud, cercando riparo in Kenya, che pochi giorni dopo chiude le sue frontiere. Il premier etiopico rilancia le sue accuse contro la Somalia, spiegando stavolta che le sue truppe sono sul suolo somalo per combattere il terrorismo internazionale. L’Etiopia, in tal modo, tenta di porsi a paladino dell’Occidente cristiano. Ma la spiegazione non è accettata dall’ONU, che invita l’Etiopia a ritirarsi dalla Somalia, giacché è noto che l’Unione delle Corti islamiche non è un gruppo omogeneo e che in essa c’è una forte componente assolutamente contraria alle attività di Al Qaeda. In realtà l’incursione delle truppe etiopiche, ottenendo il risultato di insediare a Mogadiscio il già screditato governo di transizione, offre l’opportunità a Zenawi di mostrare all’Unione africana due cose: 1) le capacità militari dell’Etiopia, che aspira da tempo ad una supremazia nel Corno d’Africa; 2) che non teme il rafforzamento dell’opposizione interna al suo paese sia cristiana che mussulmana, la quale da tempo accusa il suo premier di dipendere dagli Stati Uniti. 3 gennaio 2007. Gli Stati Uniti schierano navi militari al largo delle coste somale per impedire la fuga ai soldati islamici, mentre il Kenya chiude le sue frontiere ai fuggiaschi. 5 gennaio. Il numero due di Al Qaeda, Ayman al Zawahiri, incita i somali alla guerra contro gli etiopi aggressori, fedeli alleati americani. 7-9gennaio. Raid aereo statunitense nel sud della Somalia, dove i combattenti islamici si nascondono tra la popolazione civile. Il Pentagono dichiara che l’obiettivo delle incursioni americane sono esclusivamente alcuni membri di Al Qaeda, responsabili degli attentati alle ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania avvenuti nel 1998. Ma si sa che le bombe non sono intelligenti e colpiscono i civili! La Commissione europea, infatti, sostiene che i raid statunitensi “non sono d’aiuto” alla popolazione. Per la componente moderata delle Corti islamiche un attacco che provoca tante vittime civili non potrà favorire il governo di transizione (appena insediato con l’aiuto militare straniero) a conquistarsi la fiducia necessaria del popolo. E non solo, – affermano gli stessi somali moderati – quando gli etiopi si saranno ritirati completamente, come da impegno preso con l’ONU, gli islamici combattenti sopravvissuti agli attacchi americani o che sono riusciti a rifugiarsi in Kenya avranno molte ragioni per continuare a combattere, in special modo per conquistare il controllo dell’Unione delle Corti islamiche, appena deposta da etiopi ed americani. E c’è pure chi sostiene che militari egiziani e libici sono già attivi a fianco degli islamici combattenti delle Corti islamiche. Un settimanale keniano ha avvertito: la Somalia potrebbe diventare nel prossimo futuro il campo di battaglia tra Occidente e Islam! Meglio sarebbe, dunque, lasciare che sia l’ONU a risolvere la crisi nel Corno d’Africa, senza ulteriori interventi unilaterali, come ha appunto sostenuto la Farnesina.

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