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Le prigioni negli Stati Uniti

Le prigioni negli Stati Uniti
08 Gennaio
23:40 2014

Una scena da 'La lettera scarlatta' di Victor Sjöström, 1926L’Aclu (l’Unione Americana per le Libertà Civili) ha denunciato, qualche settimana fa, che negli Stati Uniti un afroamericano di 53 anni è stato condannato all’ergastolo per aver tentato di rubare una giacca da 159 dollari (circa 117 euro). Finora ha scontato 17 anni di reclusione e il suo destino è quello di morire in carcere. Ma non è tutto. Secondo lo studio condotto dall’Aclu sono 3.281 i detenuti condannati all’ergastolo per reati non violenti.

Dallo studio risulta che è stato dato l’ergastolo, tra l’altro, per aver rubato del carburante da un camion, per aver rubato due magliette sportive in un negozio, per aver ‘favorito’ lo spaccio di un quantitativo di marijuana del valore di 10 dollari (circa 7 euro). Insomma, ci mancava solo che gli dessero la pena di morte. Dai dati ricavati dall’Aclu risulta – oltre all’enormità del sistema penale americano, il quale, a fronte di questo fenomeno raccapricciante, ha comminato pene di pochi mesi ad autori di colossali truffe finanziarie – una disparità di trattamento di matrice razzista. Il 65% di questi aberranti ergastoli sono stati comminati a cittadini afroamericani (cioè: neri), il 18% ai bianchi e 16% a cittadini di etnie dell’America Latina. Questa degli ergastoli a chi commetta furtarelli di poco conto è la cigliegina sulla torta di una cultura liberticida per la quale negli Stati Uniti è cresciuto in modo esponenziale il numero dei detenuti nelle carceri, a partire dall’Amministrazione Reagan. Secondo il Justice Policy Institute Report, negli Usa si è passati dai meno di 100mila detenuti del 1920 a quasi 2 milioni e mezzo di detenuti nel 2006, a fronte di una crescita della popolazione di 2,8 volte e una crescita dei detenuti superiore a 20 volte nella congiuntura 1920-2006. Un’escalation sensibile e continua è avvenuta nel periodo di Nixon, con la cosiddetta ‘Guerra agli stupefacenti’, ma l’impennata della detenzione quale risposta istituzionale alle infrazioni delle leggi è cominciata nei primi anni Ottanta, arrivando a superare, alla fine del decennio, il milione di detenuti. Secondo il Pew Center on the United States, nel gennaio 2008 un adulto americano su cento aveva patito la carcerazione. Secondo i dati ufficiali rilasciati dal Dipartimento della Giustizia americano, alla fine del 2011 i detenuti erano 2.266.800, con una lieve crescita del numero dei detenuti federali e un lieve calo di quelli dei singoli Stati rispetto all’anno precedente. Gli Stati Uniti d’America contano sia il macabro record del numero di detenuti, sia quello del più alto tasso di detenuti in rapporto alla popolazione: 716 detenuti ogni 100mila abitanti nel 2009, con Cuba al 5° posto con 510, la Russia all’8° con 484, la Cina tra l’83° e il 124° posto (170 o 121), l’Italia, in linea con la media europea, al 139° posto (101), il Giappone al 196° posto (54). Dato il basso tasso di detenuti in Cina, nonostante la popolazione di quest’ultima sia quattro volte superiore a quella americana, i detenuti nelle carceri americane sono quasi il doppio di quelli nelle carceri cinesi (quest’ultimi erano, al 2009, circa 1.600.000). Insomma, rinchiudere le persone nei penitenziari è diventato lo sport istituzionale in America, soprattutto se si tratta di neri poveri di sesso maschile. Di fronte a queste cifre il mito di un’America foriera di libertà in lotta con paesi illiberali si infrange contro numeri impietosi.

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