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Le vie della poesia (1ª parte)

Agosto 01
02:00 2008
Le vie della poesia sono quelle immateriali, atomiche e pulviscolari, dei colori dentro il bianco della luce; quelle del possibile infinito delle direzioni, giù nello spazio vuoto ed onniverso; ma anche quelle carnali della materia, dell’opaca resistenza, della greve profondità. Come l’uomo, infatti, la poesia è spirito e materia: spirito della materia e, specularmente, materia dello spirito. È luogo d’incrocio tra le diverse condizioni esistenziali: è armonia polemica di opposti; è campo di battaglia; è scontro e incontro di forze; è sintesi dinamica di trasformazioni. Le vie della poesia, più in particolare, sono quelle che allontanano e ri-portano a noi stessi. Nel mondo dell’”esterna internità”: dove “dentro” e “fuori” sono intimamente legati e collegati, poiché l’uno all’altro riconduce – e viceversa, lungo un movimento senza fine (come la striscia di Moebius; o come in molte opere di Escher). Attraversare le cose per conoscersi; capire se stessi per comprendere le cose. E le parole: calde, vibranti, carnali, viventi, corpi di musica e di suono, che fanno da ponte tra lo spazio esterno e quello interno, tra il “sé” e l’”altro da sé”, in una continua traduzione del visibile nell’intimo invisibile – lo spazio autonomo, orfico, del testo (tessuto e partitura di parole), da una distanza remota e prossima insieme: in un “qui” che è anche altrove, e in un “ora” che è anche prima, dopo, sempre.
La poesia deve essere “vera” ma non “reale”. Nel senso che deve bruciare i contatti con la realtà estemporanea che ne innesca, spesso casualmente, il meccanismo. Come un incendio, di cui – una volta attecchito – non riesci più a distinguere la miccia, la scintilla, l’occasione. Il poeta precipita dentro: cerca la sublime profondità. È uno specchio; o un faro che nel buio illumina gli specchi. Per questo la poesia appare spesso ostica, oscura, intraducibile: il più straniero dei linguaggi umani. Anche quando ci riguarda, quando parla di noi: quando dice il respiro, il battito del cuore e il suono misterioso della mente, articolando la nostra più intima misura, come il discorso più proprio e profondo che siamo, e che abbiamo. Perché è un terreno di confine, di rischiosa interminabile ricerca, dove la lingua si rinnova da se stessa, carica delle proprie estreme potenzialità, agglutinandosi nella densità originaria della propria essenza. Il confine dove appaiono, non a caso, le configurazioni nuove del senso, del tempo, del rapporto dell’uomo con il mondo: demoni, angeli, visioni, presenze, epifanie. Lampi dell’arcano e dell’ignoto. Echi immemoriali. Frammenti informi dell’immaginario. Per questo invoca ed esige lo scarto di una differenza dalla lingua quotidiana. È una “parole” che si contrappone alla “langue” incrostata e banalmente normativa. Non per vezzo o per snobismo, ma per necessità intrinseche, di ordine espressivo. La poesia non “serve” a niente, nel senso che non ha un’immediata utilità pratica. Non ha uno scopo: quindi ha un valore. Non è “linguaggio di potere” o “linguaggio strumentale” degradato a semplice mezzo. Instaura infatti la funzione “poetica”, che predomina largamente su quella “referenziale”. Non può darsi poesia se la lingua non diviene “poetica”: che non significa “bella” a priori, cioè depurata, raffinata, edulcorata… bensì, piuttosto, autonoma e creativa, staccata dal riferimento immediato alla realtà. Scrive Cesare Brandi: «La poesia è la naturalità che si decanta in realtà senza esistenza, ed è naturalità che urge, preme, deve essere espressa, fissata per sempre». La magia della parola poetica è che ha in se stessa la sua sorgente. La lingua, grazie alla poesia, comunica la propria essenza spirituale, ovvero: l’uomo comunica la propria essenza spirituale attraverso la lingua poetica.
La poesia è da sempre tesa alla “lingua pura” delle origini: cerca di afferrare l’”essere linguistico” delle cose, il nome segreto e cifrato di ogni essere, come traduzione del suo “quantum”, della sua quiddità energetica, della sua scintilla creatrice, della sua peculiare nota metafisica. Per intuizione istantanea di puro pensiero. Per comprensione assoluta. Come la “lingua nuova” di cui ad esempio Hofmannsthal (nella “Lettera di Lord Chandos”, 1902) articola l’istanza/ipotesi: una lingua «di cui non una sola parola mi è nota, una lingua in cui mi parlano le cose mute, e in cui forse un giorno nella tomba mi troverò a rispondere a un giudice sconosciuto». Una lingua che incorpora l’oggetto, che lo crea nominandolo, che lo manifesta in quanto luce: verbo e nome, parola e cosa. Questa lingua conoscente, di nome e di essere, coincide con lo stato paradisiaco delle origini perdute. La lingua di Adamo; e quindi, come tale, irrecuperabile. La parola umana nasce dalla rottura di questa unità originaria. Il peccato originale segna l’uscita della parola umana dalla terra della “lingua nominale”. Da allora c’è la torre di Babele: iperdenominazione del mondo; pluralità di linguaggi e ingorgo di gerghi strumentali; pletora di nomi vuoti: un immenso fragore di segnali: un boato di fondo che sfuma nel silenzio dell’insignificanza…
A questo può servire la poesia, oggi più che mai. Ad aggiustare la frequenza del suono: a riagganciare la giusta armonia: ad ascoltare il silenzio delle origini. Ben diverso da quello fragoroso dei linguaggi: profondo, questo, e limpido, e creativo. È in questo silenzio originario che si è andato a nascondere l’indicibile della conoscenza perduta, che si esprimeva nella pienezza del nome. Il silenzio del mondo che tace la verità. È a questo stato pre-categoriale, di eterna attualità, che attinge nello scrivere il poeta. Deve portare le cose all’essere, lasciandole affiorare e rivelare. La parola, allora, diventa simbolo pieno: nome che contiene mille voci, tutte le voci. Che dice la realtà in tutta la sua fulgida pienezza.



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