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Le “Parole della politica” – 1

Dicembre 09
17:38 2010

La rassegna Le parole della politica, svoltasi in luglio nel cortile del Palazzo Valentini, è stata promossa dal presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti e dall’Assessore alle Politiche Culturali Cecilia D’Elia, in collaborazione con il quotidiano «La Repubblica». Vladimiro Polchi, giornalista di questo quotidiano, ha introdotto i quattro incontri di questa iniziativa ideata dall’editore Giuseppe Laterza, con lo scopo di fare un po’ di luce nel clima ideologico attuale, favorendo una maggiore consapevolezza sia delle parole utilizzate dalla politica sia delle scelte democratiche dei cittadini, a beneficio di una maggiore capacità di partecipazione alla “cosa pubblica”. Il linguaggio politico è stato oggetto di vere e proprie lezioni volte a riscoprire il significato vero delle parole-chiavi della politica attuale. Ciascuno degli incontri è stato caratterizzato da due discussioni, presiedute da due esperti in materia ed esemplificate per lo più da binomi di parole che ne hanno costituito il titolo: Politica e antipolitica, Leader e popolo sono stati i primi due. In riferimento al primo, ricordiamo la citazione da parte del Prof. Carlo Galli di due esempi di tentativi di «scavalcare la politica» ovvero di sottometterla agli interessi privati: la vicenda di Pomigliano D’Arco e la “Legge bavaglio” o Ddl Intercettazioni. La vicenda di Pomigliano D’Arco, interpretata come il tentativo di imporre l’idea che l’unica soluzione alla crisi dello stabilimento FIAT fosse accettare la logica del ricatto aziendale e dunque condizioni di lavoro sempre peggiori, è vista da Galli come «un tentativo di far passare una presunta necessità oggettiva sopra elementi politici come l’organizzazione della vita e il godimento dei diritti da parte dei cittadini e lavoratori». La disputa intorno al Ddl Intercettazioni – secondo Galli – è frutto dell’esigenza di «salvaguardare la privatezza dei cittadini trattandola come una opacità assoluta». Da un lato l’opinione del premier Berlusconi, che unisce la tesi della necessità di riformare la Costituzione con l’approvazione della “Legge bavaglio” («siamo tutti spiati, ormai non c’è più la libertà di parola, questa non è vera democrazia»); dall’altro il dissenso per il testo delle intercettazioni, che limita la libertà di stampa e l’indagine, dunque la difesa delle intercettazioni quale mezzo fondamentale per scoprire i crimini che richiedono strumenti adeguati. L’approvazione del Ddl impedirebbe alla stampa di informare il cittadino di ciò che sta accadendo, al cittadino di venire a conoscenza dei fatti, all’opinione pubblica di farsi un’opinione. Di seguito Galli ha cercato di fornire una definizione della politica: innanzitutto come «l’insieme dei rapporti umani visti dal punto di vista del potere, dunque caratterizzati da posizioni di forza diverse»; in secondo luogo come «l’insieme dei modi di pensare, di legittimare, di organizzare, di limitare il potere». Entrambi i concetti comprendono, oltre all’elemento della fattualità, quello della parola, parte essenziale della politica: «I fatti non vengono solo compiuti, ma anche narrati, quindi legittimati o criticati attraverso la parola». Quindi si è focalizzata l’attenzione sui concetti di ordine, opinione-conflitto. Mentre l’ordine implica comando e obbedienza, il conflitto, generato dalla diversa opinione, è subordinato alla disparità delle forze contrapposte e quindi al potere effettivo che le muove. Si è poi ricordato come il filosofo politico tedesco Carl Schmitt (1888-1985) abbia identificato un conflitto latente nel termine “politica”, poiché questa comprende l’idea dell’amico-nemico originata dalla “questione di legittimità” quale origine di un potere o ragione di un’obbedienza. I soggetti del potere sono dei singoli o una classe e che in che rapporti stanno? Chi ha il diritto di parlare? Chi censura e perché? Chi è che mente e costruisce un simulacro di realtà secondo i suoi propri interessi? Chi cerca di far esplodere la bolla di menzogna? Torna alla memoria il termine greco “parresia” che indica la “libertà di parola”, la “facoltà di dire in pubblico ciò che si crede verità assumendosene la responsabilità”. Ciò che ne deriva nel complesso è una visione della politica come qualcosa di indefinibile e di irriducibile a una o più definizioni; come qualcosa in cui, al tempo stesso, ciascuno di noi è coinvolto: essa è “un modo di essere dell’essere uomo”. (Continua)

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