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L’erbario Coscarelli e il Museo Correale di Terranova

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L’erbario Coscarelli e il Museo Correale di Terranova

01 Luglio
02:00 2008

“Ars longa, vita brevis, experimentum periculosum et iudicium difficile”. Così suona la traduzione latina di un celebre aforisma di Ippocrate. E con questo spirito ci si accingeva un tempo alla ricerca scientifica. Anche se la componente empirica certamente non mancava anche nell’antichità, non bisogna dimenticare tuttavia che le sue acquisizioni spesso quasi si smarrivano in un coacervo di altri elementi, fantastici e a volte del tutto inverosimili, di cui il sapere dell’antichità si componeva. Patrimonio conoscitivo che il Medioevo tenta in parte di conservare, esaltando la tendenza fantastica, organizzandolo o in summae ambiziose o in settoriali opere di compilazione tematiche come i bestiari, lapidari, volucrari, erbari di cui la tradizione è ricca. Termini in cui il suffisso –arium indicava appunto la natura di raccolta di quelle opere, dove confluiva per lo più un sapere ereditato e raccogliticcio rispondente ai bisogni e alle modalità conoscitive di un momento della nostra civiltà segnato dalla percezione di un’imbarazzante inferiorità rispetto all’antichità, per cui gli uomini del Medioevo si percepivano come “nani sulle spalle di giganti”. In questo panorama di opere ‘parascientifiche’, accozzaglia di elementi empirici ma soprattutto fantastici e leggendari, gli erbari, in quanto funzionali ad una prassi medico-terapeutica sono i repertori che rivestono carattere di maggiore ‘scientificità’, e vengono pertanto conservati e tramandati con maggiore cura, contenendo descrizioni delle piante e delle loro proprietà, corredate da illustrazioni miniate. Il primo erbario conosciuto è quello di Dioscuride, medico greco, autore nel I secolo dopo Cristo del De materia medica. Copiato nel 515, questo codice è all’origine di una vasta tradizione medievale, all’interno della quale famosissimi sono il codice del V secolo della Biblioteca Palatina di Vienna, appartenuto all’imperatrice Giulia Anicia e la versione longobarda dell’800 del monastero di Montecassino. In seguito gli erbari figurati diventano sempre più frequenti e ad essi si affiancano gli erbari ad impressione, ottenuti cospargendo le piante di nerofumo, che poi lasciava l’impronta sulla carta. Con l’invenzione della stampa nel XV secolo si moltiplicano gli erbari figurati, e tra la fine del secolo e l’inizio del XVI si cominciano ad usare le piante essiccate (horti sicci) invece del disegno, in conseguenza di una accresciuta vocazione al rigore scientifico, connessa all’affermarsi dell’Umanesimo. Contemporaneamente la tecnica dell’impressione va decadendo fino a scomparire nel XVIII secolo. Ma è soltanto con la classificazione botanica introdotta da Linneo nel ‘700 che le tavole relative ai vegetali vanno acquistando maggiori dettagli e precisione. Mentre la concezione stesa dell’erbario si trasforma, da raccolta a strumento di studio personale, fino a completamento istituzionale del ruolo accademico degli orti botanici universitari nel XIX secolo. È appunto una funzione strettamente personale che riveste l’erbario chiamato “Coscarelli” dal nome del suo compilatore, naturalista dilettante, dotato peraltro di buone conoscenze mediche e probabilmente in contatto con l’ambiente dei naturalisti napoletani del XIX secolo, dove, sotto la spinta dei Borbone, si andava sviluppando un’intensa attività di ricerca rivolta allo studio della flora del Regno. Coscarelli dunque, calabrese, portabandiera di un reggimento al servizio di Ferdinando IV di stanza a Capua (come egli ci precisa con la scritta autografa sul frontespizio dell’opera), sente l’esigenza in questo clima di raccogliere un “picciolo erbario” e di corredarlo con numerose tavole di vegetali, realizzate ad acquerello in carta di Amalfi. Ogni foglio è completato con un ovale posto in calce e contenente una serie di vedute di città, paesaggi archeologici, ma anche vivaci scene di caccia al cervo, al cinghiale, allo struzzo, secondo un gusto ben rappresentato anche nelle contemporanee porcellane e terraglie napoletane e che rispecchia i passatempi e i costumi del Regno. L’erbario, piccolo tesoro del genere per la delicata freschezza delle scene e l’accuratezza del disegno, è stato ritrovato nel corso dei lavori di riordino della ricca biblioteca del Museo Correale di Terranova di Sorrento ed è attualmente in mostra nel Museo stesso. Nota dolente: da diversi mesi non vengono corrisposti gli stipendi ai dipendenti, e poco o nulla viene fatto per incentivare le visite e l’inserimento nei circuiti turistici di questo che è stato definito “il più bel Museo di provincia d’Italia”. E a pieno diritto, poiché ospita collezioni di grande valore, di cui spesso presta pezzi destinati a mostre internazionali. Proprio quest’anno hanno ospitato capolavori del Museo Correale due importanti mostre a Roma: “Ottocento” alle Scuderie del Quirinale, già recensita nelle nostre pagine (che ha esposto “Amalfi dai Cappuccini” di Giacinto Gigante e “La casa del Tasso a Sorrento” di Theodore Duclère), e “Ricordi dell’Antico” ai Musei Capitolini con la presenza di due porcellane del Museo. Oltre alle nature morte di scuola napoletana del Sei e Settecento e ai paesaggi della Scuola di Posillipo, completano il ricco patrimonio del Museo anche collezioni di maioliche, orologi, cristalli e soprattutto la raccolta delle porcellane della manifattura di Capodimonte, nonchè preziosi arredi, mobili e scrigni intarsiati, documento del tipico artigianato locale della tarsia fiorito soprattutto nell’Ottocento.

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